Spirito, volontà, vertigine romantica

«Monologhi» di Friedrich Schleiermacher, tradotti e curati da Ferruccio Andolfi, docente del nostro Ateneo

Un’opera giovanile del pensatore tedesco riecheggiante lo Sturm und Drang

Eclettico cultore, decano accademico, mirifico teologo. Pietista sovversivo, sciente protestante, pastore sedizioso, predicatore indolente, industre precettore. Ermeneutico traduttore di Platone, fidente sodale di Friedrich von Schlegel, inoperoso collaboratore della rivista «Athenaeum», mondano frequentatore dei cenacoli protoromantici berlinesi. E ancora: indomato dissidente del razionalismo illuministico, ispido disertore del rigorismo kantiano e dell’idealismo fichtiano, estatico propulsore dell’afflato emotivo del Romanticismo in nuce, tumultuosamente sospinto dagli imperiosi furori dell’anarchico «Sturm und Drang». Questo è Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher, obliato filosofo tedesco, nato nel 1769 in Slesia – fulcro dell’Illuminismo alemanno e del disciplinato Pietismo – ora riesumato con la pubblicazione dei riottosi «Monologhi» (Diabasis, pp. 126, euro 12,00), tradotti e curati da Ferruccio Andolfi, docente di Filosofia della storia all’Università di Parma e fondatore, con Italo Testa, della collana «La ginestra», divenuta ormai, con il nono titolo, coriaceo emblema della strenua disamina di un individualismo solidale, capace di arginare la rapace deriva egoistica dell’utilitarismo contemporaneo. L’opera giovanile – editata nel 1800, poi reiteratamente rimaneggiata e ristampata – con la profetica chiosa «Un dono di Capodanno» testimonia l’altera e sagace offerta, all’elitaria schiera degli spiriti affini, della confessione autobiografica di Schleiermacher, paradigmatica di un nuovo incipit, non solo annuale bensì anche secolare, e del fervido fermento europeo di ribollenti sovvertimenti politici sociali culturali in fieri tra Settecento e Ottocento. Con una raminga cifra colloquiale, un vertiginoso stile fastosamente letterario, una baldanzosa indole apologetica, l’elegia monologica – strutturata in cinque libri: «Riflessione», «Sondaggi», «Mondo», «Prospettiva», «Gioventù e vecchiaia» – spumeggia spavalda come un’impetuosa espressione dei nascenti movimenti intellettuali, benché depauperata da ogni impervio strutturalismo dottrinale. D’altronde, il cogitabondo soliloquio di Schleiermacher zampilla come il lirico assolo di una tormentata beatitudine, generata dall’imperitura ricerca di sé attraverso la savia pratica dell’«otium» – insieme contemplazione intimistica e confronto altruistico – in antitesi con la ferace creatività artistica o la diligente dedizione studiosa: «Oh, potessero lasciarmi in pace una buona volta e comprendere qual è la mia destinazione, che non posso coltivare la scienza visto che mi propongo di coltivare me stesso!». Cosicché, nel diuturno vagabondaggio schleiermacheriano, torreggia un superbo solipsismo autoreferenziale («Lo spirito non ha bisogno di altro che di se stesso»), impastato di un’alterigia in limine tra pertinace coraggio e scellerato ardimento («Tuttavia, anima mia, sii audace, malgrado i ragionevoli ammonimenti!»), seppur subordinato all’avveduta consapevolezza degli effimeri limiti materiali («L’uomo può più di quel che crede; ma è anche vero che quando tende alla meta più alta la raggiunge solo in parte»). Eppure questo indocile individuo chimerico – non egoista, piuttosto egoarca, intagliato nella vivida vitalità protoromantica – arride sia bisognoso della compenetrazione amicale («Amo l’amico come me stesso») sia armato di una rampante volizione («Perciò qualunque cosa tu voglia diventare, perseguila per se stessa. E’ una ben folle illusione che tu debba volere ciò che non vuoi!»). Inoltre guizza alquanto bramoso di amalgamare, in un placido sposalizio esistenziale, il florido slancio giovanile con la sobria prudenza senile («La vecchiaia è un vuoto pregiudizio, il misero frutto della sciocca illusione che lo spirito dipenda dal corpo!») e di conciliare il dualismo tra finito e infinito, transeunte ed eterno, imbrigliando la morte nefasta entro gli ineluttabili confini dei fenomeni caduchi («Un essere totalmente perfetto è un dio. La morte è quindi necessaria»). Pertanto Schleiermacher, cacciatore d’anime inquiete, spiritualizza l’individuo rendendo sovrano lo spirito ed edificando – come saggiamente afferma Andolfi nella presentazione – un’etica descrittiva in grado, dopo aver scardinato ogni pregressa concezione filosofica e imperativo cogente, di desumere i principi etici e i precetti comportamentali dall’esperienza della propria singolarità in relazione all’alterità e alla fruizione comunitaria, ossia attraverso una concorde adesione alla società. Grazie a questo personalismo eticamente illuminato, l’individuo schleiermacheriano deflagra in un rutilante fremito di libertà e volontà, disciolto da perniciosi vincoli normativi, mai gregario, stracco o sperso; sebbene sempre tenacemente abbarbicato alla propria precipua irripetibile unicità e pervaso dal baldo dominio di sé: «In verità mi sembra di essere lo stesso uomo di quando cominciò la mia vita migliore, ma di esserlo in modo più saldo e determinato».

