
Novembre 2003
Collana Biblioteca Padana
Formato 13x19,5
Pagine 208
Prezzo di copertina € 9,55
Prezzo online € 5,73
ISBN 88 8103 096 9
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| Tre omicidi ai tempi del Tricolore,
in una Bologna ben riconoscibile con echi fino a Reggio Emilia
Tre storie per tre delitti si svolgono sullo sfondo di una Bologna di fine Settecento, scossa dai fermenti della Rivoluzione Francese, ma ancora impinguita da corrotte tradizioni nobili e clericali.
Lo sfondo è quello dei cambiamenti di un'Era, dei fermenti giacobini e degli stendardi tricolori agitati in nome dell'appena nata idea di Libertà e Democrazia. La ricostruzione storica e topografica è assai accurata, e permette al lettore di ripercorrere col pensiero i luoghi e il teatro delle azioni, ambientate in una Bologna più che familiare.
Dedicato a tutti gli appassionati del genere giallo, i nostalgici dei brevi e avvincenti racconti thriller alla Hitchcock, gli avventurosi che userebbero la macchina del tempo per fare salti mozzafiato nel passato prossimo e lontano.
Un giallo che appassiona, come gli altri già pubblicati, gli insegnanti e i loro allievi.
Danila Comastri Montanari vive e lavora a Bologna, sua città natale. Ex-insegnante, scrive dal 1990 polizieschi storici. Ha pubblicato nel "Giallo Mondadori", ora riedita dalla Hobby & Work, la serie racconti "latini" ambientati nel primo secolo dopo Cristo, Publio Aurelio. Con Diabasis ha pubblicato anche Una strada giallo sangue. |
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Bologna, 1 messidoro dell'anno IV
(19 giugno 1796)
Il corteo del Corpus Domini cominciò a snodarsi lungo la Strada San Felice parata a festa. Le botteghe sotto i portici – beccai, granaioli, pizzicagnoli, salsamentari – erano sprangate, ma i davanzali fiorivano di damaschi cremisi, zendaline d'oro e tappezzerie arabescate da cui si vedevano spuntare le teste rinsecchite dei vecchi che seguivano la processione dall'alto, additandosi l'un l'altro il baldacchino della Madonna affidato a quattro nobili di antica schiatta. Una processione di tutto rispetto, degna di dar la polvere anche agli addobbi di San Matteo della Pescheria, pensò don Prudente con lo sguardo fisso al pesante crocifisso che caracollava sulle spalle di due robusti garzoni di mugnaio. Don Cipriano delle Muratelle aveva storto il naso vedendo un simile onore concesso alla plebaglia, ma il parroco si era mostrato fermamente deciso a ignorare le convenienze per non far la fine del curato di Sant'Anna, la cui croce, sorretta da un patito aristocratico, era rovinata sulla testa dei fedeli dura
nte la veglia pasquale.
Don Prudente dette una occhiata in tralice al cappellano delle Muratelle che si pavoneggiava nei paramenti di gala e si passò ostentatamente la mano sulla stola di samice d'oro, quasi per sfidarlo a trovar qualcosa da ridire sulla sua bella cerimonia. Don Cipriano, lo sapevano tutti, era l'orecchio del Legato, sempre pronto a riferire in Curia ogni minimo pettegolezzo, salvo quelli – e non erano pochi – di cui lui stesso era protagonista. Ma stavolta quel linguacciuto non avrebbe avuto niente da recriminare, pensò il parroco con una certa fierezza: i devoti, accorsi da tutte le chiese del circondario, sfilavano in gran numero nel serpente salmodiante che si perdeva da Via Barbaziana fino a Borgo delle Casse, mentre altri ne giungevano ancora dalla Seliciata di San Francesco, da Sant'Isaia, dalle Lame. Dietro al Santissimo, scortato dal clero secolare, gorgheggiavano le voci bene educate delle Agostiniane Scalze di Santa Maria della Concezione in Saragozza. Per invitarle, il curato aveva dovuto ricorrere
ai buoni uffici del solito don Cipriano, confessore del convento; le monache della sua circoscrizione, infatti, da donne semplici quali erano, avevano sempre preso alla lettera l'ordine del cardinale che proibiva alle religiose di studiar musica; né d'altronde la parrocchia, già in debito di 25 paoli con organisti e imbianchini, sarebbe stata in grado di sostenere una spesa per quei sopranisti castrati che costavano una fortuna.
– Bella cerimonia! – sospirò una donna affacciata al balcone.
– Alle Muratelle c'erano anche le voci bianche – puntualizzò la vicina che, per avere investito ben due baiocchi nel posto al davanzale, si sentiva ora in pieno diritto di muovere delle critiche.
– Adesso sta passando il conte Ghezzi con la figlia. Hai visto che magnifica cotta ha don Cipriano? Sembra ricamata dalla merlettaia Caterina! – commentò la vecchia di più facile contentatura. – Ehi, persino quel tirchio di De' Buoi si è tirato a lucido! Ne ha fatta di strada, quello. Dicono che sarà il prossimo Massaro dell'Arte degli Strazzaroli.
– Scommetti che ha preso la marsina in affitto? Si muove piano piano, come se avesse una gran paura dirovinarla! – insinuò l'altra, sottolineando la proverbiale avarizia del ricco produttore di seta.
– Arriva gente da fuori porta – avvertì l'inquilina dell'ultimo piano, che riusciva a veder la strada fino a oltre le mura.
La processione, infatti, andava lentamente arrestandosi, mentre in lontananza si sentivano le note di un secondo coro. Madre Agnese, superiora della Concezione, si voltò per apostrofare una monaca: – Per carità, tenete la bocca chiusa, suor Cherubina, ci state rovinando la reputazione con le vostre stecche!
La suora grassoccia chinò la testa al meritato rimprovero, mentre il disinvolto don Cipriano approfittava della sosta per salutare il conte Ghezzi, che godeva della fiducia del Legato e poteva essergli molto utile un domani nella sua carriera, sempre che le cose non fossero cambiate più in fretta del previsto.