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LA LETTERATURA E L'INQUIETUDINE DELL'ASSOLUTO
di Jean-Pierre Jossua



Ottobre 2005

Collana Il castello di Atlante
Formato 13x21
Pagine 152
Prezzo di copertina: € 12,00
ISBN 88 8103 241 4


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Jean-Pierre Jossua, padre domenicano che ha partecipato al Concilio e alle riflessioni che l'hanno preceduto e accompagnato, è teorico di una teologia della letteratura che insegna a leggere criticamente un testo in modo teologicamente significativo. Perché questo avvenga, Jossua ipotizza la nascita di una teologia letteraria che sappia essere mediatrice, rigorosa, personale ed essenziale unita ad una "scrittura teologica", non necessariamente religiosa, che sia ispirata ad una poetica del trascendere.
Questa proposta teorica si sviluppa lungo un affascinante percorso di cinque casi concreti di "teologia letteraria", cinque autori diversi per provenienza geografica e scelta del genere letterario: Miguel de Unamuno, Katherine Mansfield, Peter Handke, Philippe Jaccottet e le poetesse Cristina Campo, Margherita Guidacci e Maria Luisa Spaziani.


Nato nel 1930 a Boulogne sur Seine, Jean-Pierre Jossua è stato professore di Teologia (1965-1974) e Rettore della Facoltà domenicana del Saulchoir, presso cui si è formato. Codirettore della rivista teologica internazionale «Concilium» (1972-1995), Gifford lectures a Edimburgo (1977), direttore di «La vie spirituelle» (1987-1995) e Chaire Joan Maragall a Barcellona (2000), Jossua è autore di numerose opere, fra cui Le Salut, incarnation ou mistère pascal (1968), Pierre Bayle ou l'obsession du mal (1977), Figures présentes, figures absentes, pour lire Philippe Jaccottet (2003) e i quattro volumi di Pour une histoire religieuse de l'expérience litteraire (t. I, 1985; t. II 1990; t. III, 1994; t. IV, 1998). Ha pubblicato numerosi articoli su «Revue de sciences philosophiques et théologiques», «Concilium», «Études freudiennes», «Christus». In italiano sono apparsi Yves Congar. Profilo di una teologia (Brescia 1970), Il manifesto della libertà cristiana. Testo e commento (Brescia 1977), Il dio della fede cristiana (Milano 1992).



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Cristianesimo e cultura nella modernità


La letteratura – che vorremmo comprendere in un modo rinnovato, sia nel suo rapporto con la fede e la riflessione cristiana, sia nella ricerca di assoluto che può in essa aver luogo – non esiste al di fuori di una realtà più ampia, definita comunemente cultura. A questa dobbiamo dunque dedicare una prima fase della nostra ricerca. Quando avremo detto in che senso intendiamo la cultura, quando avremo colto come si colloca l'elemento religioso in rapporto ad essa, in Occidente e nel nostro tempo (e ciò presuppone il richiamo a una storia tormentata), potremo comprendere come l'atteggiamento che si adotta nei confronti della letteratura sia rivelatore al massimo grado della relazione che si intrattiene con la società contemporanea nel suo insieme.
Utilizziamo il termine cultura, in questo contesto, nel suo significato classico, di origine francese: le creazioni dell'arte, del gusto, della vita intellettuale e spirituale. Ma esiste anche un significato più recente e più ampio, di origine tedesca: l'insieme delle rappresentazioni, dei valori, degli stili di vita, degli strumenti della "cultura" in senso stretto. Che cosa lega questi due significati, giustificando così l'uso di un medesimo termine? Senza dubbio uno stesso nucleo semantico: cioè l'atto di coltivarsi, che equivale a essere uomo. Se esiste una "natura umana", essa non ci è accessibile se non in una cultura, in alcune culture. Coltivarsi, cioè esercitare le proprie facoltà di lavoro (il vocabolo è di origine agricola) e di creazione: tale è lo sforzo di cui le culture sono i risultati, le particolarizzazioni limitate, e di cui i nostri due significati rappresentano definizioni di ampiezza diversa, l'una ricompresa nell'altra, l'una di origine umanista, l'altra derivante dalla sociologia. Ora, sappiamo bene che, come esistono culture diverse nello spazio, così si producono anche trasformazioni di una stessa cultura nel tempo. Di più: nuove culture sono apparse, anche in Occidente e nel Nord del pianeta, legate al passato e nello stesso tempo diverse da esso, differenti tra loro e nello stesso tempo portatrici di alcuni importanti tratti comuni, che chiamiamo "modernità". Bisognerà tentare di cogliere ciò che questa "modernità" ha di proprio, nel suo rapporto con la fede cristiana e con la religione cristiana, attenendoci, per l'essenziale, al terreno della cultura in senso stretto. E bisognerà riflettere anzitutto, a questo scopo, su un punto fondamentale: quali diverse collocazioni il fattore religioso può assumere nella cultura. Qui appare indispensabile una valutazione storica di ciò che è mutato già da due secoli, e che non tutti sono disposti a vedere con la stessa lucidità.


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