
Giugno 2005
Collana Parma e il suo territorio
Formato 16x23
Pagine 372
Illustrazioni 18 in b/n e a colori
Prezzo di copertina euro 49,00
ISBN 88 8103 238 4
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- scheda libro.pdf | A duecento anni dalla morte dell'ultimo dei primi Borbone di Parma, don Ferdinando, hanno preso nuovo vigore gli studi su un sovrano molto amato dai sudditi, ma inviso agli intellettuali del suo tempo e guardato con sospetto dagli storici. Un duca tutto sbagliato: vissuto tra la stagione dei Lumi e la Rivoluzione, estraneo ai primi e incapace di comprendere il nuovo mondo che andava affiorando sull'onda dell'Ottantanove. Un duca spesso ridicolizzato, proposto come grottesca caricatura del passato: più attratto dall'incenso che dai Lumi, debole, insignificante, succube della moglie, l'austriaca Maria Amalia. Ora regge ancora questo ritratto? Studiosi italiani, francesi ed austriaci convenuti due anni or sono al Convegno internazionale su Ferdinando di Borbone hanno gettato nuova luce su Ferdinando e il suo tempo, su Parma e l'Europa: politica, cultura, società, arte, scienze fanno da sfondo alla vicenda privata di un giovane principe che doveva impersonare, agli occhi dei parenti e degli istitutori, un modello che non gli apparteneva.
Alba Mora insegna Storia del Risorgimento e Storia degli antichi stati italiani all'Università di Parma. Ha scritto Per una storia dell'associazionismo femminile a Parma: GDD e UDI tra emancipazione e tradizione (1943-1946) e, insieme a Luciana Brunazzi, Aspetti della condizione femminile a Parma nel primo dopoguerra (entrambi Parma 1981); Adua e l'idea della rivincita (Marzo 1896) (Milano 1979) ed Echi della guerra d'Africa nell'ultimo ministero Crispi: le dimissioni di Sonnino nel dicembre 1895 (Milano 1977). |
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Introduzione
Requiem per un Borbone
Carlo Capra
Un Borbone tra Parma e l'Europa, il titolo scelto per il Convegno internazionale tenuto nell'Abbazia di Fontevivo nel giugno 2003, riflette assai bene la posizione del piccolo ducato di Parma e Piacenza al passaggio tra il regno di Filippo di Borbone e quello di don Ferdinando, che al padre prematuramente scomparso succedette nel 1765, all'età di appena quattordici anni. Questo staterello assegnato a un figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, che ebbe in sorte di sposare una figlia di Luigi XV, doveva naturalmente tramutarsi in una «vetrina della politica borbonica in Europa», secondo la bella definizione di Franco Venturi, e il dubbio poteva soltanto riguardare quale delle due influenze avrebbe avuto il sopravvento, quella di Madrid o quella di Versailles. D'altra parte il ducato ex-farnesiano aveva costituito un tradizionale terreno di scontro tra il Papato, che rivendicava su di esso l'alta sovranità («in ducato nostro parmensi», si legge nel celebre monitorio lanciato contro il governo del Du Ti
llot da papa Clemente XIII il 30 gennaio 1768) e gli Asburgo di Vienna che ne sostenevano l'imperialità, uno scontro acuitosi negli anni della guerra di Comacchio al principio del secolo; e non si dimentichi che per dodici anni, tra il 1736 e il 1748, Parma aveva fatto parte con Milano e con Mantova della Lombardia austriaca, e aveva dunque risentito delle iniziative riformatrici degli ultimi anni dell'imperatore Carlo VI e poi del nuovo clima instaurato dalla volontà di rinnovamento di Maria Teresa e dai lungimiranti progetti di Gianluca Pallavicini.
