| GIOVAN BATTISTA ALEOTTI E L'ARCHITETTURA |
| a cura di Costanza Cavicchi, Francesco Ceccarelli, Rossana Torlontano |

Settembre 2002
Collana L'Archimetro
Due volumi in cofanetto non vendibili separatamente
Formato 24x26
Pagine 280
Illustrazioni 149 b/n
Prezzo di copertina € 46,50
Prezzo online € 27,90
ISBN 88 8103 365 8
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- Scheda libro .pdf | La complessa figura di Giovan Battista Aleotti, architetto e ingegnere tra i più significativi tra Cinque e Seicento italiano, è analizzata in questo volume, riccamente illustrato. Attraverso la molteplicità e varietà degli studi e delle nuove acquisizioni documentali, viene fatta nuova luce, con gli studi di ricercatori e docenti universitari, accreditati fra i maggiori studiosi, sulle opere di questo artista eclettico: dall'architettura ecclesiastica – con le chiese di San Carlo e di Santa Margherita a Ferrara, l'oratorio di Santa Croce ad Argenta e la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma – all'ingegneria idraulica: gli interventi in Romagna o il testo della Corografia dello Stato di Ferrara e agli ormai noti cinque libri dell'Hidrologia. Non ultimi i significativi interventi nell'ambito della tradizione teatrale di inizio Seicento: tra tutti il teatro Farnese di Parma. E ancora i progetti per i Bentivoglio a Ferrara e a Gualtieri, per i Thiene di Scandiano o l'opera giovanile della Fortezza di Mont'Alfonso, avamposto estense in Garfagnana. Un quadro variegato ma emblematico del fervore culturale e artistico che Aleotti, attraverso le più varie e insigni committenze, riuscì a raccogliere intorno a sé tra Cinquecento e Seicento.
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Introduzione
La generazione di architetti che si è affcciata alla professione alla morte di Vignola e di Palladio o poco dopo, cioè quella di Aleotti, Domenico Fontana, il suo un po' più giovane nipote Carlo Maderno, Martino Bassi e Vincenzo Scamozzi, per dirne alcuni, mostra una qualche difficoltà a seguire sia la capacità vignolesca di tenere in vita la grande esperienza del primo Cinquecento romano senza "acquietarla" troppo, sia l'efficace consapevolezza palladiana nel resuscitare l'antico. Soprattutto i professionisti che non si sono lasciati andare ai giochi fuori le righe dei "manieristi" più accesi, sembrano tradire una certa stasi linguistica, un irrigidimento un po' didascalico della ricca tradizione cinquecentesca, senza peraltro arrivare in genere a una vera premessa al linguaggio barocco. In un certo senso il "consumo" di un linguaggio (anche dell' Horror vacui manieristico) che trova più senso o "espressione" paradossalmente nell'estrema emplificazione pauperistica di certa architettura della controriforma al di fuori del classicismo, o del ghiribizzo puntuto e pratattico di qualche "abbacinato" michelangiolista. Così, anche rispettando lo spirito del tempo, forse non bisogna pretendere troppo aggiornamento e novità d'impostazione linguistica da un architetto che ha dato le sue più importanti prove dopo i sessant'anni, sovrapponendosi all'attività di architetti di una o due generazioni più giovani. |
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