Recensione sulla rivista IRIDE di giugno sul libro “La democrazia e i suoi dilemmi” di C. Taylor

Nelle storie del pensiero politico Charles Taylor è principalmente ricordato per gli studi sulla formazione delle concezioni moderne del sé, per il tentativo di fare chiarezza nel dibattito tra liberals e communitarians e per i contributi sul multiculturalismo. Uno dei pregi della pubblicazione curata da Paolo Costa sta nella scelta di tre saggi che, nonostante la notorietà dell’autore, non suscitano l’impressione del «già sentito», sia perché le circostanze della scrittura hanno stimolato l’elaborazione di riflessioni più concise e incalzanti di quelle abituali in una monografia o in un articolo scientifico, sia perché i testi partono da preoccupazioni differenti per affrontare lo stesso interrogativo, relativo in ultima analisi alle condizioni imprescindibili per il buon funzionamento della democrazia: il primo saggio qui tradotto, Democrazia e comunità (pp. 3-33), risale al 1988 e offre l’inquadramento teorico più ampio del tema, mentre i successivi, Democrazia e solidarietà (pp. 35-50) e Democrazia ed esclusione (pp. 51- 87), pubblicati rispettivamente nel 1999 e nel 2000, trattano gli aspetti relativamente circoscritti suggeriti dai titoli. Richiamandosi innanzitutto alla tradizione dell’umanesimo civico, Taylor individua una prima condizione vitale per la libertà democratica nell’esistenza di un «forte senso d’identificazione da parte dei cittadini» (p. 10), correlato alla possibilità di concepirsi uniti e solidali in «un’impresa comune di salvaguardia dei propri diritti di cittadinanza» (p. 18). Con tale premessa, relativa alla coesione del demos a cui il termine democrazia fa riferimento, Taylor discute e critica la cecità teorica e le deleterie ricadute pratiche dei modelli di democrazia rappresentati in modo esemplare da Schumpeter e Rousseau. Come seconda e terza condizione per il buon funzionamento della democrazia Taylor fa riferimento alla partecipazione diretta dei cittadini e al senso dell’eguale rispetto, che motiva la partecipazione e sostiene l’identificazione. I dilemmi della democrazia richiamati nel titolo del libro nascono in primis dalla dinamica che lega le tre condizioni, le quali dovrebbero alimentarsi reciprocamente. Le carenze sul piano dell’uguale rispetto, per esempio, favoriscono il sentimento d’impotenza e la propensione a ritrarsi nella cura degli interessi privati, che determinano a loro volta la ben nota atrofia della partecipazione e che – nonostante le spinte dei «movimenti» di cittadini che aspirano a influire sui processi decisionali e sulle scelte collettivamente vincolanti – rendono difficile esplorare le vie più generative per coniugare l’esistenza di un’autorità centrale responsabile con «forme diffuse e variegate di partecipazione diretta» (p. 23), in modo tale che i due piani non entrino frequentemente in antagonismo. Il problema si complica se si ritiene, con Taylor, che il capitalismo dreni «potere dalle istituzioni partecipative», promuovendo un’ideologia del consumismo che associa il benessere all’interesse e alla crescita individuali, perseguiti secondo una logica competitiva. Un altro dilemma deriva dal fatto che l’eguale rispetto e la solidarietà sociale hanno costi ingenti, che possono indurre un sistema politico-amministrativo che si senta sovraccaricato dalla domanda a rimettere la ricerca di soluzioni al gioco delle forze economiche nel mercato. Nella pagina conclusiva di Democrazia e comunità emerge a questo punto, esplicitamente, una tensione utopica a concepire la società democratica ideale come terza via tra le minacce del capitalismo globale e l’illusione di un’economia emancipata dal mercato (p. 31). Recensendo il lavoro di Jozef Tischner sull’etica della solidarietà, Taylor chiarisce che si tratta qui di impegnarsi nella ricerca delle «soluzioni che aumentano gli effetti della solidarietà e allo stesso tempo minimizzano i costi in termini di efficacia economica» (p. 50). Proprio nel dilemma della solidarietà sociale appare evidente l’intreccio tra i vincoli dell’economia e quelli dell’immaginazione, in quanto il sentimento e la pratica effettiva dell’eguale rispetto poggiano sulla base materiale delle condizioni economiche dei cittadini e, al tempo stesso, sulla base immaginativa dei processi di identificazione, che fanno leva giustappunto sulla capacità di immaginare scopi e punti di riferimento comuni (p. 57). È questo secondo aspetto che Taylor approfondisce e che, tuttavia, resta consegnato all’aporia nelle pagine del libro. L’autore sostiene che gli Stati democratici necessitano di «qualcosa di simile a un’identità comune» (p. 51) o anche, con più enfasi, di «una forte identità collettiva» (p. 60), dinamica e propensa all’inclusione tramite «comprensione, fiducia e impegno reciproci» (p. 70). I membri del popolo a cui Taylor pensa dovrebbero essere capaci di ascoltarsi vicendevolmente e dovrebbero effettivamente farlo (o almeno avvicinarsi a farlo, p. 60): l’autore è convincente nel sostenere che a tal fine le strategie puramente procedurali sono insufficienti, ma non chiarisce come un’«identità politica accettabile da tutti» possa formarsi e mutare nel tempo grazie alla negoziazione, oppure come «frutto di un compromesso tra le differenti identità personali o di gruppo che vogliono/devono convivere nell’ordinamento politico» (p. 85). Se in Rousseau avevamo un’identità collettiva fondata su una volontà generale senza conflitti perché esclusiva, qui abbiamo ancora una forte identità collettiva, ma fondata sul presunto potere inclusivo della pura negoziazione e del compromesso. Al lettore restano, aperte, molte domande provocanti, tra cui le seguenti: quanto forte può essere un’identità fondata in parte sull’immaginazione? Di quale e quanta «identità del popolo» hanno bisogno la democrazia e la partecipazione?