Il quadro internazionale entro cui si collocano le vicissitudini del ducato ex-farnesiano nella seconda metà del Settecento è ricostruito con mano maestra da Michel Vovelle nella relazione di apertura al Convegno di cui si pubblicano ora gli atti. Si può interpretare come un ricollegamento ai trascorsi asburgici anteriori alla pace di Aquisgrana il matrimonio negoziato nel 1768 e celebrato nel 1769 tra il giovane duca e l'arciduchessa Maria Amalia, di cinque anni maggiore di età. Ma, come osserva Brigitte Mazohl-Wallnig nel suo contributo, questa unione si inquadra da un lato nella politica di alleanza con le corti borboniche inaugurata dal rovesciamento delle alleanze del 1756, dall'altro nella tendenza a rafforzare l'influenza austriaca in Italia ricorrendo non più agli strumenti del diritto feudale imperiale, ma ai legami matrimoniali e dinastici. La via era stata aperta dal «trattato nuziale» stipulato nel 1753 tra Maria Teresa e Francesco III d'Este, preannuncio del matrimonio, che avrà luogo nel 177
1, tra l'arciduca Ferdinando e Maria Beatrice, unica erede del ducato, e in seguito dell'assorbimento di quest'ultimo nell'orbita austriaca; era seguito, nel 1760, lo sposalizio del primogenito dell'imperatrice, il futuro Giuseppe II, con Isabella di Parma, sorella maggiore di don Ferdinando; e l'ultimo colpo messo a segno sarà l'unione nel 1768 di un'altra arciduchessa, Maria Carolina, col giovane re di Napoli Ferdinando IV. Colpisce il parallelismo tra le vicende di Maria Amalia e di Maria Carolina, donne entrambe volitive e orgogliose, capaci di imporsi ai deboli mariti e di disfarsi nel giro di pochi anni di primi ministri onnipotenti e prestigiosi come Guglielmo Du Tillot a Parma e Bernardo Tanucci a Napoli. Ma solo la prima, come osserva in un'altra relazione Pia Mörtinger-Grohmann, riuscì a irritare Maria Teresa al punto da indurla a sospendere la corrispondenza con la figlia; forse per l'apparenza di maggiore docilità che Maria Carolina sapeva dare ai suoi rapporti con la famiglia di origine
, o forse perché a dieci anni di distanza si sarà attenuata la priorità un tempo attribuita all'armonia con le corti borboniche.
Le due relazioni (marzo 1768 e febbraio 1769) di Giuseppe Pecis, un funzionario lombardo incaricato dal governo di Milano di riferire sulla situazione parmense, analizzate e parzialmente pubblicate da Alba Mora in Appendice, offrono una testimonianza di prima mano sulla corte di Parma, sulla personalità del giovane duca, sulle sue inclinazioni, sul suo stile di vita e persino sul suo aspetto fisico: una testimonianza da accostare alle altre già note, tra le quali le impressioni dei viaggiatori stranieri, passate qui in rassegna da Giorgio Cusatelli, le osservazioni del ministro francese Flavigny (i cui estratti, compilati da Médéric Moreau de Saint-Méry, si possono ora leggere nella bella edizione delle Notices historiques de Parma a cura di Carla Corradi Martini), e infine la Storia della mia vita scritta nel gennaio 1770 dallo stesso Ferdinando. Sembra sostanzialmente confermata, dalla lettura di queste fonti, l'immagine consacrata da una lunga tradizione storiografica: quella di un sovrano non privo di in
telligenza e dotato di una buona cultura, ma irresistibilmente attratto da «tout ce qui a rapport à l'extérieur de la religion & au monachisme» e protagonista quindi di una sorta di crisi di rigetto nei confronti di un'educazione alla quale avevano contribuito alcune delle menti più brillanti dell'Europa dei Lumi: tra queste Condillac il cui Cours d'étude, già approfonditamente studiato per la parte storica da Luciano Guerci, è ora attentamente rivisitato da Carminella Biondi. Verrebbe da parlare di un accanimento pedagogico, alla fine controproducente, di fronte a passi come questo di Giuseppe Pecis, relativo al barone di Keralio: «Si è talmente al suo impiego consacrato, che negli anni tutti dell'educazione non ha mai un sol momento né di giorno né di notte perduto d'occhio il giovane Principe, se non per consegnarlo nelle ore di studio al precettore di cui era sicuro». «La troppa severità» di Keralio è ricordata, senza rancore, nella memoria autobiografica di Ferdinando: e quando questi parla della s
ua «vivissima brama di farsi frate» o delle «penitenze di dieci o dodici giorni» inflittegli «per essersi divertito a dissegnare campane e Santi» (p. 84), si può forse avanzare l'ipotesi che nella Santa Madre Chiesa egli abbia trovato quella tenerezza e quell'appagamento emotivo che non aveva potuto ricevere dalla madre carnale (appena fuggevolmente nominata in questa memoria a p. 79) né sperimentare nel rigido ambiente di corte.
Ma l'indagine psicologica è un terreno scivoloso per lo storico. Forse è meno azzardato collegare la riconversione di Ferdinando dai Lumi all'incenso (per riprendere il bel titolo del saggio di Giuliana Ferrari sull'evoluzione artistica a Parma nella seconda metà del Settecento) alla temperie politico-culturale di un'epoca in cui sembra entrare in crisi il cattolicesimo illuminato che aveva conquistato una sorta di egemonia nell'età di Muratori e di Benedetto XIV e in cui la Chiesa si arrocca nella difesa del suo patrimonio dogmatico e istituzionale da una generale «rivolta contro Roma», che vede idealmente alleati riformatori e giansenisti, sovrani che cacciano i gesuiti e combattono le immunità ecclesiastiche e scrittori come Voltaire o, in Italia, Pilati e Amidei. La parabola del vescovo di Parma Adeodato Turchi, prima collaboratore di Du Tillot poi zelante difensore dell'ortodossia religiosa e fustigatore dei costumi del secolo, è indicativa della crescente difficoltà di conciliare fede e ragione, a
ttaccamento alla Chiesa e adesione al moto delle riforme: un personaggio che avrebbe meritato nel nostro convegno una relazione che aggiornasse la monografia a suo tempo dedicatagli da padre Stanislao da Campagnola. Ma è tutta la vita religiosa del ducato ex-farnesiano a richiedere un approfondito riesame, per il quale l'acuta indagine di Ugo Baldini sulla cultura gesuitica può costituire un brillante modello.
