Ricordo di Giorgio Messori a dieci anni dalla morte

LA  NEVE  A  ZURIGO 

Ricordo di Giorgio Messori a dieci anni dalla morte

 

di Alida Airaghi

 Nel volume di Giorgio Messori Storie invisibili c’è un racconto intitolato La neve a Zurigo. E’ il primo che ho letto, con commozione particolare, perché io ho conosciuto Giorgio proprio a Zurigo, e dopo di allora ci siamo persi di vista. Insegnavo italiano per il Consolato dal 1978, lì vivevo con mio marito Siro Angeli e con le nostre due bambine. Il lavoro che svolgevo non era gratificante, ma era molto ben retribuito, e mi dava la possibilità di vivere con relativa tranquillità la mia non facile situazione familiare in una città bella, efficiente, ricca.

Giorgio era capitato a Zurigo nell’86, per una supplenza nei miei stessi corsi di Lingua e Cultura Italiana a livello medio. Ne parlava un poco nel suo racconto:

Ogni pomeriggio andavo a scuola e dovevo sempre trattenere la nausea per cominciare a lavorare. La nausea mi veniva perché gli studenti erano difficili da trattare. Tutti figli di emigrati italiani, si davano continuamente manate sulle spalle e sputavano per terra.

In effetti, l’insegnamento in terra straniera non dava grandi soddisfazioni: gli alunni non venivano in classe volentieri, in genere costretti dai genitori, che a loro volta riversavano sui corsi di italiano le loro frustrazioni e aspirazioni. Insegnanti e bidelli svizzeri ci erano ostili, e spesso capitava di fare lezione negli scantinati o in aule improvvisate.  Ma tutti noi, chi più chi meno, eravamo lì per una scelta imposta da circostanze esistenziali di non semplice soluzione.  Scriveva bene Giorgio:

Anch’io in fin dei conti, ero finito a Zurigo per allontanarmi da qualcosa. Il mondo è pieno di gente che scappa e lascia ricordi.

Ma la città ha un suo fascino discreto e accattivante, sia d’inverno sia nella stagione più calda. E Giorgio si era impadronito di questa seduzione silenziosa e sottile; lui e Zurigo si assomigliavano abbastanza:

Camminavo sul lago tra i gabbiani, i capelli al vento, e mi sentivo padrone di una mia città personale. Preferivo andare sul lago perché il cielo era più aperto, entrare la sera in un bar mi faceva sentire troppo solo, seduto su uno sgabello assediato dagli altri. Camminavo lungo il lago anche se pioveva. Non c’era quasi mai nessuno, solo qualche vecchietta che veniva a dar da mangiare ad anatre e gabbiani. I cigni li odiavo, col loro collo lungo cercavano sempre di fregare le anatre. Mi mettevo anch’io a guardare queste zuffe, insieme alle vecchiette che le provocavano, ed ero contento. Poi proseguivo e riposavo lo sguardo sull’acqua, sulle colline color ruggine, le sculture moderne sopra i prati verdi. Era bella Zurigo anche se pioveva, quasi meglio perché c’era ancor meno gente e la luce era meno sfacciata.

L’incontro con Giorgio era avvenuto a casa mia nella primavera dell’86, con una specie di irruzione in quell’appartamento di Berninastrasse da parte di un gruppo di amici: Giorgio, appunto, e poi Beppe Sebaste, Vivian Lamarque, Livia Candiani  e il suo compagno. L’occasione era stata offerta dal quarantesimo compleanno di Vivian, che ci frequentava già da molto tempo, e che avevamo voluto festeggiare in un modo un po’ diverso dal solito.

Io e Siro vivevamo una vita abbastanza riservata e solitaria, lui scriveva e nelle ore pomeridiane, quando io lavoravo, si occupava delle bambine (Silvia allora aveva solo un anno, Daria frequentava le elementari): io insegnavo e mi dedicavo all’andamento familiare. Ci frequentavano pochi amici e colleghi, raramente ricevevamo visite dall’Italia, e talvolta l’Istituto di Cultura ci affidava qualche ospite da portare in giro per la città o da intrattenere per qualche ora.
Ricordo dunque quella giornata con nitidezza e simpatia, era stata piacevole e riuscita, ed è ancora immortalata da alcuni scatti fotografici.
Avevamo preparato per Vivian una torta alle fragole e panna, con le candeline: e lei era particolarmente felice e un po’ eccitata dalla trasferta elvetica. Livia e compagno sembravano quasi spaesati ma incuriositi dalla novità dei luoghi. Beppe mi era parso subito entusiasta e trascinatore. Ma Giorgio in particolare mi aveva colpito, per la sua silenziosità e malinconia che me lo aveva subito reso simile: aveva un’aria quasi distratta e estraniata, si avvicinava a cose e persone forse con la paura di disturbare, di essere di troppo. Fumava molto.