Serena Faganello

GdP 04/08/2011

Il Libro

Monologhi

I Monologhi (1800) contengono il nucleo del pensiero etico di Schleiermacher nella forma lirica di meditazioni interiori , scandite in cinque parti («riflessione», «sondaggi», «mondo», «prospettiva», «gioventù e vecchiaia»). Insieme ai Discorsi sulla religione offrono un documento significativo dell’individualismo della cultura romantica . L’individualismo viene temperato dal presupposto che le singole manifestazioni dell’animo religioso o morale possano comporsi in un tutto armonico. In polemica con Kant ogni elemento imperativo e giuridico viene bandito dall’etica, come ogni soggezione a una legge, fino alla stupefacente dichiarazione: «non conosco più quel che gli uomini chiamano coscienza». Nelle pagine dell’opera si trova una prima formulazione di ciò che Simmel avrebbe chiamato «legge individuale».

Un’etica del cuore oltre i limiti di ogni rigido rigorismo

«Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione» in un’edizione a cura di Ferruccio Andolfi

Nasce, nella Francia settentrionale (Normandia), in una dotta culla intellettuale e muore, nella Francia meridionale (Mentone), compagno inconsapevole della villeggiatura di Nietzsche: nel mezzo, una fulminea carriera filosofica in limine tra evoluzionismo e altruismo. E’ Jean-Marie Guyau (1854-1888): filosofo, letterato, poeta, pedagogista, studioso, traduttore, insegnante. Un poliedrico enfant prodige: educato dalla madre Augustine Tullerie, pedagogista, e dal patrigno Alfred Fouillée, filosofo; diplomato in Lettere a 17 anni; laureato in Filosofia a 19; ancora minorenne, traduttore del «Manuale» di Epitteto e del «De finibus bonorum et malorum» di Cicerone; vincitore di premi all’Accademia di scienze morali e politiche; ideatore delle linee guida per la riforma didattica del ministro dell’educazione Ferry e, infine, lungamente ammalato di tisi, dipartito a soli 33 anni. Ferace ed eterogenea la produzione di questo singolare pensatore: la poesia («Versi di un filosofo», 1881), l’estetica («I problemi dell’estetica contemporanea», 1884), la sociologia («L’Irreligione del futuro, studio sociologico», 1887). Ora Ferruccio Andolfi, docente di filosofia della storia nel nostro ateneo, propone una nuova edizione del caposaldo della filosofia guyauiana del 1885: «Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione» (Diabasis, traduzione di Anna M. Mandich, pp. 235, euro 18,50), volume corredato delle annotazioni apposte da Fredrich Nietzsche alla propria personale copia, a mò di marginalia, durante un ignaro reciproco soggiorno salubre di entrambi i filosofi a Nizza e Mentone nell’inverno del 1887. In quest’opera, complessa e dialettica, Guyau espone un exursus speculativo attraverso il quale decostruisce i fondamenti della rigida morale categorica (legge, dogma, dovere) per erigere un’etica umana e solidale (sensibilità, altruismo, pragmatismo): l’uomo guyauiano persegue una spontaneità naturale in grado di creare, senza coercizione alcuna, la relazione famigliare e l’aggregazione sociale. Questa impronta ottimistica, quasi utopica, nei confronti della potenzialità della coscienza umana muta dal fervido humus della tradizione morale ottocentesca intrisa sì del rigorismo kantiano (eudaimonismo razionale), ma anche sovvertita dall’evoluzionismo positivistico (continuazione della specie, separazione tra scienza e religione) e permeata dell’afflato nietzscheiano (volontà di potenza, vitalismo esistenziale, spinta impulsiva). D’altronde, quando Guyau argomenta: «Si vorrebbe far sapere agli altri che si esiste, che si sente, che si soffre, che si ama. Si vorrebbe squarciare il velo dell’individualità»; Nietzsche commenta a fianco: «Dare sfogo alla volontà di potenza». Così, in questo saggio filosofico sovente dimenticato in ambito accademico, è possibile disaminare eventuali correlazioni tra sistemi ideologici consolidati o supporre potenziali intrecci tra contemporanee teorie sociologiche e interpretazioni filosofiche ancora in nuce, talvolta celate nel cogitabondo dipanarsi dell’investigazione, talaltra esplicitate attraverso citazioni dirette. In questo percorso di scoperta meditativa giova anche la generosa prefazione di Ferruccio Andolfi «La ragionevole ossessione di Jean-Marie Guyau», una sorta di propedeutico portolano per il curioso marinaio tentato dalle suggestive sirene filosofiche dell’altruistica morale guyauiana

