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GIUSEPPE POGGI LA COSTRUZIONE DEL PAESAGGIO
Elisabetta Maria Agostini



Gennaio 2003

Collana Architetture italiane
Formato 19x27
Pagine 104
Illustrazioni 53 b/n
Prezzo di copertina euro 20,63
ISBN 88-8103-354-2

- Scheda libro.pdf
Secondo volume della collana Archiletture, diretta da Paolo Zermani, docente di Composizione Architettonica all'Università di Firenze, questo libro affronta il tema del paesaggio attraverso la figura di Giuseppe Poggi. Il paesaggio come materia interrogata e plasmata dall'uomo, in un rapporto dialettico tra natura e artificio, è il filo conduttore di questo studio e di tutta l'opera dell'architetto fiorentino. Partendo da un excursus sugli scritti e sui numerosi progetti toscani di Poggi, il libro scandaglia il complesso dei progetti legati all'incarico per l'ampliamento di Firenze capitale d'Italia: la ricerca di uno spazio pubblico, in cui tessuto urbano e paesaggio, monumenti e collina siano strettamente connessi, che trova la massima espressione nel Piazzale Michelangelo.

Giuseppe Poggi (1811-1901) architetto fiorentino, è autore delle principali trasformazioni urbane legate alla vicenda di Firenze Capitale, a cui lavora incessantemente a partire dal 1864. Accanto alle opere a scala urbana, numerosi sono gli interventi attuati per conto della aristocrazia fiorentina, in particolare nelle ville suburbane delle colline che contornano Firenze.

Elisabetta Maria Agostini (1972) è architetto e dottore di ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana presso la Facoltà di Architettura di Firenze.










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Nota introduttiva

Il Florenzer Tagebuch, quaderno di riflessioni e ricordi che accompagnerà il giovane Rilke in Italia nel viaggio attraverso la conoscenza del mondo mediterraneo, raccoglie già in apertura un preludio in forma di breve nota densa ed eloquente su quel paesaggio fiorentino osservato nell'ultimo scorcio del XIX secolo, teatro delle profonde mutazioni sociali ed economiche che influiranno sulle trasformazioni degli assetti territoriali ed urbani del paesaggio italiano. Dalla terrazza della Pension Benoit sul lungarno Serristori, Rilke, allora ventiquattrenne, annota nel diario dedicato a Lou, la donna amata, a testimonianza della sua ammirazione, le impressioni e le aspettative del suo soggiorno appena iniziato. E le prime riflessioni trascritte nel diario suggellano lo spazio della nuova dimora condensato nella grande terrazza che per il poeta è la «stanza all'esterno» con un'unica parete chiusa coperta di rose gialle e viole in vasi di pietra. Rilke vorrebbe apparire a queste ultime come un essere affine, vorrebbe sentirsi parte della materia stessa del paesaggio. Ma la bellezza della parete di fiori «sbiadisce la propria magnificenza rispetto allo splendore degli altri tre lati dinanzi ai quali pende il paesaggio ampio […]». Rilke non tornerà a descrivere la sua abitazione, sembra averne espresso il carattere in queste righe iniziali dove lo spazio della casa coincide con lo spazio esterno, la dimora è assimilata al paesaggio. Endocosmo ed esocosmo si toccano, l'infinitamente grande al di fuori dell'uomo e l'infinitamente piccolo all'interno dell'uomo di Pascal entrano in contatto, gli spazi si fondono; interno ed esterno confluiscono uno nell'altro senza soluzione di continuità sfumando il passaggio dall'una all'altra condizione spaziale in un paesaggio architettonico che secoli prima aveva visto la facciata di Palazzo Rucellai, esterna allo spazio del palazzo, ma propriamente partecipe della via in cui si sarebbe affacciata, divenire per Leon Battista Alberti elemento compositivo di un interno, con i semipiani a seguire l'andamento orizzontale delle linee prospettiche senza aggetti che interrompessero la direzionalità prevalente e la continuità di quel paesaggio urbano rigorosamente trascritto come su una tela. Nella immediatezza della intuizione spaziale appena colta traspare il carattere dominante della città che Rilke si appresta a conoscere, lo stesso carattere assaporato e conosciuto approfonditamente da Rudolf Borchardt quando definisce Firenze e le sue colline un «adorno anfiteatro montuoso», espressione piena dell'intimo armonioso equilibrio di quel territorio toscano che raccoglie e individua con perfetto nitore gli elementi costitutivi del paesaggio e i loro interlocutori. È il 1898: il piazzale Michelangelo alle spalle del giovane Rilke si distende sotto San Miniato, il Monte alle Croci, la piccola Loggia, e guarda, forse con stupore, Firenze, mutata ed estesa oltre il limite comunemente noto della cerchia arnolfiana. Intorno il paesaggio delle colline di Fiesole, Settignano e Montughi, l'adorno anfiteatro montuoso osservato da Brochardt all'inizio del XX secolo. Attraversata la fase delle profonde trasformazioni che la destinavano Capitale del nuovo Regno Unito Firenze soppesa l'esperienza condotta, una volta che, dopo averne determinato un repentino e subitaneo cambiamento, altrettanto rapidamente la aveva abbandonata. Giuseppe Poggi, autore delle principali mutazioni legate al trasferimento della Capitale a Firenze, si accinge a concludere la sua attività professionale, raccoglie le memorie di quanto è trascorso difendendo la verità dei fatti e si preoccupa che le opere realizzate non siano anch'esse travolte dall'improvviso mutamento delle condizioni storiche e sociali. Lo "stradone delle mura", il piazzale Michelangelo, le piazze lungo il viale circondario, elementi di un unico grande intento, rappresentano, sul finire del XIX secolo, la difficile sintesi di un paesaggio ridisegnato alla luce di nuove consapevolezze legate ad una realtà profondamente mutata. Un coevo del Poggi avverte il panorama urbano dischiuso alla vista come il «difficile riassunto d'un paesaggio mutevole quasi sfuggente che si potrebbe guardare dall'alto come il corpo di una colossale creatura rannicchiata in felice torpore», a voler sottolineare il perdurare nelle opere poggiane di quel carattere di intima comunione e assonanza con il paesaggio fiorentino e di partecipazione alla sua natura, che sembra ora raccolta in quel «felice torpore». Una ricca attività progettuale, tangibile attraverso i numerosi interventi realizzati oltre che nei progetti, si "innesta" nella struttura urbana e naturale a voler esprimere e rafforzare un «principio di compimento intrinseco» alla città-organismo che non ne ostacola l'evoluzione o la crescita, così come «tollera malamente le deviazioni o le manipolazioni»4, per ribadire ogni volta, fin con troppa certezza, quel carattere permanente. Un lavoro sottile quello del Poggi, un racconto velato, quasi sopra le righe, a fronte delle difficoltà generate dall'attuazione del Piano di Ampliamento della città di Firenze, e a volte, a causa dello stesso, quasi mistificato. Brevi tracce, alcuni indizi negli scritti, nelle lettere e negli appunti di viaggio che possano condurre ad una riflessione sul paesaggio: l'opera costruita rappresenta il suo scritto.


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