Nel pomeriggio avevamo fatto un giro ricognitivo della città, e poi, soprattutto per fare felice Vivian (in quegli anni affascinata dagli studi di e su Jung), ci eravamo dedicati a un pellegrinaggio nei luoghi junghiani sparsi per tutto il cantone.

Quindi eravamo capitati a Bollingen, nel basso lago, dove tuttora esiste la bellissima casa dello psicanalista svizzero, abitata dagli eredi. Era una costruzione severa, nubilosa, con un vasto giardino lambito dalle acque del lago: ricordo i salici aggrappati a un terreno in pendio, con i rami fronzuti che pendevano bagnandosi in basso, e poi altra vegetazione scomposta e varia. Ci incuriosiva particolarmente, però, l’ interno della villa, ed era stato Beppe Sebaste, il più coraggioso e intraprendente tra noi, a incaricarsi di chiedere ai parenti di poter entrare per dare un’occhiata alla sacralità delle stanze private. Ci aveva aperto una pallida e bionda ventenne, evidentemente la pronipote di Jung, molto carina e forse un po’ stanca dell’invadenza dei curiosi, quasi renitente a concederci il permesso ambito. E Beppe per convincerla, nel suo trascinante entusiasmo, aveva concluso la sua perorazione dicendo: “Wir sind alle Schrifsteller!” (Noi siamo tutti scrittori!)

Ricordo che allora il mio imbarazzo davanti a tanta orgogliosa consapevolezza aveva trovato riscontro nell’espressione intimidita di Giorgio, evidentemente a disagio di fronte all’esibizione dichiarata di una nostra pudica aspirazione.

La giornata si era conclusa in una specie di osteria, a bere qualcosa e a raccontarci i nostri sogni. Forse in quella occasione Giorgio e Beppe ci avevano regalato i  primi volumi pubblicati dalla casa editrice che avevano fondato a Reggio Emilia: Aelia Laelia.

Nei mesi successivi, ottenuto l’incarico di insegnamento dal Consolato, Giorgio era venuto quattro o cinque volte a trovarci, e si era trattenuto a con noi a cena. Parlava pochissimo di sé, e sempre con trattenuto pudore. Non ci ha mai raccontato, per esempio, del suo amore svizzero, la dolce hostess della Swiss Air di cui scrive nel racconto. Né siamo mai stati nel suo appartamentino periferico, con la portinaia curiosa, che lo amava perché era

Uno straniero  che non somigliava agli italiani che conosceva…uno che ascolta la musica a volume bassissimo, si muove sulla moquette in punta di piedi, non sposta i mobili di notte.

In genere si limitava ad ascoltare le lunghe confidenze di Siro sul suo passato di dirigente Rai: gli piaceva stare a sentire dei suoi incontri con scrittori famosi, o le memorie della guerra e del dopoguerra. Io mi limitavo a preparare in cucina, o a tenere occupate le bambine perché non disturbassero.
Mi torna in mente però un episodio, di quando una volta eravamo intenti alla conversazione, mentre la piccolina dormiva e Daria guardava alla tivù ticinese il film “Matrimonio all’italiana”, e dopo un po’, forse spaventata dalla turbolenza dei rapporti dei protagonisti, si era avvicinata al tavolo e ci aveva chiesto: “Ma i matrimoni in Italia sono tutti così?”. Ritrovo nella mente la risata di Giorgio, che per la prima volta vedevo disteso e divertito.

Tra noi parlavamo soprattutto dell’insegnamento, e poco della nostra scrittura: solo una volta ho osato regalargli un mio volume di poesie, attendendo con ansia e timore il suo giudizio. Che è stato poi espresso in questi termini: «Mi sono piaciute perché sono poesie chiare», e non ho mai capito se quel “chiare” volesse dire, come speravo, “luminose” o, come temevo, “troppo semplici”.

Non credo che, prima di partire, Giorgio sia venuto a salutarci. Non ci siamo più sentiti per anni, credo non abbia nemmeno saputo della morte di Siro, o comunque non me ne ha dato sentore.

Poi, improvvisamente, e non so attraverso quali canali, ho ricevuto una telefonata dalla sua casa editrice che mi annunciava l’invio del suo romanzo Nella Città del Pane e dei Postini, in cui si ricordava di noi, delle nostre cene, e ne parlava con affetto. Infine, l’anno dopo, il suo editore Alessandro Scansani mi comunicava la sua dolorosa e prematura morte, avvenuta nel 2006, per un tumore al cervello. Lasciava una giovanissima moglie e un bambino di un anno, alcuni volumi di narrativa e di critica.

