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LA BABELE NELLA PAMPA
di Vanni Blengino




Aprile 2005

Collana Dal porto al mondo
Formato 16x23
Pagine 208
Prezzo di copertina euro 17,50
ISBN 88 8103 319 4

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«Quando gli albanesi eravamo noi»: è una espressione fortunata che il linguaggio giornalistico ha elevato a slogan per trattare dell'emigrazione italiana nelle Americhe. Un fenomeno vasto e complesso, una "transumanza sociale" che ha coinvolto più di venti milioni di italiani ed è durato più di un secolo. Dal commerciante con baffoni spioventi e organetto del sainete al gringo del Martín Fierro di José Hernàndez, al viaggiatore, scienziato naturalista, ingegnere o sacerdote, La Babele nella "Pampa" offre un ricco e variegato identikit dell'emigrante italiano in Argentina e dei suoi stereotipi, artisti e letterati compresi.
Un'appendice autobiografica racconta la vita nei coloratissimi quartieri di Buenos Aires (San Juan e Baldo, il quartiere genovese della Boca), la nostalgia e la passione per il tango e la voce di Gardel.

Vanni Blengino, laureato in Filosofia a Buenos Aires, docente di Letteratura ispanoamericana all'Università di Roma Tre, si è occupato di emigrazione italiana nella letteratura argentina, delle relazioni di viaggio tra America Latina, Europa e Italia e della letteratura ispanoamericana come espressione privilegiata del laboratorio multietnico americano. Fra le sue pubblicazioni: Il viaggio di Sarmiento in Italia, una Storia della letteratura latinoamericana e, per Diabasis, Il Vallo della Patagonia.

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Capitolo primo
Un progetto di nazione: l'immigrante teorizzato

«Discendiamo dai bastimenti.»
È una battuta ricorrente in Argentina e in Uruguay. Il verbo descender ha in italiano la stessa polisemia dello spagnolo: «scendere», «sbarcare», ma ha anche il significato di ascendenza «discendere da». Indica la propria origine, la provenienza familiare, e dunque vuole dire: «siamo figli di immigranti».
Tuttavia prima degli spagnoli e degli immigranti europei anche in Argentina vi erano gli indiani. Di loro restano vaghe tracce; sono stati confinati in zone periferiche del paese: il Chaco e la Patagonia. Non vi sono resti monumentali della loro storia e neanche una letteratura indigenista, o indianista che dir si voglia, capace di compatirli. Nella popolazione, in particolare nelle province più marginali e con maggior memoria storica, perdurano tracce del loro sangue in un meticciato che tende sempre di più a «imbiancarsi». Lo scrittore David Viñas si domanda: «Non saranno gli indios i desaparecidos del 879?», riferendosi alla «campagna del deserto» del generale Roca, il Custer argentino molto più fortunato e intelligente del suo pari grado nordamericano: fu infatti il generale a guidare la vittoriosa campagna militare, la cui conclusione ha sancito la "soluzione finale" del problema indigeno.
Prima di scomparire, gli indiani erano stati attivissimi, dando un bel po' di filo da torcere ai loro antagonisti, e la drasticità della "soluzione finale", decisa dalla campagna del deserto, è direttamente proporzionale all'efficacia della loro presenza, all'urto minaccioso delle loro razzie, alla loro capacità combattiva.
Dalla conquista in poi essi svolgono un ruolo particolarmente attivo nel condizionare lo sviluppo sociale di quella parte della colonia spagnola che diverrà poi la nazione argentina; e la loro presenza si farà sentire ancora dopo le guerre di Indipendenza contro la Spagna, fino alla fine dell'Ottocento.
Nel Sud del continente non c'erano né imperi né città-stato e dunque diventa improponibile un qualunque confronto con le grandi civiltà messicane o incaiche. Nelle sterminate pianure argentine sopravvivevano tribù nomadi e primitive. Non vi erano tra loro grandi teocrazie né vertici autoritari da colpire o aggirare con inganni, né imperi dilaniati da conflitti interni, che in altre aree hanno portato al crollo di un intero sistema politico-militare, come un castello di carte, di fronte all'urto e all'astuzia dei conquistatori. Per i popoli nomadi dell'America del Sud l'arrivo degli spagnoli non è annunciato da minacciosi presagi; i loro volti bianchi, le lunghe barbe, le armature, gli archibugi, i cavalli non colpiscono la fantasia popolare. Anzi, la cruz, el hambre, la espada (la croce, la fame, la spada), le tre spietate armi dei conquistatori si rivelano inutili, quando non si ritorcono proprio contro di loro.


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