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LA NOIA FITTA DELLE PRIMAVERE
di Giuseppe Marchetti






Novembre 2003

Collana Il Pomerio
Formato 13x21
Pagine 168
Prezzo di copertina 17,00
Prezzo online € 10,20
ISBN 88 8103 268 6



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Composto negli anni Sessanta sotto l'influsso delle avanguardie (Sanguineti, Malerba, Guglielmi, Arbasino), pubblicato nel 1978 con il titolo La passivazione e finalista al Premio Viareggio, dove fu presentato da Zavattini e Bevilacqua, il romanzo racconta, con il tono della meditazione esistenziale, le vicende di un giovane uomo tra i due secoli, la storia della sua formazione intellettuale e umana, gli affetti, la solitudine.
L'opera, originariamente composta di tre parti, di cui fu pubblicata in prima edizione solo quella centrale, viene offerta ai lettori per la prima volta in redazione completa. Le meditazioni del protagonista alla maniera del nouveau roman sono infatti arricchite da una prima parte, che ha la forma del romanzo tradizionale, e da una terza costruita sui ricordi, ad alimentare la riflessione sul senso della vita e sulla circolare caducità di ogni cosa: l'inerte movimento della passivazione, appunto.

Giuseppe Marchetti è saggista e critico letterario della Gazzetta di Parma e di altri quotidiani e riviste nazionali, oltre che scrittore e poeta. Ha dedicato studi a Piovene, Delfini, La Voce, Soffici, gli scrittori padani e l'intero Novecento italiano, ottenendo per la critica letteraria il Premio Serra, il Premio Pozzani e il Premio D'Annunzio (insieme a Giovanni Macchia). Ha pubblicato alcuni libri di versi, fra cui La ragione invalsa, Il mito e l'altrove, Così parlando onesto e il romanzo Una grande innocenza.



Prima Parte
FRA OTTO E NOVECENTO

Per chi viene dalle valli del Gavello, la via Casarina è un lungo canale di terra riarsa e bianca. D'estate, il sole la batte senza posa; d'inverno la costellano le pozze di acqua e di neve. Ai lati della strada, i campi si perdono in ondulazioni d'aria, quasi un mormorio affettuoso e solitario che la solitudine rande ancora più pregno di silenzio e di voci naturali. Erano le voci di quell'altra vita; la vita solenne e semplice delle campagne rovesciate nel turgore dei frutti o spazzate dal vento di levante della stagione morta. Dalle case basse con le cucine sulle aie uscivano cani impazziti per le pulci e le mosche, o gatti sornioni dal passo lento, o galline spaventate. I maiali grufolavano nei loro pantani all'ombra del pioppo che non manca mai a ponente o a levante.
Una sera d'estate come tante altre affondava nell'afa. Il sole s'infilava dietro una coltre di nubi blu distese sull'orizzonte, ferme e fisse nubi del caldo, solide come montagne ritagliate nel cielo.
Giuseppe Campi percorreva adagio via Casarina. Era vestito con quell'abito chiaro che ancora gli ricordava i tempi della prima guerra, gli sfollati che arrivavano a San Felice, le ragazzine Pezziol rifugiate in casa Tosatti, l'ombra di certe giornate estive trapuntate di cicale ossessive. Un abito leggero che sua moglie Anna aveva chiesti ai sarti Rossetti un poco in fretta, temendo che la disfatta di Caporetto alzasse improvvisamente i prezzi della stoffa. Quasi cinquantenne, Giuseppe Campi era ancora asciutto nella figura, diritto, non alto; sebbene la totale calvizie facesse sospettare una vecchiaia precoce, egli si sentiva forte, sano, pieno d'iniziativa. Qualche volta, la schiena lo faceva soffrire: dolori improvvisi l'attanagliavano e a fatica riusciva a sedere, a camminare, e a passeggiare, cosa questa carissima fra le altre per un uomo che si era votato alla campagna e che nella campagna delle sue valli avrebbe voluto vedere il segno d'un certo destino, la misura segreta di un cammino lungo e pieno di speranze.
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