Molte persone attraversano le nostre vite come meteore, alcune facendoci del bene, altre del male, altre ancora lasciandoci impressioni lievi, di tranquilla indifferenza. Ma Giorgio, nei pochi incontri che abbiamo avuto, è riuscito a regalarmi di sé un ricordo indelebile perché delicato, incapace di malignità, quasi sospeso tra realtà e pensiero.

Di questo gli sono grata.

 

Opere di Giorgio Messori:

L’ultimo buco nell’acqua, racconti brevi (con Beppe Sebaste), Aelia Laelia, Reggio Emilia 1983

Nella città del pane e dei postini, Diabasis, Reggio Emilia 2007

Viaggio in un paesaggio terrestre, Diabasis, Reggio Emilia 2007 (con Vittore Fossati)

Storie invisibili e altri racconti, Diabasis, Reggio Emilia 2008

Fin dove può arrivare l’infinito, Skira, Milano 2012 (con A.C. Quintavalle)

Comunisti di Renato Lori in eBook

Esce oggi la versione eBook del libro postumo di Renato Lori, Comunisti.

Nel libro le vicende personali di Lori s’intrecciano con i grandi fatti politici internazionali e nazionali. Non si pensi ad una scelta narrativa! La vita vera del funzionario e del militante era così! Le vicende mondiali e nazionali vi entravano dentro, facevano parte della tua quotidianità. Qui si parla, infatti, non di un mestiere ma di una scelta di vita. Lori ricorda con sincerità momenti critici nei quali sentì venir meno “quella tensione interiore senza la quale l’impegno politico diventa un mestiere”.

Pier Luigi Bersani

 

Dopo il successo C’era un ragazzo… un partigiano, esce postumo il nuovo libro di Lori Comunisti. Il tema principale è il dopoguerra con tutte le contraddizioni politiche e sociali viste da chi, dopo la guerra partigiana, si attendeva per l’Italia un futuro migliore. Temi visti sotto l’occhio attento di chi è stato uno dei più importanti e influenti politici a livello locale e nazionale.

Comunisti

Acquista il libro a 1,99 € in formato epub

Acquista il libro a 1,99 € in formato Kindle su Amazon

 

Primo campionato dei lettori indipendenti: Parma tra le librerie in gara

La sfida lanciata per promuovere la lettura. Tra i 35 aderenti c’è anche la Diari di Bordo di Parma. Via alla gara venerdì 12 febbraio

Leggere è un rischio, che diventa piacevole gioco tra intese e attese. Promuovere la lettura come sfida per costruire con l’editoria più lettori e indirizzarli alla scoperta di nuovi generi: questo lo scopo del progetto “Italian Book Challenge”, il campionato dei lettori lanciato da 35 librerie indipendenti d’Italia, nato da un’idea della Libreria Volante di Lecco. Una sfida di lettura, che avrà inizio venerdì 12 febbraio, e che vedrà protagonisti i lettori, chiamati a scegliere un libro per cinquanta categorie in gara: 35 vincitori locali, uno per casa editrice, e un vincitore nazionale, eletto nel mese di dicembre, con libri in premio. Partecipare è semplice. Ogni libraio indipendente consegnerà al lettore una cartolina con le 50 categorie. Per ogni acquisto inerente alla sfida, verrà rilasciato un timbro sulla casella corrispondente. I lettori partecipanti consegneranno, via mail o di persona, entro venerdì 17 giugno la propria scheda al libraio indipendente di fiducia: il lettore che avrà totalizzato più timbri verrà decretato vincitore sabato 18 giugno, in occasione dell’iniziativa Letti di Notte, ricevendo un premio scelto dalla propria libreria. E tra le 35 librerie aderenti al progetto, anche la Diari di Bordo di Parma, giovane libreria nel cuore della città, nata dall’idea dei librai Alice Pisu e Antonello Saiz, e specializzata nella letteratura di viaggio. Il loro, un viaggio attraverso i libri guidato da una passione ricreata nei lettori con quotidiana dedizione verso il libro di qualità. “Partecipiamo al gioco dei lettori­ afferma Antonello Saiz­ condividendo coi nostri colleghi librai l’idea di una rete costruttiva all’interno dell’editoria libraria indipendente. Lo scopo è quello di intercettare soprattutto il pubblico di non lettori e stimolare chi i libri li legge già verso nuovi autori. Vogliamo offrire titoli di editori indipendenti, là dove oggi, a mio parere, passa il bello dell’editoria. È difficile, sì, ma è proprio il senso della nostra sfida”. Ed è anche la sfida al mercato delle librerie di catena, da cui passa più della metà delle vendite di libri, che il progetto vuole fronteggiare, attraverso una rete partecipativa tra librai, editori e lettori. “Come libreria indipendente portiamo avanti una politica di qualità­ continua­, che guarda ai libri come oggetti unici e sovratemporali, scommesse non nel senso di novità a breve durata, ma di riscoperte continue. Proponiamo titoli per tutti i tipi di lettori, autori locali, italiani o stranieri, classici e autori sconosciuti ai più, lavorando a stretto contatto con medie e piccole case editrici indipendenti, su cui crediamo e investiamo. La nostra è una rete, sì, ma progetti come l’Italian Book Challenge si sviluppano grazie a uno spirito di gruppo che con modernità e intraprendenza vuole costruire, per mezzo dei libri e grazie ai libri”.

