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I PORTOGHESI D'ORO. RE, NOBILI, EBREI, MORI, MERCANTI E POPOLO NELLA FORMAZIONE DI UN IMPERO
Giuseppe Papagno





Aprile 2006

Collana I Ricercari
Formato 16x23
Pagine 288
Prezzo di copertina 20,50
Prezzo online € 12,30
ISBN 88 8103 424 7



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Il 21 agosto 1415, con la conquista della piazzaforte di Ceuta da parte dei Portoghesi ha inizio la vicenda di un impero che, in meno di un secolo, giunse dalle coste del Marocco fino alla Cina, passando per Brasile, Africa e India.
Il 25 aprile 1974, la Rivoluzione dei garofani, promossa dai capitani del'esercito portoghese contro il regime salazarista di Marcelo Caetano, segna l'inizio della fine di quel che rimaneva (in Africa, a Macao, a Timor) dei resti di un impero che già aveva subito la separazione del Brasile nel XIX secolo e dell'India portoghese, annessa al nuovo stato indiano dal Pandit Nehru, nel 1969. Fra queste due date si svolge la plurisecolare storia del Portogallo, dal tardo Medioevo lungo tutta l'età moderna e contemporanea, fino a qualche decennio fa segnata dalle vicende dei suoi territori d'oltremare. Il libro di Giuseppe Papagno scava nel profondo le dinamiche che hanno portato alla formazione dell'impero portoghese: l'impero degli odori, un impero di spezie, di commerci, di piazzeforti disseminate per il globo e di schiavi. La creazione dell'impero si collega così strettamente alle vicende interne portoghesi. Il ruolo della regalità e il senso dell'onore della nobiltà, i sistemi di accesso alla ricchezza e l'ansia del guadagno dei mercanti stranieri (soprattutto italiani), la forte presenza ebraica, la significativa incidenza della cultura araba, i problemi alimentari e i metodi di distribuzione della terra, l'adesione o meno della popolazione alle vicende legate ai descobrimientos sono stati gli elementi che, in reciproca tensione acuta per quasi tutto il Quattrocento, verso la fine del secolo si sono combinati, mediante l'afflusso delle ricchezze orientali, in un sistema politico, economico e sociale che ha dato vita all'impero durato, pur con molte scosse, fino al 1974.

L'autore

Giuseppe Papagno è docente di Storia contemporanea all'Università di Parma. Ha svolto ricerche sulla politica portoghese, sull'espansione coloniale e sulla formazione dello stato in età moderna. Ha partecipato con saggi alla Storia d'Italia (L'agricoltura veneta) e agli Annali Einaudi (I feudalesimi: la ricchezza e il potere politico) e ha steso alcune voci nell'Enciclopedia Einaudi, della cui opera è stato consulente editoriale per tutto l'arco della pubblicazione, al fianco di Ruggiero Romano. Presso Diabasis ha pubblicato Un modello per la storia. Materiale, attività, funzioni (2000) e Altrove. Viaggi nel diverso, viaggi nella storia (2003).


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Premessa: i caratteri del problema

È il 25 aprile 1974. La Rivoluzione dei garofani dei capitani portoghesi mette fine a un tempo a un regime autoritario e agli ultimi resti di un dominio imperiale. Angola, Mozambico, Capo Verde, Guinea, San Tomé, Timor, da paesi coloniali (o Provincias Ultramarinas, per l'ultima dizione costituzionale), diventano stati indipendenti.
Esiste una curiosa simmetria nella storia della formazione ed estinzione dell'impero coloniale portoghese. I due capi di questa lunga storia plurisecolare sono, infatti, contraddistinti entrambi da eventi classificati come "rivoluzioni". La prima risale al 1385 quando, con Giovanni I, salì al trono portoghese la nuova dinastia degli Avis dopo una sanguinosa guerra civile. Ciò ebbe l'effetto di una svolta rivelatasi poi importantissima nella storia di questo paese. La connotazione di "rivoluzione" per questo avvenimento viene in generale ascritta – sulla base dell'unico storico portoghese, Fernão Lopes, che ne trattò a una distanza non eccessiva dall'evento (1443) – al fatto che Giovanni I d'Avis riuscì a prevalere sugli eredi della dinastia borgognona e dei loro alleati castigliani grazie, in buona misura, al favore che egli godette da parte del povo di Lisbona (artigiani, mercanti, negozianti), in una parola, di quella "borghesia" cittadina allora esistente, definita anche come gli homens bons) e della gente comune, più umile, quella che F. Lopes definiva arraia miuda (minutaglia, gente di bassa condizione). Nella lotta dinastica, insomma, il fattore "rivoluzionario" era determinato dall'inserimento del "popolo" e di "uomini nuovi" in una vera e propria guerra civile che, per quasi tre anni, spaccò il paese in due parti opposte, in una delle quali la partecipazione di costoro risultò di grande peso nel mutamento della struttura del paese, e tale fu il cambiamento da far dire a Fernão Lopes che allora era nato un «mondo nuovo e una nuova generazione di uomini», che, partiti da bassa condizione, si erano nobilitati sul campo e avevano acquisito dignità e onori nel nuovo stato e nella nuova dinastia degli Avis.
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