Serena Faganello

GdP  01/08/2009

Il libro

Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione

L’originale proposta etica che Jean-Marie Guyau delinea nel suo Esquisse (1885), che conobbe per alcuni decenni una notevole fortuna, nasce dal confronto con la morale utilitaria della scuola inglese e con quella kantiana del dovere . L’autoconservazione e la ricerca del piacere dei moralisti inglesi vengono ricondotti dal giovane filosofo francese a una più fondamentale tendenza del vivente a intensificare la propria vita e provarne piacere. Questa intensificazione della vita ha una connotazione altruista perché coincide con la sua massima espansione sociale. Il dovere viene reinterpretato come un sentimento di responsabilità derivante dalla coscienza che ciascuno ha delle proprie risorse vitali e perde così ogni aspetto coattivo. Il comando della ragione cede il passo all’anomia, cioè a una condizione in cui Guyau non vede, come Durkheim, il rischio di una disgregazione patologica della società bensì il principio del suo possibile arricchimento attraverso il moltiplicarsi delle fedi morali . Questi temi suscitarono l’interesse di Nietzsche inducendolo a porre delle note a margine dell’opera. Ma la prospettiva di un venir meno di obblighi e sanzioni sarebbe stata apprezzata anche da Kropotkin nella sua «morale anarchica».

Volontà, fonte dell’altruismo

«Catturati dall’amore», raccolta di saggi del pensatore americano Harry Gordon Frankfurt

Risposte pragmatiche ai problemi della società moderna malata di egoismo e insensibilità

«Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono spazioso, contengo moltitudini». Così Walt Whitman cesella la propria poliedrica e prolifica personalità nel celeberrimo «Canto di me stesso», contenuto nell’altrettanto nota silloge «Foglie d’erba» («Leaves of Grass»), profeticamente pubblicata nel 1855, il 4 luglio – ricorrenza dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America – quasi a suggellare l’afflato liberale e democratico temprato dal vitale vate di West Hills e a corroborare poeticamente l’epica aspirazione del sogno americano. Sia la solerte brama della libertà individuale sia l’operoso atto del forgiare la persona come soggetto morale dotato di libero arbitrio pervadono il pensiero etico di un altro stimato intellettuale americano: Harry Gordon Frankfurt, professore emerito di Filosofia alla Princeton University e autore di un fulmineo successo editoriale con il pamphlet «Stronzate. Un saggio filosofico» («On Bullshit»), pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2005. La riflessione critica del contemporaneo Frankfurt s’abbarbica a un’indagine filosofica della condizione esistenziale in limine tra filosofia morale e filosofia della mente, tra vaglio etico e analisi comportamentale, scevra di psicologia, tuttavia permeata di razionalismo seicentesco e agitata da sbuffi di classicità: sciente amalgama sapientemente miscelate nell’antologia «Catturati dall’amore» (Diabasis, a cura di Gianfranco Pellegrino, pp. 192, 12 euro) nella ormai consolidata collana La ginestra, ideata e diretta da Ferruccio Andolfi e Italo Testa (rispettivamente docenti di Filosofia della storia e Storia della filosofia politica nel nostro ateneo) sia per enucleare le assidue derive individualistiche e le frequenti sbandate egoistiche di una società ormai assuefatta alla letifera logica mercantile, pertanto inetta ad ergersi entro la misura fraterna e solidale della comunità, sia per perorare una meditazione capace, invece, attraverso una nuova sensibilità sociale, di riedificare la coesiva concordia. Questo ferace florilezare gio filosofico – sette saggi e prefazione dello stesso Frankfurt – vellica il fruitore con un excursus speculativo nell’erratico iter attraverso cui l’individuo diviene persona giudicando se stesso e l’alterità, scudisciando sciali viziosi, abiurando desideri capricciosi. E’ l’atto volitivo della coscienza – atdetroniztraverso quindi la responsabilità individuale – a rendere plausibile la formazione di un temperamento savio, intriso di un’identità pratica e di una lealtà virtuosa in grado di fronteggiare gli sconquassi esistenziali, le lusinghe sentimentali, i dispetti degli affetti, i crocicchi professionali e di letificare gli oggetti della cura amorosa che insieme necessitano, perché vincolano, ed emancipano, perché responsabilizzano attraverso la libera scelta. Insomma – nella visione pragmatica di Frankfurt, terrena se non quasi terrigena – il carattere dell’uomo s’intaglia solo nella volontà e nell’amore, propulsivi alla deflagrazione meditativa della disamina – in agognante sintonia tra ragione ed emozione – sempre e in primis di se stesso al fine di aderire a una normatività di rettitudine e probità come consapevole e cosciente soggetto agente, catturato e non dominato dall’amore, perciò mai schiavo delle proprie perigliose passioni. Dunque, – come alacremente chiosa Gianfranco Pellegrino, borsista presso l’università Luiss «Guido Carli» di Roma, nella postfazione – «l’amore, inteso come atteggiamento di cura nei confronti degli oggetti dei desideri con cui si identifica, costituisce un quarto orizzonte di valore e un’ulteriore fonte di direttive d’azione, accanto alla moralità, alla prudenza e alla razionalità teorica». Balugina, allora, la vampa enfatica di Walt Whitman nell’impetuosa elegia «L’individuo io canto»: «Io canto l’individuo, la singola persona, / Al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. / L’organismo, da capo a piedi, canto. / La semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni / della Musa: la Forma integrale ne è ben più degna, / E la Femmina canto parimenti che il Maschio. / Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, / lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, / canto l’Uomo Moderno».

Serena Faganello

GdP 07/09/2010

Il Libro

Catturati dall'amore

La Ginestra

Collana diretta di Ferruccio Andolfi e Italo Testa.

Da due secoli, di fronte alla crisi delle rassicuranti comunità naturali e all’accelerazione dei processi di individualizzazione, filosofi e pensatori sociali si sono posti il compito di costruire teorie nelle quali la coesione della società non confligge ma va di pari passo con la cura di sè di individui emancipati . La collana “La Ginestra” documenta l’esistenza di questa tradizione di individualismo solidale attraverso i testi di autori classici e contemporanei.

 

 

Inquilini di un mondo in frantumi

«Individualmente insieme», conversazione con Zygmunt Bauman. «Individualismo e socialismo» saggi di Pierre Leroux

Volumi editi da Diabasis nella collana La Ginestra diretta da Ferruccio Andolfi e Italo Testa