Lettori a caccia di libri, dunque, e nelle 50 categorie pensate dalla rete di librai ce n’è davvero per tutti i gusti: “Le categorie le abbiamo create per gioco, ognuno diceva la sua, e si aggiungevano nuove idee, pensando a un pubblico trasversale, come quello che coltiviamo giorno per giorno all’interno delle nostre librerie”. E per iniziare a prepararci al gioco, ecco i primi tre consigli di lettura dalla libreria: “Alfabeto Mondo” (Diabasis, 2015) di Tito Pioli, ex giornalista parmense e adesso libraio antiquario, scrittore di un romanzo capace di parlare con emozione degli impedimenti della vita, dando voce agli emarginati; “Canto della pianura” (NNeditore, 2015) di Kent Haruf, secondo volume di una trilogia, e per terzo “Chi di noi” (Nottetempo, 2016) dello scrittore uruguaiano Mario Benedetti.

MARTA OCCHIPINTI

Parma Repubblica

05/02/2016

Il Libro

alfabeto 3dok

Si tratta di un antiromanzo, di un’opera preziosa nel panorama della narrativa contemporanea. È la storia del piccolo Mammamia, un giovane che non può alzarsi dal letto per colpa di un tragico incidente. Il suo mondo finisce con i muri della sua stanzetta e a lui non resta che inventarsi, aiutato dalle lettere dell’alfabeto, un universo mai vissuto. Madri, nonni, Babbo Natale, teste di manichino, Charlot, ombre, rovine, giostre, immagini e persone si rincorrono in questa rappresentazione quasi teatrale messa in piedi con il candore, l’ingenuità e la tenerezza dalla penna di questo originale libraio antiquario-scrittore parmense. 07/02/2015 Il Fatto Quotidiano

 

 

Nel castagneto. Le recensioni

Nel castagneto”, le poesie di Guido Cavalli alla ricerca dell’identità

Nel castagneto è la seconda raccolta di poesie pubblicata da Guido Cavalli a distanza di dieci danni dalla prima. Diciamo subito che siamo di fronte a un’opera compatta, di indubbia maturità (stilistica e tematica) e di grande impatto emotivo. Se si vuole, Nel castagneto è una sorta di poema suddiviso in cinque sezioni: dalla casa di pietra, un altro inizio, la scuola del presentire, intorno al vincolo, il lasciapassare – quasi a scandire, come in una sinfonia, cinque tempi della propria esistenza, che hanno però un solo filo conduttore: il bisogno di ricostruire un’identità, la necessità di trovare un’appartenenza. L’esperienza traumatica della morte volontaria del padre è probabilmente il punto di partenza di questa ricerca di sé, poiché introduce nella vita dell’autore parmense uno iato, una ferita difficilmente rimarginabile:

“Dalla casa di pietra abbandonata / non viene più nessuno a raccogliere / le mele e sotto il castagno spezzato / il padre e il figlio non siedono più. / Solo un rumore di pioggia echeggia / nell’aria azzurra.” Il gesto del padre, per la sua incomprensibilità, soprattutto agli occhi di un fanciullo, inevitabilmente suscita un muto e severo rimprovero. Il senso di abbandono, la solitudine si fanno schiaccianti: nei paesi vuoti, come scrive Cavalli nella prima incisiva poesia, “compaiono all’orlo dei boschi” piccoli branchi di lupi che “all’aperto dei sagrati si coricano / e immobili nell’ora della sera / somigliano a grigie statue romaniche.” E sorgono domande: “Intanto noi dove siamo? Perché / abbiamo preso la sembianza d’ombre / impigliate ai vetri delle finestre, / d’orme nei letti di polvere e cenere?” Nella poesia A colloquio con il padre è il padre stesso a dire al figlio: “ Siediti qui accanto a me. Parliamo / un poco. O sono forse per te / un ricordo sgradito? / Oggi che anche tu sei padre, dimmi, / vedi questa debolezza nelle cose?”

