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IN RICORDO DI ADRIANA ZARRI
di Fabrizio Frasnedi


Adriana.

Il 18 Novembre scorso, all'età di 91 anni, è morta Adriana Zarri. Diabasis aveva accolto con entusiasmo il suo ultimo libro: "Vita e morte senza miracoli di Celestino VI". Qualche giorno dopo, i suoi amici l'hanno sepolta nella terra, coprendola di fiori, secondo le sue volontà. La ricordiamo come eremita, come teologa, come scrittrice, come presenza spalancata sul mondo e disposta ad accogliere ogni donna e ogni uomo di buona volontà.

L'eremo era la sua scelta di vita, in autonomia e laicità. E l'eremo per lei era solitudine, ma anche sorriso di accoglienza per tutti i viventi, dai ragni ai conigli, dalle ranocchie agli esseri umani; fra questi, Adriana apriva le braccia con predilezione a tutti gli afflitti: dalla pena, dall'angoscia, dalle piccole e grandi cecità della Chiesa, quando da madre si faceva matrigna. Il sorriso accogliente del suo giardino parlava il linguaggio dei fiori, e, fra i fiori, primeggiavano le rose, quelle antiche e rare prime fra tutte. Il silenzio delle notti, poi, era scandito dal verso degli uccelli notturni, annidati in tutti gli anfratti della sua grande casa.

Come teologa, Adriana era di una ferma, sicura e rivendicata ortodossia. Tutto il suo pensiero girava attorno a due poli: la concezione trinitaria di Dio e il patto perenne di Dio, dopo il diluvio, con tutto l'universo creato. Leggeva l'amore divino nella pluralità stessa del suo essere e nell'abbraccio con il creato e la vicenda dell'uomo come l'eterno ritorno in avanti del prodigo alla casa del padre. Nel regno, che attendeva nella speranza, era certa che avrebbe ritrovato, con gli amici, i gatti, le rose e le ranocchie che le avevano rallegrato la vita.

La vicenda umana l'aveva narrata, in modi molteplici, in tutte le sue storie, che sempre, dalle "Dodici lune" a "Celestino", raccontavano i viaggi di differenti destini verso quel famoso ritorno in avanti, che lei aveva mirabilmente riassunto in uno splendido midrash della parabola del figlio perduto e ritrovato. Dell'uomo amava tutto, e credeva profondamente nell'avvenuto riscatto del corpo e della sessualità. Nella sua cappella aveva fatto dipingere un paradiso nel quale Adamo ed Eva si abbracciavano felici e, nella Quaestio 98, il romanzo che più amava, aveva raccontato di come un monaco avesse potuto raggiungere il sogno di una sessualità senza peccato.
Agli uomini di buona volontà apriva la sua casa, predicava, offriva i suoi fiori e i polli del suo pollaio, e socchiudeva la via della comprensione e dell'accettazione di sé.

Nel mondo sapeva essere polemica, perché credeva fermamente che la perfetta ortodossia della dottrina potesse e dovesse convivere con una lucida laicità nella costruzione di una città che fosse il miglior luogo comune possibile per tutte le donne e tutti gli uomini senza eccezione.
Fabrizio Frasnedi

Epigrafe scritta da lei medesima:


Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c'è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un'epigrafe d'erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.

    Opere di Adriana Zarri per Diabasis:




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