«L’identità sorge sulla tomba delle comunità, ma fiorisce grazie alla sua promessa di resuscitare i morti». Disamina così il celeberrimo teorizzatore della società liquida Zygmunt Bauman – professore emerito presso le Università di Leeds e di Varsavia – nell’intervista raccolta da Massimo Cappitti a mò di chiosa nell’antologia di sei saggi brevi intitolata «Individualmente insieme» (Diabasis, pp. 144, 10 euro) e curata da Carmen Leccardi, docente di Sociologia della cultura presso l’Università di Milano-Bicocca. La silloge sociologica rappresenta la continuazione del progetto editoriale della collana La Ginestra, ideata e diretta da Ferruccio Andolfi e Italo Testa (rispettivamente docenti di Filosofia della storia e Storia della filosofia politica nel nostro ateneo) al fine di scandagliare le contemporanee propulsioni individualistiche di una società ormai scarnificata della propria misura fraterna e solidale e di suggerire una meditazione morale capace di restituire una forma di «dignitas» etica all’individuo sperso nella sbrindellata società attuale. Quindi Bauman, attraverso l’agire pragmatico della sociologia, computa i residui societari generati dalla liquefazione di codici, istituzioni, agenzie educative, dissoltisi dinnanzi all’avanzare della deriva consumistica, della colonizzazione economica, della degenerazione politica e discioltisi nella costrizione della provvisorietà, della precarietà, del disimpegno. Pertanto l’individuo baumaniano fluttua nel trionfo della mobilità e della frammentarietà: sopravvive nell’incertezza lavorativa, nell’imprevedibilità sentimentale, nell’esitazione famigliare, divenendo inquilino di un habitat insicuro poiché eroso sia da obblighi coercitivi sia da certezze consolidate e insieme depauperato sia di principi di riferimento sia di assunzione di responsabilità. Allora l’individuo liquido così reificato (da soggetto morale classico subisce l’adatta – mento funzionale a mero oggetto economico) patisce la dittatura delle passioni e soggiace a impulsi commerciali, seduzioni mediatiche, bisogni indotti: da una parte smarrisce il carattere etico dei rapporti interpersonali (la dimensione solidale dell’agorà, lo spazio pubblico) e dall’altra supplisce alla mancanza relazionale con la fallace strumentalizzazione delle emozioni e la celebrativa spettacolarizzazione del privato (l’amplificazione dell’identificazione con il personaggio comune proposto dai mass media). Eppure per il pensatore di origine polacca l’unica salvezza rimane la chance morale della responsabilità individuale: attraverso l’impegno etico e politico l’individuo compie la consapevole scelta della responsabilizzazione, divenendo conscio dei propri limiti e riedificando il cittadino al centro della comunità attraverso la condivisione e la prossimità.

Non dissimili dalle sociologiche conclusioni di Bauman anche quelle di Pierre Leroux (1797-1871) raccolte nel ferace florilegio di vari saggi «Individualismo e socialismo» (Diabasis, pp. 148, 10 euro), curato da Bruno Viard, docente di Letteratura francese presso l’Università della Provenza. Leroux – fondatore di riviste, autore dell’«En – cyclopédie nouvelle», carbonaio, sansimonista, deputato, esiliato – incarna il paradigma intellettuale del pensatore critico che attraversa il travagliato XIX secolo tentando di districarsi tra le contraddizioni politiche e le antinomie morali di una società d’oltralpe in fieri tra la Rivoluzione francese e il colpo di Stato di Napoleone III. Così il dialettico Leroux, dotato di stupefacente sensibilità sociale e di politico senso pratico, pondera l’antino – mia tra libertà e associazione, tra individualismo e socialismo, cercando di conciliare nel sentimento d’amicizia – sempre in limine tra carità ed egoismo – i princìpi di Liberté, Égalité, Fraternité.

Serena Faganello

GdP 1/9/2009

I libri recemsiti

Individualmente insieme  Individualismo e socialismo

La Ginestra

Collana diretta da Ferruccio Andolfi e Italo Testa

Da due secoli, di fronte alla crisi delle rassicuranti comunità naturali e all’accelerazione dei processi di individualizzazione, filosofi e pensatori sociali si sono posti il compito di costruire teorie nelle quali la coesione della società non confligge ma va di pari passo con la cura di sè di individui emancipati . La collana “La Ginestra” documenta l’esistenza di questa tradizione di individualismo solidale attraverso i testi di autori classici e contemporanei.

 

Un testo Degenere

Un bell’oggetto innanzitutto quello predisposto da Diabasis, casa editrice dall’originale statuto(essendo di proprietà di oltre trenta soci) che si definisce culturalmente indisciplinata.