L’assenza del padre è il controcanto a quella “disperata ansia d’essere felici e mortali” che il poeta sente e persegue. Senza memoria dei luoghi dell’infanzia, dei paesaggi, degli affetti familiari e, dunque, senza passato non c’è identità, non c’è quella dimensione di fatalità che per un uomo è la propria terra ferma nel pungente fluire della vita. La vita è caos, confusione, incertezza. Come diceva magnificamente il filosofo Ortega y Gasset, siamo naufraghi nelle circostanze.

Ed allora che bisogna fare? La risposta vitale, autentica, è interpretare la propria vita, cercare una via d’uscita all’angoscia, al dubbio che ci assale e ci tormenta. E’ questa la cultura, nelle sue varie forme: poesia, filosofia, scienza, religione. Il cammino intrapreso da Cavalli è per l’appunto il fare poesia (“la scuola del presentire”), ritrovare l’infanzia e i suoi ricordi, osservare e interpretare il gran libro della natura, di cui si nutre la sua sensibilità. Le parole del resto “crescono e cercano l’aperto, / un luogo luminoso”, come le erbe che “spuntano dal terreno e infittendo / ricoprono il marmo dei padri”.

Comincia allora un viaggio a ritroso, un ritorno che si prefigura come un altro inizio: “E quando ridiventerò bambino”, “quando il melo più vecchio e tarlato / inchinerà i suoi frutti alla mia mano”, “e mi sentirò libero di stare / qui fermo ad aspettare, bianca pagina, / piovere intorno sonore parole, / allora torneremo a conversare / un poco, tu ed io, padre e figlio / seduti sulla pietra in fondo al parco?”

Il primo fondamentale luogo che il poeta ricorda e celebra nei suoi versi è un bosco, il castagneto per l’appunto. “E’ l’odore dei boschi di castagno. / E’ la cosa più antica che c’è in me.” Così comincia Nel castagneto, che è la poesia che ha dato il nome alla raccolta. Nel castagneto c’è in primo luogo l’osservazione minuziosa della natura: “(…) vedo / la terra scura, irrorata d’acqua, / ricca di sali e di spore, che nutre / questo legno brunito, questi tronchi / – spalle giganti, avvolte di muschio – / verso nord, e le chiome che si aprono / verso l’alto e più in basso, ai loro piedi / felci e ginepri, rovi, pruni e mirtilli, / e la tana della volpe”.

Sennonché l’osservazione della natura non è mai fine a sé stessa. Il castagneto è insieme un luogo reale e simbolico, è la dimora del colloquio col padre e il custode dei ricordi familiari, come quello dei carbonai che “nella stagione più secca salivano / dai paesi dabbasso” e forse conoscevano, malgrado la povertà, il segreto “d’una via più conciliante”; o, ancora, come quello dell’”’eco dell’abisso, custodita / nell’incavo della conchiglia fossile / che avevamo raccolta attraversando / il letto del mar Rosso – ti ricordi?” E’ qui, nel bosco, che il poeta apprende “il suo vocabolario vivo”, presta ascolto ai segni e cerca di decifrarli: “Lingua madre d’un paese ormai remoto, / cancellato dagli atlanti della storia, / verde casa dell’infanzia, natura.” E’ qui che il poeta, come l’esiliato, sente che “sono vuote / oggi le rime battute dai rami / che chinano e sollevano se passa / il vento.” E’ qui che, malgrado tutto, egli si ritrova, dopo essersi perso, per riprendere il cammino della vita, riannodando il filo d’una storia familiare spezzata, ora attraverso l’amore di adolescenti: “Eravamo amanti bambini / rinchiusi in quella silenziosa camera / di legno come in un guscio, un incanto. / Intorno l’inverno batteva ai vetri / e una neve leggera vorticava”; ora attraverso la costituzione di una nuova famiglia, “che assapora / il tepore del sogno in fondo al sonno”. La natura ha, dunque, una funzione risanatrice, propizia l’accettazione del proprio destino, della propria storia, rimanda ad una dimensione altra, come pure scrive Cavalli ne Il lasciapassare: “E adesso lascia che ancora mi perda / in cerca di rosse bacche selvatiche. / (…) Un fragile silenzio mi richiama / là dove stringe l’intrico dei rami. / (…) E sento combaciare sotto i passi / il territorio celeste col vero.”

