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IL VALLO DELLA PATAGONIA
di Vanni Blengino



Marzo 2003

Collana Passages
Formato 16x23
Pagine 176
Illustrazioni 19 fotografie in b/n
Prezzo di copertina euro 13,00
ISBN 88 8103 156 6

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In Patagonia, a metà Ottocento, furono costruiti 300 km di un gigantesco vallo (oltre 800 quelli previsti dal progetto iniziale): una specie di grande muraglia cinese rovesciata, per proteggere la frontiera argentina dalle scorrerie degli indios. In breve, il vallo divenne la base dell'espansione argentina verso la Patagonia: un'aggressione che divenne tentativo di etnocidio. Fra i protagonisti storici di questa vicenda vi furono l'ingegnere inglese Ébelot, il giovane naturalista argentino Moreno e il padre salesiano italiano Costamagna.
Nel libro si narrano, attraverso testimonianze dirette, le grandi cavalcate collettive di rapina degli indios (i malones), le fughe, le manovre militari dell'esercito argentino nella pampa, i gauchos, le esplorazioni geografiche e scientifiche, e i salesiani.

Vanni Blengino, laureato in Filosofia a Buenos Aires, docente di Letteratura ispanoamericana all'Università di Roma III, si è occupato dell'emigrazione italiana nella letteratura argentina e delle relazioni di viaggio tra America Latina, Europa e Italia, e della letteratura ispanoamericana come espressione privilegiata del laboratorio multietnico americano. Fra le sue pubblicazioni sono da ricordare Oltre l'oceano. Gli immigranti italiani in Argentina; Il viaggio di Sarmiento in Italia. Analogie, utopie, polemiche; Storia della letteratura latinoamericana.

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Introduzione

José Luis Romero, in Latinoamerica: le città e le idee, considera che le motivazioni degli spagnoli nel fondare nuove città sul territorio appena conquistato e nel distruggere quelle che si trovavano sul loro cammino rispondessero ad una unica esigenza, quella di inventarsi una nuova Europa1. All'inizio la Spagna concepisce il suo impero come una rete di città, che tende ad annullare la realtà preesistente e stende a sua volta un muro a difesa preventiva dalla contaminazione del "meticciato" e dell'"acculturazione". La città si sovrappone così all'umanità e alla natura americana preesistente, pretendendo di cancellarla.
Si agisce dunque con intenzionale ignoranza2, come se i territori conquistati fossero un magnifico contenitore vuoto di umanità, ma anche di natura umanizzata, e su questa materia inerte i conquistatori si apprestano a disegnare una nuova mappa con un nuovo lessico che corrisponde ai desideri, agli interessi della corona e a quelli personali dei conquistatori. L'umanità precolombiana continua tuttavia ad esistere, non è facile e neppure conviene cancellarla del tutto, ma si agisce come se questi uomini (e questa natura), che sono ormai in balia dei conquistatori, non esistessero. Non è casuale che la nozione di destrutturazione sia stata così funzionale e ricca di applicazioni per gli storici moderni della conquista dell'America spagnola3. Questi meccanismi di egemonia, che stravolgono religioni, società e intere etnie, fanno seguito alla distruzione di alcune delle meravigliose città preesistenti alla conquista, da Tenochtitlán (l'attuale Città del Messico) a Cuzco in Perù. Benché i conquistatori fossero
consapevoli della bellezza di queste città (è nota la meraviglia di Cortés di fronte a Tenochtitlán) essi procedettero tuttavia, senza tentennamenti, al loro sterminio4.
La conquista dell'America nasce all'insegna della distruzione e dell'invenzione: nuove città con nuovi nomi sostituiscono quelle esistenti. Non sfugge quanto questa arbitrarietà nell'inventare città e attribuirgli un nome, stimoli l'onnipotenza e la fantasia dei sui esecutori, un'impresa sotto molti aspetti simmetrica a quella dello scrittore e a quella della letteratura. E non è casuale che la moderna letteratura latinoamericana si ispiri, ripercorra da una parte con una convergenza parallela, il cammino della fondazione delle città esistenti e contribuisca inoltre ad arricchire la geografia immaginaria e reale con l'invenzione di nuove città.
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