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LA CHIESA DI SAN SISTO A PIACENZA






Aprile 2006


Collana Belvedere Guide
Formato 16x24
Pagine 160
Illustrazioni 29 immagini in b/n e 67 a colore
Prezzo di copertina 15,50
Prezzo online € 9,30
ISBN 88 8103 412 3


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La chiesa abbaziale di San Sisto si trova all'estremo lembo nord del centro storico di Piacenza, incuneata tra le vie. Al visitatore che giunge dalla via omonima si presenta la visione di uno splendido e insigne monumento rinascimentale, edificato su un primitivo edificio protoromanico. L'attuale assetto della chiesa si deve alla lungimiranza dei padri benedettini e alla genialità del suo architetto, Alessio Tramello, che agli inizi del XVI secolo diede inizio al progetto.
Questa guida vuole dare voce alla complessità della storia costruttiva dell'edificio, alle figure insigni che qui transitarono (da Carlo VIII, a papa Giulio II, a Lorenzo de'Medici), e non ultimo alla celebre e conosciutissima Madonna Sistina, dipinta da Raffaello proprio per questa chiesa, che nel tempo ha riscontrato grande fortuna critica, rimanendo viva nell'immaginario di scrittori, filosofi, pittori e artisti moderni.

INDICE

Ritorno a San Sisto, Edouard Pommier

Prima parte San Sisto e la città

La storia, Gianluca Battioni

San Sisto di Piacenza, centro di cultura e di spiritualità
benedettina, Giovanni Spinelli

Seconda parte L'architettura

L'architettura: storia dell'edificazione, Bruno Adorni
Percorso di "lettura" del manufatto
Alessandra Campanini


Terza parte Gli interni

L'arredo sacro dal Quattrocento al Settecento
Davide Gasparotto

Quarta parte Il lungo respiro di un'assenza

Il destino della Madonna Sistina, Eugenio Gazzola

La Madonna Sistina nella cultura russa, Cesare Bori

Appendice

Nuova serie cronologica dei Superiori Cassinesi
di San Sisto, Giovanni Spinelli

Glossario

Bibliografia

da Ritorno a San Sisto di Edouard Pommier

Mia moglie ed io abbiamo visitato San Sisto di Piacenza il 7 aprile 2001. Vi ritorniamo oggi per rispondere all'amichevole invito di Enrico Castelnuovo e alla fiduciosa richiesta di Alessandro Scansani.
Il viaggio in Italia, per l'innamorato di questo paese così come per lo storico dell'arte (due modi di essere che a dire il vero, si confondono poiché l'Italia, inventando l'arte, si è essa stessa inventata) prende sempre la forma di un ritorno; anche quando partiamo per la prima volta alla scoperta di un luogo, di un monumento, di un'opera, si tratta pur sempre di un ritorno, un ritorno ai ricordi delle nostre letture, dei nostri sogni o della nostra immaginazione; a meno che non si tratti di un vero ritorno, per rifinire le conoscenze e confermare le emozioni.
Visitare San Sisto rappresentava certo un passaggio obbligato durante un'escursione a Piacenza, l'ultima della città che, dopo Rimini, contrassegnano la via Emilia, come sentinelle erette per vegliare sull'eredità di una storia spesso più antica di quella di Roma.
Ma visitare San Sisto voleva anche dire corrispondere al segnale lanciato da Winckelmann che nei suoi Pensieri sull'imitazione, prima ancora di lasciare Dresda, evoca il quadro che aveva appena fatto il suo ingresso nella famosa galleria del principe elettore di Sassonia: «era un quadro che veniva dallo stesso altare del convento di San Sisto a Piacenza. Gli amatori e i conoscitori dell'arte vi si recavano per vedere questo Raffaello».
Le mie prime ricerche sulla storia della teoria e delle istituzioni artistiche si sono basate su Winckelmann e io ho conservato dal suo corpus la frase che identifica San Sisto alla memoria di un'assenza, quella del Raffaello acquistata nel 1754 da Augusto III per il museo della sua capitale, Dresda, del quale doveva rappresentare ormai uno dei capolavori, a fianco di quelli acquistati, una decina di anni prima, presso il duca di Modena. Da quel momento, recarsi a San Sisto avrebbe rappresentato il ritorno su un vuoto. Si andava là per ammirare il Raffaello e vi si sarebbe andati ormai per cercare l'impronta del proprio ricordo.


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