La scoperta che in definitiva il poeta suggerisce è quella già messa in luce dal filosofo: “il senso della vita consiste nell’accettare ciascuno la propria inesorabile circostanza e, nell’accettarla, convertirla nella propria vocazione.” (Ortega y Gasset). Una filosofia ecologista, se non andiamo errati, fa da sottofondo a quest’opera di poesia che invita alla riflessione. Infatti, la vicenda personale del poeta si fa corale, diviene paradigmatica di un’umanità sofferente e disorientata che ha voltato le spalle alla natura ed ha dimenticato la gioia di sentirsi a casa nel mondo: “La cacciata avvenne nottetempo. /E non c’è rimedio a questo esilio.”

Un’ultima annotazione riguarda lo stile dell’autore che dimostra una piena padronanza della tecnica poetica. Come scrive nella sua pregevole postfazione il critico Giovanni Ronchini “l’endecasillabo di Cavalli, strutturato in versi sciolti, il metro più frequentemente utilizzato in questa raccolta, è sinuoso, raramente franto da poche opportune cesure (…) , variamente alternato a versi più brevi, soprattutto il novenario o il settenario”. L’esito, come può avvertire il lettore, è l’andamento musicale delle liriche qui raccolte.

Sandro Marano

01/02/2016

fonte


 

L’odore dei boschi di castagno

Dal De rerum natura di Lucrezio alla natura matrigna di Giacomo Leopardi, la meraviglia di fronte agli elementi primi del mondo ha da sempre generato poesia. E il Novecento, secolo chiave in cui cultura e natura hanno cominciato a divergere significativamente, ha alimentato la necessità di fare i conti, sulla base di sensibilità e accenti sempre nuovi, con l’urgenza di questo tema. Interessante, da questo punto di vista, il caso Parma, fucina ricca di talenti, che si sono misurati con il richiamo di questa dimensione primigenia.

Se in Attilio Bertolucci, come è stato notato dalla critica, la natura viene colta nel suo apparire e soprattutto nel suo fluire, anche attraverso l’armonizzazione con la presenza umana destinata a fondersi con essa, è certo Pier Luigi Bacchini, scomparso nel 2014, il <poeta della scienza e della natura>. Un poeta che oscilla nella sua osservazione attraverso le magie dell’universo entro cui l’uomo è sospeso, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.

Ora, d’altra parte, non mancano più giovani epigoni in cammino su questo percorso.

Sta appunto nel profumo unico della natura, nelle sue suggestioni parlanti e nelle sue arcane vibrazioni l’alchimia incantata e antica del poeta parmigiano Guido Cavalli. E, del resto, lo dimostrano bene già i versi tratti dalla poesia che dà il titolo alla sua nuova raccolta, <Nel castagneto> (Diabasis).

Scrive il poeta: <È l’odore dei boschi di castagno./ È la cosa più antica che c’è in me./ Come nel giorno della creazione/ lo spirito aleggiava sulle acque/ buie ma piene di suoni, colori/ tenuti nella mano e sussurrati,/ così l’arca del ricordo sembra/ vuota ma dentro raccoglie la voce del pensiero quando parla>.

Cavalli, classe 1974, già autore della raccolta <Piccolo canzoniere selvatico> (Manni Editori), ritorna sugli scaffali riprendendo un filo coerente e ininterrotto: quello del recupero della dimensione primigenia della natura. O – sarebbe più corretto dire – del ritorno a casa. Perché appunto, come diceva Gary Snyder, <la natura non è un posto da visitare: è casa nostra>. O può apparire anche come <la verde casa dell’infanzia>, per citare un verso del poeta.

Nella prefazione Claudio Risè nota come il poeta cerchi nella terra, nel bosco, nelle vene d’acqua le parole che danno forma ai suoi versi. E <le trova, profonde come le radici dei suoi alberi e arbusti, e cautamente occhieggianti, come le cortecce dei loro tronchi>.

Proprio il tema delle radici (metaforicamente sfuggenti e concretamente imprescindibili, con cui insomma è necessario, prima o poi, fare i conti) riporta, in un viaggio attraverso il tempo, a un’identità più profonda che si può recuperare soltanto tornando indietro: al padre e a ciò che non è stato, al nonno, alle generazioni che lo (ci) hanno preceduto: ai rami tagliati di una famiglia che ha radici lontane. Per scoprire che è solo la natura a poterci offrire l’unico, vero, possibile percorso di autocoscienza. E in questa ricerca assume un ruolo decisivo il ritorno all’Appennino (alla sua flora, ma anche alla sua fauna, come testimoniano i versi dedicati al progressivo ritorno dei lupi), ai luoghi dove restano custodite le vestigia misteriose e insondabili di Cavalli e dei suoi antenati, dove cioè tutto ha avuto origine. Ma c’è di più. Questa raccolta poetica, che si segnala per la forma solo apparentemente semplice e in realtà sempre attentamente tessuta anche sul piano degli espedienti retorici (interessante, ad esempio, il ricorso, assai frequente, alla similitudine), è scandita da cinque tempi: <Dalla casa di pietra>; <Un altro inizio>; <La scuola del presentire>; <Intorno al vincolo>; <Il lasciapassare
>. E queste pagine trasudano spesso i drammi di una vita, come testimoniano ad esempio le poesia <Una discendenza> e <Il patriarca>, ma riescono sempre a sublimarli in un ricordo delicato e indulgente, che non pretende di trovare la perfezione del senso, ma che, allo stesso tempo, non si accontenta mai della superficie e scava. Deve scavare nella memoria, così come tra le fronde intrecciate degli eventi che offuscano il tempo.