Luca Mori

Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere Università di Pisa

Via Pasquale Paoli 15

56126 Pisa

Pubblicato sulla rivista IRIDE

 

Il libro

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I saggi raccolti in questo volume sono stati scritti in luoghi e momenti diversi, ma sono tutti legati a circostanze difficili per la democrazia. Il primo e il secondo nascono dal confronto con condizioni di oppressione (gli ultimi anni della dittatura di Pinochet e del regime comunista polacco), il terzo risale a qualche anno dopo ed è un tentativo di esaminare il «lato oscuro della democrazia »: l’insofferenza verso la diversità profonda. Le parole chiave della riflessione di Charles Taylor in questo libro – comunità, solidarietà, esclusione – convergono nel definire il profilo di una forma di vita sociale e di governo non conciliata: con grandi potenzialità, ma anche piena di difetti. La tesi dell’autore, uno dei più influenti filosofi politici viventi, è che proprio nell’imperfezione della democrazia debba essere ricercato il segreto della sua vitalità, che di norma sfugge sia ai cinici sia ai puristi. Se un possibile motto del libro è: «non pretendete l’impossibile dalla democrazia», a esso va affiancato un altro slogan, meno austero e castigato: «non mettete però limiti al suo futuro».
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“Il primato della coscienza” il nuovo volume di filosofia edito da Diabasis

Uscito oggi per la casa editrice Diabasis il volume Il primato della coscienza, a cura di Umberto Cocconi, Giacomo Miranda e Martino Pesenti Gritti.

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Gli atti di un convegno svoltosi a Parma e al quale hanno partecipato importanti intellettuali e docenti universitari sul tema della coscienza. Il Primato della coscienza è un titolo che ha il merito di introdurre fin da subito nella tematica sviluppata dai saggi presenti in questo libro. I vari interventi qui pubblicati vogliono mostrare, ognuno a partire da una prospettiva peculiare, cosa si intenda per coscienza, termine ormai divenuto irrinunciabile se vogliamo interrogarci in maniera significativa sulla specificità umana.