Il quadro socio-istituzionale del ducato è oggetto delle trattazioni generali di Tocci e Amato, che non possono non rifarsi ai classici studi di Cipelli e Benassi sulle riforme di Du Tillot, e di approfondimenti che vanno dal richiamo al regime demografico (Soliani) al tentativo di creare un ordine professionale degli agrimensori (Dall'Acqua), alle provvidenze a beneficio della vasta schiera di poveri e bisognosi (Visioli). Per la storia della cultura utili integrazioni sono portate dalle relazioni di Giuseppe Olmi (sulle scienze naturali), di Giorgio Cosmacini (sulla medicina), di Sergio Di Noto (sulla cultura giuridica) e di Giuliana Ferrari (sulle arti figurative), oltreché dalla già citata relazione di Baldini sui gesuiti. Alquanto in ombra rimangono il versante filosofico-letterario e l'editoria, che pure negli anni di Du Tillot contribuirono non poco a guadagnare a Parma la fama di «Atene d'Italia» e anche in seguito mantennero una certa vitalità, grazie alla presenza di figure come l'erudito Ireneo
Affò e lo stampatore Giambattista Bodoni. Un tema da proporre o riproporre per future ricerche è quello della censura. Sembra che a Parma vedesse la luce nel 1768-69, presso Filippo Carmignani, un'edizione riveduta dall'autore del Dei delitti e delle pene di Beccaria, mentre dieci anni più tardi fallì, per le inframmettenze dei revisori, il tentativo dello stesso tipografo di stampare i Discorsi di Pietro Verri.
Le relazioni conclusive riallacciano il dialogo con l'Europa che aveva contrassegnato la fase iniziale del regno di Ferdinando. Vittorio Criscuolo ha ricostruito il movimento giacobino e le sue propaggini milanesi nel triennio 1796-99; è questo uno dei pochi contributi in cui si propone un confronto tra Parma e Piacenza, due ambienti socio-culturali ben distinti e, si direbbe, ancor oggi divisi da antiche diffidenze e gelosie. Va riconosciuto che Piacenza, anche a causa dell'emergere di grandi personalità (Gioia, Romagnosi, Giordani) è stata oggetto negli ultimi tempi di indagini più ampie e approfondite di quelle che hanno riguardato la capitale del ducato. Francis Pomponi ha infine illustrato con ampia ed equilibrata visuale la nuova fase politica aperta dalla battaglia di Marengo e dai trattati di Lunéville e di Aranjuez. L'inevitabile assorbimento del ducato nell'orbita napoleonica si articola in due fasi ben distinte, quella impersonata dal Moreau de Saint-Méry e dalla volontà di una ripresa del rifo
rmismo settecentesco, in cui vennero considerate anche altre alternative, come l'aggregazione alla Repubblica Italiana, e quella dell'annessione pura e semplice dettata dagli imperativi militari e dalla ormai illimitata volontà egemonica dell'imperatore.
L'atteggiamento di don Ferdinando, in questo turbine di avvenimenti, fu quello di una ferma e dignitosa difesa del suo trono, dell'autonomia e dell'ordine interno del ducato ex-farnesiano, che risaliva per l'essenziale alla Controriforma. Un aspetto della sua personalità che le fonti concordemente sottolineano è l'attaccamento alle usanze e perfino al dialetto locale, la predilezione per le mascherate e per le feste popolari. Paradossalmente l'allievo di Condillac e Keralio, il rappresentante dei Borboni di Spagna e di Francia, il marito di un'arciduchessa austriaca si rivelò il più xenofobo e misoneista dei principi italiani del tempo. A Parma e Piacenza, in misura assai maggiore che in altre regioni d'Italia, i Lumi e le innovazioni sembrano venire dall'esterno, dalla Francia, e scontrarsi con un assetto della società e dello Stato riluttante a ogni modifica sostanziale, con un antico regime che si presenta «nella pienezza del vigore» ai rappresentanti dell'impero napoleonico ancora dopo il 1805.