Nella nota conclusiva, Giovanni Ronchini, chiedendosi da dove tragga origine la poesia di Cavalli, sottolinea: <Ci sono […] un bisogno e una necessità a indurre Cavalli a scrivere versi: il bisogno di costruire una identità, un’appartenenza e dunque di contro la necessità di decifrare i contorni della propria inappartenenza; innanzitutto la mancanza del padre, la sua sparizione, ha reciso i rami dell’albero genealogico, rischia di escludere Guido dalla sua storia famigliare>. E in quell’investigare a ritroso nella natura ecco il recupero di una dimensione perduta.

In effetti, <guardate nel profondo della natura, e allora capirete meglio tutto>. Parola di Albert Einstein. Come dargli torto?

Christian Stocchi

13/11/2015

fonte


 

Guido Cavalli: Oppure, oppure sei tu?

Ogni poeta, prima o poi, probabilmente ogni essere vivente, desidera affacciarsi al baratro della propria origine. Persino una foglia, una pietra: per ri/conoscenza, per stupore, per compassione di se stesso.
I poeti, in particolare, sentono questa necessità come un’occasione per la forma, capire finalmente da dove vengano le parole, quale sia la fonte, la musa, l’occasione vera che le ha generate.
Guido Cavalli intraprende un viaggio verso la casa dell’infanzia abitata dai nonni, dal padre. Questa casa si trova in un bosco di castagni, ed è realissima. Non gli appartiene più. E’ di altri.
E’ una di queste case da me visitate negli ultimi anni in giro tra Lombardia e Piemonte: vecchie cascine disabitate, contenitori di referti personali che ci dicono delle persone con una malinconia e una poesia che i nostri pulitissimi appartamenti neanche si sognano.
Case vere, dai muri scrostati, chiuse improvvisamente come si sbarrano i confini tra una nazione e l’altra, diventate silenziose come dimore di fantasmi, restie, per pudore, a raccontarci una storia, una giornata particolare, un’occasione…In attesa di un’altra memoria, o del non essere mai più per sempre.
Il viaggio attraversa il bosco, riporta al presente i ricordi dell’infanzia, lo sparo drammatico che ha messo fine alla vita del padre…
E’ un racconto in prima persona, in presa diretta, scritto come un colloquio, una vicinanza con il lettore, musicalissimo e semplice nello stesso tempo. E mentre il poeta si avvicina alla meta, riflette, ricorda, parla con se stesso, tira e consulta, come un aruspice, i dadi del destino…
Le bestie selvatiche nascoste
dietro i rovi cercavano d’ascoltare
il nostro sonno, per uscire indisturbate
ad annusare l’odore umano, la disperata
ansia d’essere felici e mortali.
p. 15
Poi in camera dalla mia branda
ti ascoltavo recitare il Padre Nostro –
nella sventura avevi scoperto
che c’è una voce indifferente,
una cantilena al fondo del vuoto.
p. 14https://miolive.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=9778&action=edit#category-add
Ancora adesso io confondo il fruscio
delle foglie e il bisbiglìo del sonno
in cui calavo come fossi già senza padre
e senza me stesso – creato, non generato,
risvegliato alla coscienza ma non nato
da te o da corpo umano.
p. 15
Siamo, anche solo per poco,
in un’altra verità
dove la parola ci precede
addormentandosi in ciò che sovrasta.
p. 17
Il testo, quindi, è costruito nella forma della passeggiata, della meditazione e della descrizione botanica delle essenze, delle materie naturali. Questo attaccamento alle “cose” del bosco, questa conoscenza, ci dicono dello scollamento tra città e campagna, civiltà contadina e urbanizzazione, mito e realismo, infanzia e crescita, abbandono e attaccamento; se si fa un confronto con un qualsiasi verso di Piero Jhaier e il drammatico “…c’è qualcosa che non capisco. / Questa gente antica, non la capisco”, si capisce subito quanto profondo sia stato lo stacco tra civiltà, tra diversi modi di immaginare la vita, di dare senso al proprio destino.
Dicotomie che senza dubbio fondano la necessità del racconto, cosicché il ritorno alle origini – non per abbandonarsi alla nostalgia ma, piuttosto, per avvertire la malinconia del perduto – sembra essere giustificato dal senso da dare alla propria parola; da un’idea consapevole di parola.