«La coscienza non è una cosa, ma un processo o flusso che cambia con una scala di tempo di frazioni di secondo». William James.

Il libro può essere acquistato sul nostro sito con il 15% di sconto

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Arriva «Vivere Frizzante» e bere vino diventa cultura

Alimentazione. Presentato un saggio sulla «bevanda degli dei»

Quando se ne abusa, i danni alla salute sono gravi. Ma gli esperti sono d’accordo nell’affermare che un suo consumo moderato determina un miglioramento della salute. E sua maestà il vino, cui Emanuela Medi dedica il saggio letterario «Vivere Frizzante ». Presentato a Milano nell’ambito del VI Forum multidisciplinare di nutrizione, abbinato a Expo, «Vivere Frizzante» (Ed. Diabasis, 107 pagine, 15 euro) è un contributo scientifico documentato su tutte le caratteristiche del vino legate alla salute e non solo. Ma della «bevanda degli dei», nel testo si comincia a parlare direttamente solo a pagina 29. Questo perchè Medi, giornalista scientifica attenta alla citazione delle fonti, dedica i primi tre capitoli alla struttura della popolazione italiana, in particolare al suo record di longevità e ai problemi di salute nella terza e quarta età, per poi entrare nei temi caldi che giustificano questi primati italiani: quelli della genetica di chi ha passato il traguardo dei cent’anni e del «segreto», che risiede nel Dna mitocondriale, cioè nella «centrale energetica » dell’organismo. Medi cita studi, processi infiammatori e protettori, radicali liberi e sostanze antiossidanti con la dimostrazione che una dieta ricca di antiossidanti induce una protezione del 30 per cento dalla mortalità cardiovascolare e del 20 da quella per cancro. E passare dagli antiossidanti al vino che li contiene è un attimo. Il quarto capitolo tratta di vino e cuore, con dati su alcol, colesterolo, pressione, ictus, citando il famoso «paradosso francese», nazione con minor tasso di mortalità per cardiopatie nonostante l’alimentazione ricca di grassi saturi. Fin qui la parte scientifica/ salutistica del libro, che lascia agli ultimi capitoli quella letteraria. Perchè parlare di vino significa parlare di cultura del bere, che affonda le radici nella storia della letteratura, dai poeti greci e latini alla cristianità. E poi la sacralità del vino, le emozioni. «Vino e musica»: come quella di Gaber (Barbera, champagne). E pure vino e cinema, eros, bellezza. Ed è tutto merito dei polifenoli.

Redazione Brescia Oggi, pag. 43

Il libro

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Il vino è salute? Vivere frizzante vuole essere un contributo scientifico onesto e documentato che risponde a quanti sostengono il contrario. Non solo, il vino entra nel nostro quotidiano? Ben venga! Nel cinema, nella musica, nell’eros, nella letteratura… ma sempre in modo responsabile. Vivere frizzante è il primo saggio letterario di Emanuela Medi.

 

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Nuova presentazione per il romanzo d’esordio di Tito Pioli

Sabato 4 luglio alle 19 alla libreria Diari di bordo si terrà la presentazione del romanzo di Tito Pioli «Alfabeto Mondo – Romanzo Abbecedario», edito dalla casa editrice Diabasis Una vera e propria festa intorno a questo romanzo atipico, un anti romanzo dove la realtà e la fantasia si confondono e scritto da un amico vero dei Diari. A condurci in questo viaggio nell’universo di Tito Pioli sarà Lorenzo Lasagna e nel corso della serata verranno letti alcuni brani del romanzo dall’autore e dall’attore Umberto Fabi, con intermezzi sonori delle campane tibetane di Luca Lokatita Raffaini.