Bella la carta, bella l’impaginazione, bella la copertina con un disegno del burattinaio Patrizio Dall’Argine, buona la cura con la duplice nota dei critici Elvio Guagnini e Camillo Bacchini che inquadrano con acribia l’indisciplinato testo di Tito Pioli, libraio antiquario. Se Guagnini ispirandosi all’epigrafe pasoliniana parla di Alfabeto Mondo – apprezzato testo della XIX edizione del Premio – come di “un messaggio forte, distruttivo-costruttivo, di denuncia ma anche di fede, per dissacrare ma anche per consacrare”. Bacchini lo definisce “un’antistruttura cui corrispondono un’antiscrittura e un’antimorale del profitto”. Come si intuisce siamo di fronte a un testo “degenere” che non appartiene fortunatamente a nessun genere, a un’opera-mondo, dalla scrittura nervosa ed elegante, nello stile dei profeti antichi, una geremiade, un’invettiva contro l’attualità (la postmodernità?) così com’è, e che coinvolge in particolare noi, l’Italia. Ma naturalmente l’invettiva colpisce anche, più in generale, quel legno storto che è l’uomo. Tra un lemma e l’altro dell’abbecedario, rigorosamente esposti in ordine alfabetico, compare sempre, in corsivo, un’intervento/commento di Mammamia, il quarantenne paralizzato per un incidente, che riprende vita, tornando bambino, sfogliandone le pagine, anzi entrandovi dentro in compagnia della mamma Clelia. Il grido”Mamma, mamma, mamma” che risuona nella corte di un antico palazzo di Lucca sembra anche essere il grido d’angoscia dell’autore contro i guasti e le ingiustizie del mondo. Si sente l’impellenza assoluta di prendere la parola. In questo romanzo che non è un romanzo c’è un’unica voce che è appunto quella dell’autore. Non ci sono voci secondarie o voci terze.

Tra i tanti lemmi, particolarmente significativo “Urla”, no a caso dedicato a Carlo Michelstaedter (il filosofo per il quale è colo l’urgenza del dolore a poterci far trascendere la sfera dell’egoismo): “Ho sentito l’ultimo urlo di quelli che sono crepati sul lavoro, si ma uno per uno, li ho proprio sentiti in contemporanea, tutti insieme, dai ponteggi, dai tetti, dai muletti, dalle vasche, dalle celle frigorifero, dalle gru, dai trattori… Cristo erano tutti urli diversi mica uguali”. Il valore del pezzo sta nel farci sentire, al tempo stesso, l’universalità del dramma e la singolarità di chi lo vive, l’irripetibilità della sua esperienza. Sempre sul tema del lavoro, spiazzante è il lemma “Grand Tour”, dove l’autore decostruisce il senso che si dà solitamente a questa espressione: il grand tour oggi non è certo quello “pornografico” delle città d’arte, bensì quello delle fabbriche dei bambini (dei frutti del cui deprezzato lavoro tutti godiamo), i lager dei nostri tempi, non di quelli dickensiani, si badi. La tecnica di Pioli è insomma quella di spostare sistematica-mente il punto di vista, appropriandosi di quello degli umili e degli umiliati, siano uomini animali o oggetti. E così un giorno, Mammamia e la madre decidono di entrare in una gabbia per capire cosa si prova a vivere in uno spazio concentrazionario per cani: non saranno certamente gli uomini e neppure i bambini a venir loro in aiuto, saranno gli uccelli del cielo in una scena hitchcockiana. Ma nelle sue corde c’è anche molto altro, c’è il gusto dell’ironia e del surreale e c’è la capacità ci dare vita a storie esemplari, autentiche narrazioni in compendio, come quella di Lucia e di Stefi, la suora e la puttana che si contendono l’amore del minorato Andrea. Ma si potrebbe andare a lungo avanti. Certamente un testo che sposta il lettore, lo inquieta, lo obbliga a prendere posizione.