Il pascolismo del libro, improntato al riconoscimento della catastrofe, di una sostanziale solitudo atavica sotto una coltre di stelle indifferenti, si compie pienamente in questi versi:
La discendenza
Salgo lungo la vecchia comunale.
Su questa strada, finita la guerra
attraverso le Alpi e la pianura
mio nonno è tornato a piedi dal campo.
Dopo la curva del mulino, ecco
come è apparsa a lui allora, ancora
oggi appare la casa dell’infanzia:
la costruì il vecchio patriarca
con la sabbia e le pietre del torrente.
Del paese, lui era il falegname,
il direttore della banda, il Sindaco.
La sera davanti al fuoco insegnava
ai ragazzi la musica, altrimenti
taceva. Era una razza così.
Anch’io ho provato a studiare musica.
Ma c’è qualcosa che non capisco.
Questa gente antica, non la capisco.
Forse è come nella preistoria,
una catastrofe muta ha fermato
quel gene, e non è passato in me.
In verità fu mio padre il primo
a nascere sbagliato. Scappò,
tornò incerto, ma era già malato.
Una mattina d’ottobre, in silenzio
aprì l’armadio e prese la pistola
di suo padre, un vecchio arnese di guerra
nascosto tra le lenzuola bianche e fasci
di spighe di lavanda, e la finì.
(…)
Eppure anch’io appartengo a questa storia.
Forse assomiglio al ceppo da sgrossare
con la pialla, alla radice da svellere
con la vanga, al selvatico che infine
l’arte e il mestiere hanno addomesticato,
ma che torna sempre a soffocare l’orto
se gli uomini di buona volontà
il destino ha fermato al loro limite.
p. 29
Si capisce allora come questo ritorno avvenga per un contatto vis a vis col male che ci abita.
Nulla cambia il viaggio, però. Serve solo per una ri/conoscenza, quasi un debito da sciogliere sull’altare del dio dopo il pellegrinaggio; si portano nel palmo delle proprie mani le offerte della nostra incompletezza col significato di una consegna, di un debito rimesso, della preghiera e del canto:
Intorno, quasi addormentate, battono
parole minerali, antichi salmi
e anche noi ce ne andiamo per la via
mentre già risuonano canti
di radi profeti.
p. 82
E’ chiaro che questo castagneto è un luogo ancestrale, molto più antico dell’infanzia, della propria stessa biografia. Il viaggio è oltre le origini del proprio destino, oltre la casa stessa. Non è la casa, in fondo, la meta ultima, ma il castagneto, locus abitato da qualcosa che prende ancora forma e non si svela, non si rivela pienamente, ma che è sempre lì, custode di un segreto, del senso irredimibile della nostra origine:
Giù in città
Scendevo dal filobus quando ecco
il tuo rimprovero muto, il tuo sguardo
acuto appena dietro la mia nuca.
Sono gli ultimi giorni d’ottobre.
“Presto, ancora per poco rimarranno
le foglie brune sui rami d’autunno.
Allora il bosco
non sarà più lo stesso.
Forse hai dimenticato che t’aspetto
sempre accanto al fontanile?”
Scrollo le spalle, sei solo un ricordo
di ragazza che per timidezza
avevo appena sfiorata – oppure,
oppure sei tu?
Antica vergine silvana,
Artemide bianco ginocchio,
coronata di bacche velenose
di Madreselva …
p. 85
Sebastiano Aglieco

31/01/2016

fonte


 

Il libro

Nel castagneto

I dieci anni trascorsi tra la prima raccolta, Il piccolo canzoniere selvatico, e la seconda, la coerenza di temi e di accenti tra i due libri ‑ sebbene, in questo, sembri che quei temi e quegli accenti siano oggetto di un ulteriore scavo, una discesa per certi versi più profonda e dunque più smascherante ‑ inducono a domandarsi dove nasca la poesia di Guido Cavalli, quale sia la sua matrice, da dove essa venga generata: forse dalla trama dei legami famigliari, con i suoi traumi; forse da una vicenda personale ben precisa e collocata in un contesto ambientale ‑ quello dell’Appennino ‑ e in una sensibilità particolarmente fecondi; forse da un gusto e da una capacità di vedere il mondo coltivati da attente e prolifiche letture e innestati su un’abilità artigianale perfettamente disciplinata. Forse da tutto questo, anzi, senz’altro; ma, naturalmente, anche non soltanto da tutto questo.