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Il libro

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l giovane Mammamia non può sollevarsi dal letto. Un grave incidente gli impedisce di muovere il corpo. Il suo mondo è una piccola camera, le voci sono quelli dei vicini di casa che arrivano dalla finestra. Il tempo è quello passato nella lettura di un abbecedario. Giorno dopo giorno, mentre la madre ne sfoglia le pagine, Mammamia può contemplare le lettere dell’alfabeto, ricostruendo con esse i diversi particolari di un mondo mai vissuto: gli alberi, la notte, i giocattoli, i suoni. Il risultato è un repertorio di immagini straordinarie, dolci, tristi, malinconiche; immagini che, come favole di un’anima prigioniera, stravolgono il nostro mondo in modo ingenuo eppure straordinariamente lucido.

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Rinascimento di intrighi e malinconia

Anna Mattioli Zaniboni ridà vita a Clemente VII,
Pietro Aretino e Sebastiano Del Piombo

Nella vasta e sontuosa memoria dell’Umanesimo (toscano, romano o veneto che sia) l’arte, la politica, la scienza, la poesia, l’astrologia, l’esercizio del potere e il potere dell’esercizio sono fenomeni di rito quasi quotidiano. Un papato fastoso e corrotto. Principati e Signorie disposti a tutto pur di governare, lucrare e imporsi, ricerca incessante di ricchezze e di consensi, eliminazione in mille modi dei testimoni scomodi, delle spie, degli agenti vicini e lontani nelle corti: tutto congiura a infoscare i cieli, ad avvelenare gli animi, a suscitare invidie e vendette. Aggirandosi in questo mondo con singolare perizia e con un’attenzione che ha persino nervature maniacali, Anna Zaniboni Mattioli ha composto un romanzo storico di eccezionale fascino «Il tempo ritorna» (Edizioni Diabasis) che Mauro Lucco nella prefazione registra sotto tre eminenti simboli umani, religiosi e artistici: papa Clemente VII, Pietro Aretino e Sebastiano del Piombo, con in più il grande assente e sempre invece presente Michelangelo. «Certo – prosegue Lucco – l’autrice, storica dell’arte abituata in casa a respirare pittura sin da bambina dalle ginocchia del nonno Carlo Mattioli, ha voluto essere precisissima su molti fatti, ma ha lasciato libero campo alla fantasia su altri… ». E questi altri fatti sono davvero il romanzo, non solo la sua struttura narrativa: sono il testo, cioè, della vicenda che si snoda dentro un tempo velocissimo che si presenta nel medesimo istante come vita ed eternità, come morale e peccato, come forza e debolezza, come vittoria e resa. «Il tempo ritorna» si presta, dunque, a rappresentare sia il genere del romanzo storico che in questi anni pena molto per farsi largo nell’indaffaratissimo mondo dei «gialli» e dei «noir» tristemente uguali, cioè mediocri, sia quel particolare «giudizio universale» che sarà del papa Medici, dei Pazzi, di Lorenzo, del «mefistofelico» Aretino e dell’inquieto Michelangelo pittore, poeta, penitente e genio che alza il braccio del Creatore nel Giudizio della Sistina. Dunque, «Il tempo ritorna» – che verrà presentato oggi alle 18 alla Libreria Feltrinelli di via Farini dal prefatore e da chi scrive – non è soltanto l’esito preciso, informato e all’occasione liberamente inventato di fatti e di personaggi che agiscono sulla scena del teatro del tempo, ma anche un tentativo in buona parte riuscito di comprendere le fasi della vita nella condizione umana delle cose e dei destini. Compito che nell’età del Rinascimento e dell’Umanesimo rimase affidato per lo più ai potentati della religione, delle grandi concentrazioni finanziarie, degli equilibri politici e familiari e alle sorti degli intrighi che li muovevano. Con l’arte a far la sua parte celebrativa perché religione, denari e poteri l’imponessero all’assoluta venerazione dei popoli. Quasi un compito divino, con Firenze e Roma al centro, mentre sparivano le ombre dei «grandi», da Dante a Savonarola, eroi ciascuno a suo modo di una tradizione che tramontava. Anna Zaniboni Mattioli, attentissima com’è a scegliersi incontri, dialoghi, documenti, atteggiamenti e caratteri, ha dato a questa realtà l’irrequieta malinconia dell’addio con un sapore di gloria sconfitta che è anche illuminante crisi di coscienza e preghiera per il perdono.

