
Gennaio 2004
Collana Passages
Formato 16x23
Pagine 288
Illustrazioni 84 fotografie
Prezzo di copertina euro 24,00
ISBN 88 8103 164 7
- scheda libro.pdf | Un geografo in viaggio da Istanbul a Samarcanda, che porta come compagnia «Il Milione» di Marco Polo, racconta giorno per giorno, nello svolgersi di quattro mesi, il mondo d'Oriente, i suoi usi e costumi.
Attraverso uno sguardo insieme poetico e fotografico – ricco della sensibilità culturale e antropologica, poetica, socialmente attenta che ha un vero esploratore – l'autore coglie particolari di vita di un'umanità in bilico fra le attività tradizionali e il mito dell'Occidente ricco e industrializzato.
Eugenio Turri, veronese, geografo, esploratore "viaggiatore vero", è autore tra l'altro di Antropologia del paesaggio (1947 e 1981), Semiologia del paesaggio italiano (1979 e 1990), Dentro il paesaggio: il territorio-laboratorio (1982), Gli uomini delle tende (1983), La via della seta (1983), Weekend nel Mesozoico (1992), Miracolo economico: dalla villa veneta al capannone industriale (1995), Il paesaggio come teatro (1998), La megalopoli padana (2000). Ha diretto grandi opere tra cui i dodici volumi de Il Milione e i tre di Adriatico, mare d'Europa.
È stato consulente per la pianificazione paesistica e territoriale alla Regione Lombardia e ha insegnato Geografia del paesaggio alla Facoltà di Architettura e Urbanistica del Politecnico di Milano. |
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Gli odori di Istanbul
Per iniziare il mio viaggio, che compio da solo, sono arrivato con la nave a Istanbul. In questi giorni, ai primi di luglio, c'è molto caldo e la grande metropoli mi appare più soffocante e implacabile di altre volte. C'è anche qui, ma in forme più rozze e peggiori, quell'ansia degli uomini d'oggi di inseguire il tempo, il danaro; un'ansia produttiva come nelle città europee.
Nel suo insieme oggi Istanbul non ha più nulla, o ben poco, di orientale o di levantino; è una città mossa sempre più da forze burocratiche e di lavoro e sempre meno da quell'individualistico interesse, tra ozioso ed equivoco, che è proprio del mondo levantino, dell'ambiente cittadino musulmano. Di mattina, lungo i marciapiedi all'ombra dei palazzi, si muovono uomini che vanno nelle banche, negli uffici, nei negozi; nel porto il traffico è intenso e simile a quello di un qualsiasi altro porto moderno. Si respira, in quest'ora, l'atmosfera della grande città con il suo movimento determinato dagli affari, con l'impressione di un lavoro febbrile e senza distrazioni. Tra gli odori inconfondibili della vecchia città musulmana sembra di poter cogliere oggi un odore nuovo, un miscuglio di officina, di limatura di ferro, di inchiostro, di macchine da scrivere.
Mi dirigo verso le sordide sokaklar di Galata e qui mi accorgo però che la vecchia Istanbul portuale e genovese non è ancora del tutto morta. Un giovanetto spinge in giù nella stretta viuzza in pendenza un rozzo carrettino sul quale stanno aggrappati due ragazzi che ridono e strillano. E trovo i tipici rappresentanti dell'antica Istanbul levantina: i rivenduglioli, le figure imprecisabili, i vecchi seduti e quasi incollati sui marciapiedi, i lustrascarpe.
Verso le undici raggiungo, attraverso il ponte di Galata animatissimo e pieno di venditori di pesce, la vecchia Stambul con le sue moschee. Passo attraverso il quartiere, dalle strette viuzze, oltre l'Università e la moschea di Solimano. Ci sono ancora, anche se sempre più rade, le vecchie case di legno, con i gerani alle finestre. E nei cortili delle moschee vedo uomini che riposano all'ombra invitante delle tettoie di piombo. Altri che all'interno pregano con devoto fervore. Qui è bello restare senza far nulla per delle ore intere in dolce abbandono, sentire sotto i piedi il soffice e fresco solletico dei tappeti, godere la penombra policroma delle grandi volte che imitano la curvatura del cielo. Qui si comincia anche ad amare l'Oriente, ad amarne l'odore umano, la pigrizia, la noia, il caldo, la sublime indifferenza agli eventi diurni.
Nelle moschee scorgo molti soldati che pregano, poveri e brutti giovanotti con la divisa stinta e sudicia. Sono sicuramente i figli dei vecchi contadini dell'Anatolia, i figli dei vecchi musulmani della Turchia immutabile: fervidi, umili e commossi di fronte alle moschee di una Stambul ancora favolosamente eguale, per essi, a quella dei loro padri, che ne parlano come di una città unica al mondo, gloria di Allah, dolce meta dei pellegrini, Dar-e-Saadet, paese della felicità.
Poco dopo mezzogiorno, col sole ancor più feroce e l'aria afosa, pesante, ritorno a Galata e, nei pressi della piazza di Taksim, vado in cerca di un ristorante. Entro in un locale nuovo e pieno di gente. L'arredamento del ristorante imita nella maniera più pedissequa e ridicola gli snack-bar di moda in Europa, importati col gusto americano e ispirati alle birrerie tedesche. Provo fastidio e insieme un sentimento di pena per i turchi. Penso che anch'essi, come tanti altri popoli, non riescono a prendere coscienza di sé, del proprio gusto, del proprio folclore; oppure non ci credono, ne hanno quasi vergogna, e così il mondo perde il suo sapore e tra non molti anni i viaggi negli altri paesi non riserveranno più sorprese.
Nel locale la gente è tutta di un certo rango: funzionari di banca, ufficiali dell'esercito, impiegati. Tutti hanno l'aria compiaciuta, propria delle persone che hanno coscienza di trovarsi in un luogo snob e distinto. Sui loro tavoli scorgo piatti senza sorpresa, prodotti neutri di un gusto livellato e ormai universale. Anche questo mi fa dispiacere, tanto più conoscendo la cucina turca, così tipica, così originale e ricca di buone cose.
Nel locale non trovo quello che voglio, quel sis börek di cui per qualche anno in Italia ho sentito la voglia dopo che l'avevo mangiato un giorno in una lurida affumicata lokanta di Adapazari. Trovo però dolmas, melanzane ripiene e kebab, arrosto.
Quando esco e passo davanti ai più modesti locali scorgo impiegati e lavoratori che mangiano con l'avidità propria dei turchi i piatti più genuini, le magre mascelle gonfie di grossi e mobili bocconi. Ciò significa che l'imitazione dei gusti occidentali è per ora limitata a particolari ambienti della grande città, mentre la grande massa dei turchi è ancora profondamente attaccata alle antiche abitudini, vivendo in un proprio mondo fatto di povertà, di facili appagamenti e finora privo di risentimenti di classe. Poi ancora vedo uomini vestiti con trascuratezza, col rozzo kasket in testa, le scarpe polverose, e penso che Istanbul è mutata solo in parte.
L'uomo turco è sempre quello, con i suoi baffi neri, le unghie sporche, i denti bianchi, i suoi entusiasmi, i suoi abbandoni, la sua inguaribile magrezza, la sua fame insaziabile; e Istanbul è, oltre che città moderna, ricca di umori europei, un palpitante proseguimento dell'Anatolia. Forse una gran parte di quegli uomini che vedo è gente venuta da pochi anni dai villaggi dell'altipiano, i nuovi urbanizzati che vivono nelle baracche e nei tristi falansteri della periferia.