Mario Marchetti

L’indice dei libri

dicembre 2015

Il libro

alfabeto 3dok

Si tratta di un antiromanzo, di un’opera preziosa nel panorama della narrativa contemporanea. È la storia del piccolo Mammamia, un giovane che non può alzarsi dal letto per colpa di un tragico incidente. Il suo mondo finisce con i muri della sua stanzetta e a lui non resta che inventarsi, aiutato dalle lettere dell’alfabeto, un universo mai vissuto. Madri, nonni, Babbo Natale, teste di manichino, Charlot, ombre, rovine, giostre, immagini e persone si rincorrono in questa rappresentazione quasi teatrale messa in piedi con il candore, l’ingenuità e la tenerezza dalla penna di questo originale libraio antiquario-scrittore parmense.

07/02/2015 Il Fatto Quotidiano

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La democrazia è finita. In libreria

Alla Feltrinelli di Largo Argentina, a Roma, la pila di volumi di ‘Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico’ di David Van Reybrouck sembra ostentata, più che esposta. D’accordo che il libro è edito dalla medesima Feltrinelli e che l’autore, come ricorda la fascetta, arriva da un best seller come ‘Congo’, ma quel titolo perentorio e torreggiante colpisce. Anche perché gli fanno ala ‘Ciò che resta della democrazia’ di Geminello Preterossi e ‘Dentro e contro’ di Marco Revelli, dedicato al populismo di governo (entrambi Laterza).

Viene da concludere che la democrazia è finita. Per lo meno, finita in libreria. Almeno una cinquantina i titoli sul tema usciti quest’anno, tra cui ‘La democrazia senza partiti’ di Damiano Palano (Vita e Pensiero), ‘Una sfida per la democrazia’ di Stefano Semplici (Rubbettino), ‘Democrazia e ignoranza politica’ di Ilya Somin (IBL), ‘Il giardino delle delizie’ di Anonymous (Enrico Damiani), ‘Che fai… li cacci?’ di Alberto Di Majo (Imprimatur), ‘Il mostro buono di Bruxelles’ di Hans Magnus Enzensberger (Einaudi), fino ai di poco precedenti ‘Democrazia sfigurata’ di Nadia Urbinati (Bocconi) e ‘La democrazia e i suoi dilemmi’ di Charles Taylor (Diabasis).

Certo, questo profluvio editoriale parte da un fenomeno reale, ma colpisce che siano l’editore-commerciante librario e il gruppo giornalistico-editoriale di riferimento della sinistra italiana a darle tanto fiato. Su Repubblica, nelle ultime settimane, Roberto Esposito ha parlato di “Processo alla democrazia”, Ilvo Diamanti de “La controdemocrazia”, Van Reybrouck è stato omaggiato di un’ampia intervista, mentre sull’Espresso Michele Ainis ha spiegato “Di cosa è malata la democrazia economica” e il direttore Luigi Vicinanza ha avvertito: “Settant’anni dopo, democrazie in pericolo”. Sempre sull’Espresso, di recente, nel reportage “Capolinea democrazia” sono stati ricordati i saggi di Raffaele Simone ‘Come la democrazia finisce’, quelli di Van Reybrouck e Preterossi e soprattutto di Luciano Canfora. Il “critico militante” (come è stato definito), da buon classicista, parte da Tucidide, Pericle, ‘Giulio Cesare il dittatore democratico’ e ‘L’occhio di Zeus. Disavventure della democrazia’, per arrivare ai nostri giorni con titoli senza mezzi termini come ‘Demagogia’ e ‘La trappola. Il vero volto del maggioritario (Sellerio), ‘La maschera democratica dell’oligarchia’, ‘Critica della retorica democratica’, ‘Esportare la libertà. Il mito che ha fallito’ e ‘La democrazia. Storia di un’ideologia’ (tutti Laterza).

Canfora e l’altro celebre e critico studioso della crisi democratica, Gustavo Zagrebelsky, sono amatissimi dal gruppo di Carlo De Benedetti. Repubblica ha dedicato all’ultima fatica del costituzionalista (‘Moscacieca’, Laterza) un’ampia anticipazione, intitolata: “L’insostenibile stanchezza della democrazia”. Stessa attenzione peraltro riservata con l’articolo “La democrazia e il suo incerto avvenire” a ‘Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà’ di Massimo L. Salvadori (Donzelli). Sull’Espresso, Eugenio Scalfari ha preso spunto nella sua rubrica da Canfora, per avvertire che “una democrazia perfetta non esiste”, e che è “Meglio un’oligarchia del leader solitario”. Scalfari la prende alla lontana, non cita Matteo Renzi ma Platone e Montesquieu, però il senso pare chiaro: tornare alla prima repubblica, piuttosto che avere un premier decisionista tanto indipendente dal suo partito.