Giuseppe Marchetti

Gazzetta di Parma 23/06/2015

oggi alle 18 alla libreria Feltrinelli di via Farini a Parma

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Il libro

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Nel racconto a tre voci la cronaca di quegli anni esce stremata da battaglie, congiure, omicidi e conclavi per diventare ritratto di famiglia. Ma sono soprattutto le opere d’arte che prendono corpo, scendono dagli altari e dai muri su cui sono state affrescate per raccontare la storia umanissima dei propri personaggi e dei propri committenti, la ragione stessa della propria esistenza. Nell’agitata vita di questo coltissimo papa ingiuriato dal destino, la storia della famiglia Medici trova la propria mirabile e buia esemplificazione, dalla grazia chiara e misurabile del Botticelli alla titanica sconfitta esistenziale celata dietro al Giudizio Universale di Michelangelo.

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POESIA Giuseppe, l’altro Bertolucci

Classicismo divertito e sarcastico nei versi del figlio minore di Attilio

Vede la luce, edito da Diabasis, il volume inatteso dei testi poetici di Giuseppe Bertolucci dal titolo emotivamente così sincero e accattivante «Professione di poeta incerto », con una nota di Lucilla Albano Bertolucci e una prefazione di Valerio Magrelli che scrive, dopo aver ricordato gli interessi poetici di Bernardo che pubblicò da Longanesi la propria raccolta nel ’62: «Non così il fratello minore, che, al contrario, covò la sua brace in silenzio nell’arco della sua giovinezza. Ed eccolo qua, finalmente, queste composizioni appartate, umbratili, discrete che per anni hanno convissuto sotterraneamente rispetto al lavoro di scrittura e di regia». Da cui, ovviamente, la professione di poeta incerto; non timido, ma certamente reticente. Eppure, questi versi s’accomunano in profondità con altre radici, quelle di «Cosedadire » del 2011, che chi scrive presentò con Giuseppe nel nostro ultimo incontro in libreria a Parma. E davvero, allora, quelle date che appuntano ogni poesia son lì a dirci la stremata grazia di questo poeta, di natura poeta, non di mestiere, e tanto più intimamente convinto di esserlo quanto più la sua sicurezza si misurava con quella del padre Attilio e del fratello Bernardo che aveva scelto, dopo l’episodio del ’62, un’altra strada espressiva. A pensarci bene, ecco che il piccolo libro che si apre su «Inventario» come una litania (’67) col suo mormorio di fiume piccolo che vuol propiziare il cammino e farsi pian piano voce, diventa poi una sorta di «Inni» (nessun titolo qui è a caso, o di semplice compiacenza) ai quali, via via che il discorso si amplia, si saldano «cronachette», «confidenze», «altre storie», «racconti» (o autoracconti) e domande dalle quali scaturisce «l’incertezza » del titolo e l’umiltà della definizione tuttavia orgogliosa di esserlo. Perché Giuseppe accarezza la propria storia di poeta – fra il ’67 e l’81 – con singolare e scoperta sincerità, sia a Roma, sia a Bologna, sia a Casarola (ah la fatale Casarola!) sia occupato in un viaggio che pure anche senza una data precisa di ora e di giorno, segna davvero una data, una riflessione affettuosamente pensosa, un incidente che mura la vita, un’occasione che la riscalda, un affetto che la consola o un dubbio che l’intristisce. In tal modo, quindi, la «professione di poeta» diventa, oltre al dovere della testimonianza, soprattutto – come suggerisce Magrelli – «quello della scrittura», che è, in fondo, un vero e proprio codice di casa Bertolucci fissata da Giuseppe in particolare in quei «Racconti» che, a sorpresa, richiamano certi poemetti «civili» di Pasolini, quel suo ascoltare la vita per impossessarsene sino a soffocarla: «Il mostruoso direte lo scandaloso è che scrivendo / il poeta inventi una donna un’amante / e chiacchieri con lei e ci faccia all’amore / e le chieda di ascoltarlo il mostruoso / lo scandaloso è che la consideri una donna / bella e saggia come una donna che non si accorga / che mentre lei ll lava / nella vasca piena d’acqua bollente / lui è il padrone e lei la schiava / che mentre lui le scrive / e d’altro non si cura lui è carne e ossa / lei poesia incerta fuggitiva figura». Giuseppe anche qui ha «Cosedadire» e la sua poesia scuote davvero quella «immagine in versi» che Magrelli sottolinea: immagine di una condizione che in quella litania d’apertura del volume («Parole due / parole quattro / parole sei / parole rotonde» ecc…) viene evocata come un’àncora di salvezza, un tributo ai tempi e alle memorie di una lontana ma mai rimossa gioventù, sempre sentita come «il miele assurdo delle continuità». Ma la poesia di Giuseppe, anzi il suo pensiero poetico che potrebbe, a tratti, apparire anche d’occasione, è già compiutamente recepito e studiato nel pensarci che il poeta fa:

«Parole mie disfatte e paurose»

/ che vorrei dire / e non dico parole che
dico / ornate sortilegio / contro noia e
spavento / parole mie senza peso / che
recita prima del sonno l’obeso / schiavo
frigio ridendo». Una novità assoluta,
questa nota che per tutta la raccolta serpeggia,
di un classicismo divertito e sarcastico.
Ciononostante, Giuseppe se
sente in viaggio, coraggioso e quasi ilare
«nella notte della letteratura sul poetico
camion / su per le grandi salite dell’Appennino
/ Guido Lapo ed io», al
modo del padre, ma con la propria bisaccia,
la sua soltanto, quella che Lucilla
Albano Bertolucci nella Nota finale
del volume ha raccontato suggerendo il
ruolo paritetico del regista, del suo essere
fratello di Bernardo e figlio di Attilio,
visti entrambi da lontano e da vicino
nello stesso tempo, con prudenza
ed entusiasmo, in una sorta di «amori
in corso» che fanno precipitare il poeta
in quel testo per più ragioni esemplare
e ammirevole che è «Minima moralia»,
il suo estremo mestiere: questo sì davvero
tutto meno che incerto.

Giuseppe Marchetti

Gazzetta di Parma 21/06/2015

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Il libro

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Giuseppe Bertolucci ha scritto queste poesie tra i 18 e i 23 anni, tra il 1965 e il 1970, in parte a Casarola, nella vecchia casa di famiglia sull’Appennino emiliano, in parte a Firenze, dove frequentava la Facoltà di Lettere, e soprattutto a Roma, dove abitava ancora con i genitori. Poi non ne ha scritte più. Prima di morire Giuseppe ha scartato le poesie che non riteneva degne di pubblicazione e quelle scelte le ha sistemate e titolate secondo alcuni brevi capitoli.

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Romagnosi, gli ex allievi premiano Squarcia

