
Giugno 2006
Collana Al Buon Corsiero
Formato 13x21
Pagine 128
Prezzo di copertina: € 10,00
Prezzo online € 8,50 (risparmi € 1,50 )
ISBN 88 8103 407 7
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- Scheda libro.pdf | Il Libro
Ambientati nella Sicilia storica, principesca e sfarzosa delle antiche dominazioni o in quella contemporanea, caotica e sporca dell'abusivismo edilizio, i racconti di Antonio Bassarelli parlano di morti: per vendetta o ritorsione, per motivi passionali o accidentali, a causa dell'ignoranza, dell'avidità, dell'astuzia. Ma parlano anche di fede, di miracoli la cui notizia si gonfia e monta, passando di bocca in bocca; anche in questo caso servono a confermare quanto la furbizia e l'ignoranza l'abbiano vinta rispetto all'onestà e allo studio. È un ritratto impietoso quello che ci viene consegnato, completamente sfiduciato nei confronti dell'uomo e del progresso: senza segno di rancore o di rassegnazione però, ma pervaso di una quieta e tagliente ironia. Come un altro scrittore-avvocato isolano, il sardo Francesco Satta, Bassarelli ci consegna il prezioso ritratto (prezioso anche per la lingua: elegante e pulita, eppure attenta a registrare un parlato infarcito di dialettismi e arabismi) di un'umanità irredimibile.
L'Autore
Antonio Bassarelli (Messina, 1931), studi classici e laurea in Giurisprudenza, è diventato Giudice nel 1959. Ha svolto attività giudiziaria fino al 2001, quando ha lasciato la Pretura di Reggio Emilia. Ha pubblicato un solo romanzo, La Trovatura (Rizzoli, Milano 1972), che gli valse numerosi riconoscimenti, fra cui il "Premio Pisa" e il "Premio Letterario Basilicata", allora presieduto da Carlo Bo.
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LEGGI IL PRIMO RACCONTO
Un delitto introduttivo
I due imputati erano stati amanti e, ora, si accusavano a vicenda con il solito Io non volevo. In realtà, l'avevano voluto entrambi: ma l'accordo non era servito più della tenacia, giacché non erano riusciti ad ammazzarlo, il marito di lei, per quanto l'avessero avvelenato e poi, puntigliosamente, gettato in un pozzo.
Il fatto, se ben ricordo, accadde nel 1960, in ottobre, verso le dieci della notte, in una casa siciliana tra gli aranci. Alle undici, i due mangiavano olive e pane, quando udirono lamenti soffocati ed una voce, che non riconobbero, invocare aiuto. Udirono, immagino, come un vento di sciagura chiamarli per nome, e corsero sull'aia.
Non fu necessario affacciarsi al pozzo: Antonio Riaci, l'uomo che credevano morto, ne era appoggiato ai bordi, i piedi ancora sulla scala in ferro per la quale era risalito, e li guardava, forse senza vederli.
Allora lo odiarono davvero. Allora, le grida di lui ed il terrore di tutti esasperarono l'odio: che fu diverso da quello, ordinato, di prima, quando avevano giudiziosamente deciso di simulare un incidente. Così, poterono giovarsi della sincerità dell'impeto e di pietre bestiali per fracassargli la faccia, finché non ricadde nell'acqua bassa del pozzo, dove avrebbe fatto meglio a restare.
Ignoro i particolari successivi. Non so se, quella notte, i due finirono di mangiare il pane e le olive, o se si amarono, per dimenticare la paura, o se discussero, fino all'inestricabile, il modo per liberarsi di quel corpo che ormai li accusava. So, invece, che la sfortuna li teneva d'occhio: perché Antonio Riaci non morì.
Lo trovarono all'alba, in uno stradello: contorto, livido, svenuto, sfigurato di terra e di sangue, ma ostinatamente vivo.
Io lo vidi un'unica volta, al processo. Era un essere grigio, rinsecchito: quasi niente. Sfinì i giudici, con i propri silenzi. Se ne stette sempre in fondo all'aula, come estraneo a tutto e a se stesso. Parlò distintamente solo una volta, quando, dopo la lettura della sentenza (che, come scrisse un cronista, concesse ai due amanti quindici anni a testa, perché ci pensassero su), si avvicinò alla moglie che singhiozzava, le sfiorò con una mano le spalle e le disse: "Non piangere, anima mia. Stasera parlo con l'avvocato e facciamo l'appello: vedrai che torni a casa."
***
Il fatto, come ho detto, accadde nel 1960, in ottobre. Il processo, due anni dopo: e io ne ebbi come una sensazione di disagio. Confusamente, sentii che, in quella storia di amanti, di pozzi e di giudici, c'era qualcosa di falso o di artefatto. Era come se ogni persona, ogni gesto, ogni frammento del delitto e del processo, non servissero a ciò che la realtà dichiarava, ma a qualcosa di diverso e di segreto. Contro ogni evidenza, gli amanti non sembravano condurre definitivamente al delitto; né, il delitto, al processo; né, questo, alla verità. Tutto, come nei mezzogiorni d'estate, appariva lievemente distorto, e c'era sempre un fervore o un incanto, per l'aria, che non sembrava accordarsi con ciò che era stato o che ci si aspettava accadesse. Infine, mi parve di capire.
Qualcuno ha detto che la vita degli uomini è lo spettacolo che Dio pensa, mette in scena e intravede per consolare la propria eternità. Io credo di avere scoperto ciò che l'Autore aveva celato nell'appariscente, relegato nel dettaglio, e che, invece, era l'argomento del dramma, la meta di un delitto introduttivo.
Tutto – compresi – era stato preordinato ad una frase finale. I sanguinosi amanti, l'incerto e reiterato delitto, la casa tra gli aranci, le menzogne, il tribunale, l'aula, il Crocifisso (che ricordo assolato), il processo, i giudici ed io stesso non eravamo stati che preparatori; la fastosa cornice o la non indegna premessa affinché, con l'intensità che a pochi è concessa, qualcuno potesse dire: "Ti amo"; perché s'avesse l'immagine di un uomo avvelenato, percosso, umiliato, il quale sappia che colei che lo ha tradito adesso è sola, e che è adesso che ha bisogno di amore, e rinunzi platealmente all'orgoglio, e le dica: "Non piangere, anima mia!", e sia sincero.