
Settembre 2004
Collana Il pomerio
Formato 16x23
Pagine 352
Immagini 26 xilografie
Prezzo € 25,80
ISBN 88 8103 332 1
- scheda libro.pdf | Tradotto da Giuseppe Tonna
Un classico della letteratura rinascimentale, nel suo rovesciamento comico-burlesco, proposto in una nuova, insuperabile traduzione di Giuseppe Tonna, lasciata inedita, che rinnova completamente la celebre edizione feltrinelliana del 1958.
Poema in venticinque libri, testo principale delle Maccheronee, Il Baldo di Teofilo Folengo narra le avventure
dell'omonimo eroe padano, le sue nobili origini, l'infanzia nel piccolo borgo di Cipada, il suo incredibile viaggio,
in compagnia di una banda di cavalieri e farabutti, sino al regno degli inferi, alla gigantesca zucca finale, eterna
dimora di astrologi e poeti.
Alternando un crudo realismo alla più stralunata visionarietà, l'opera del Folengo, scritta in un beffardo latino d'invenzione rappresenta un modello insuperato di "poema maccheronico", noto e apprezzato anche al di là dei confini nazionali sin dal XVII secolo, tanto da essere considerato in Francia un «prototipo di Rabelais».
Con la traduzione della Cronaca di Salimbene de Adam, quella del Baldo rappresenta il capolavoro di quel geniale filologo che fu Giuseppe Tonna. |
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Libro primo
Mi è venuta la fantasia – una matta fantasia – di cantare la storia di Baldo con le mie grasse Camene. La sua fama altisonante, il suo nome gagliardo fa venire ancora la tremarella alla terra, e la voragine infernale, nella sua nera paura, si caga addosso.
Ma in prima l'aiuto vostro bisogna chiamare, o Muse che date vita all'arte macaronica. Potrebbe la mia gondola strigarsi dagli scogli di questo mare, se il vostro favore non la raccomandasse? E non mi stiano a soffiare negli orecchi i loro carmi né Melpomene né quella minchiona di Talia né Febo che se ne sta grattando tutto il giorno la sua chitarrina: perché quando penso al budellame della mia pancia, non fa per me, per la mia piva, la chiacchiera del Parnaso. Ma solo le Muse mangione, le dotte sorelle, Gosa, Comina, Striazza, Mafelina, Togna, Pedrala, vengano qui a imboccare il loro caro poeta di gnocchi, e mi diano cinque o anche otto tegame di polenta fumante.
Queste sono le mie dee e le mie ninfe, bell'e grasse che colano; e il loro albergo, la regione e terra loro è lontana lontana, in un cantone del mondo che la caravella degli Spagnoli non ancora è stata buona di trovare. C'è qui una grande montagna che si leva fino alle scarpe della luna e se uno la vuol paragonare allo smisurato Olimpo, non un monte ma una collina deve dire che è l'Olimpo. E qui non ci sono le corna del Caucaso, non la schiena del Marocco, non l'Etna che sputacchia ogni tanto le sue fiammate di zolfo: qui non viene Bergamo a cavare, come fa nelle sue montagne, le rotonde macine che poi vedi pirlare nei mulini e tritare le granaglie: ma Alpi di formaggio sono quelle che noi abbiamo passato per di là – formaggio ora tenero, ora ben stagionato, ora di mezza via.
Credetemi, non sono tanto storie, ve lo giuro: e poi una bugia, anche una sola, non la direi, non la direi per tutto l'oro del mondo.
Al basso corrono giù profondi fiumi di buon brodo che poi vanno a formare un lago di zuppa, un mare di stracottini. E qui passano e ripassano barche, barbotte, brigantini snelli, a migliaia, tutti di torta: e sopra ci stanno le mie Muse e gettano lacci e reti – reti cucite con budelle di maiale e con busecche di vitello – e pescano gnocchi, frittole e gialle tomacelle. Ma è un grosso guaio quando quel lago va in travaglio e con l'onde turbate bagna il soffitto del cielo. Non combini una giostra così tumultuante, o lago di Garda, quando gridano i venti intorno al casamento di Catullo.