La crisi democratica, ripetiamo, è oggettiva, tra sfiducia verso partiti e istituzioni, dominio economico-finanziario, crescente astensionismo, difficile compatibilità tra sicurezza e libertà civili, assillante burocrazia europea, usura elettorale (la Grecia ha votato nove volte in sei anni) e dell’alternanza (vedi il caos spagnolo), democrazie autoritarie come la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin (ben descritta da Gennaro Sangiuliano per Mondadori in ‘Vita di uno zar’). Ma, ripetiamo anche qui, colpisce come a occuparsi della questione sia in particolare la sinistra, in passato sempre protagonista nei cortei e sulle barricate per la difesa democratica. Un po’ come quelle persone che, interessandosi ai problemi di salute altrui, prefigurano le esequie del malato e la spartizione dell’eredità, i tycoon della cultura progressista paiono porsi già una domanda, peraltro legittima: se le istituzioni liberali parlamentari sono davvero finite, chi e cosa arriveranno a sostituirle?

Battista Falconi

27/12/2016

Fonte

Il libro

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I saggi raccolti in questo volume sono stati scritti in luoghi e momenti diversi, ma sono tutti legati a circostanze difficili per la democrazia. Il primo e il secondo nascono dal confronto con condizioni di oppressione (gli ultimi anni della dittatura di Pinochet e del regime comunista polacco), il terzo risale a qualche anno dopo ed è un tentativo di esaminare il «lato oscuro della democrazia »: l’insofferenza verso la diversità profonda. Le parole chiave della riflessione di Charles Taylor in questo libro – comunità, solidarietà, esclusione – convergono nel definire il profilo di una forma di vita sociale e di governo non conciliata: con grandi potenzialità, ma anche piena di difetti. La tesi dell’autore, uno dei più influenti filosofi politici viventi, è che proprio nell’imperfezione della democrazia debba essere ricercato il segreto della sua vitalità, che di norma sfugge sia ai cinici sia ai puristi. Se un possibile motto del libro è: «non pretendete l’impossibile dalla democrazia», a esso va affiancato un altro slogan, meno austero e castigato: «non mettete però limiti al suo futuro».

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La polvere del mondo in eBook

La Casa editrice Diabasis è lieta di annunciare l’uscita in formato digitale di uno dei titoli più famosi e apprezzati del nostro catalogo editoriale, La polvere del mondo di Nicolas Bouvier.

Il volume giunto alla quarta ristampa nel 2014 e alla sua terza edizione (2013), oggi è il punto di riferimento di tutta la saggistica prodotta da Diabasis. La polvere del mondo è il racconto di un viaggio, la prima avventura in Oriente condotta da Bouvier nel 1953. Partito da Ginevra su una Fiat “Topolino”, raggiunge a Belgrado il suo amico pittore Thierry Vernet, in compagnia del quale continuerà il viaggio verso Est, fino a Samarcanda.
Il libro ha conosciuto in Francia un successo continuo (molte riedizioni, numerose traduzioni), al punto da diventare la bibbia di una generazione di viaggiatori e di scrittori di viaggio, non tanto per il suo fascino esotico, quanto per il modo inimitabile in cui si fondono humor e angoscia, il riso e le lacrime, l’innocenza dello sguardo e il sapore della conoscenza consapevole, il gusto dell’Ignoto e la costante umiltà del mettersi in cammino, la visione cosmica e il “rapimento” delicato, minuzioso, di certi piccoli dettagli celati nella singolarità degli esseri e delle cose più ovvie e quotidiane.

Da oggi la polvere del mondo è disponibile sia in formato .Epub sia in formato .mobi per chi utilizza un qualsiasi lettore Kindle.

2015 © Edizioni Diabasis – Diaroads srl

1963 © L’Usage du monde – Nicolas Bouvier – Payot

Schermata 2016-01-08 a 13.53.52

 

 

prezzo versione digitale a 2,99 €

formato .Epub

formato .mobi