squarciaGli alunni di ieri e di oggi dell’associazione Allievi del Romagnosi si sono incontrati alla Corale Verdi – lì dove nel 2000 nacque questo progetto fortemente voluto per portare avanti i valori su cui si fonda il liceo classico di viale Maria Luigia – per il rinnovamento del direttivo e l’assegnazione dei premi annuali. Il conferimento degli «Aoristi d’oro» e degli «Ottativi d’oro», i due celebri riconoscimenti che premiano gli ex-allievi e gli allievi di oggi più meritevoli, è stato il momento centrale di una serata organizzata per parlare di presente e futuro partendo dai grandi insegnamenti che un’istituzione scolastica di impostazione classica ha sempre cercato di dare ai suoi allievi. «Con il nostro incontro vogliamo tener vivo il legame tra gli allievi, di ogni età, e la scuola – ha dichiarato Gabriella Manelli, presidente uscente dell’associazione -. Attraverso l’esperienza e la ricchezza umana e culturale di tutti quegli studenti che dal Romagnosi sono partiti per raggiungere posizioni di grande prestigio e onore professionale, vogliamo costruire una sinergia che sia di sostegno e sprone per la scuola attuale». Gli «Aoristi d’oro» 2015 (aoristo, aspetto del verbo greco che indica la permanenza nel tempo) sono stati conferiti a Umberto Squarcia (vicepresidente Edizioni Diabasis), professore ordinario di Pediatria e Cardiologia Pediatrica all’Università di Parma e, alla memoria, a Flaminio Musa, medico e scrittore scomparso nel 2009. Gli «Ottativi d’oro» (ottativo, modo del verbo greco che indica l’auspicio) sono stati invece assegnati ai sette studenti che hanno riportato i migliori risultati nell’anno scolastico appena concluso «Una scuola che continua a fornire gli strumenti per ricercare la verità e l’armonia va tutelata – ha spiegato Squarcia dopo il conferimento del premio – e va tutelato il legame che si crea tra la scuola e i suoi alunni perché è un legame che forgia le persone. Il ricordo che ho, infatti, del Romagnosi, è quello di una scuola mitica, dove si insegnava e si imparava la ricerca della bellezza mentre si costruivano le grandi aspettative per il futuro». L’incontro ha sancito anche il rinnovamento del direttivo che da oggi si rinnova includendo nuovi nomi e molti giovani: Gianmarco Alessandrini, Stefano Asmone, Raffaella Bompani, Betty Ceresini, Elena Colla, Stefano Gandolfi, Rosanna Greci, Gabriella Manelli, Giovanni Mori, Virginia Mori, Roberto Salvini, Roberto Trentadue, Francesco Violi. Prima dell’estate le nuove cariche.

Giulia Siena

Gazzetta di Parma 17/06/2015

foto: Gazzetta di Parma

Squarcia GdP

 

Chiesa e società: fatti e personaggi nel libro di Campanini

«Un intellettuale cattolico che non si è mai sottratto al dibattito fra Chiesa e società e, in questo libro, riflette su tante tappe del movimento cattolico parmense con uno sguardo più ampio sul vissuto della Chiesa italiana, prima e dopo il Concilio Vaticano II, e del suo rapporto con la società ». Con queste parole Paolo Trionfini, docente della Università di Parma, ha definito Giorgio Campanini, in occasione della presentazione, promossa dal circolo Il Borgo e dalla casa editrice Diabasis, del suo ultimo libro «Dall’Unità d’Italia al post-Concilio. Vicende e figure del cattolicesimo parmense». Con questa pubblicazione Campanini pone, infatti, l’attenzione su alcune figure del cattolicesimo parmense del ‘900 completando le riflessioni che aveva raccolto nel primo volume nel 1995, promosso anche allora dal circolo Il Borgo, dedicato al movimento cattolico a Parma fra Ottocento e Novecento. Emergono così le figure di Madre Adorni, di Padre Lino, di monsignor Conforti, di Giuseppe Micheli, di Vilma Preti e di Carlo Buzzi. Vengono inoltre raccontate numerose questioni che hanno segnato il percorso della Chiesa parmense: la contestazione ecclesiale preconciliare, i dibattiti su carità e giustizia, sulla laicità, sulla pastorale per la famiglia, sul volontariato, sui fermenti innovativi espressi da numerose associazioni cattoliche, sul ruolo delle parrocchie. Convinto che non si riuscirebbe a comprendere il mutamento religioso se non si guardasse anche al mutamento sociale nel Paese, Campanini si conferma, con la ben nota professionalità, non solo uno studioso ma anche un testimone diretto, anzi un protagonista nella storia della seconda parte del ‘900 parmense ed un esperto conoscitore delle problematiche della Chiesa e della società italiana. Il volume si rivela anche un utile strumento di conoscenza su quanto è stato pubblicato in questi decenni, evidenziando movimenti, ricerche e personaggi ed arrivando, con un intenso capitolo, ad analizzare l’effervescente dibattito post conciliare del Vaticano II, concluso proprio 50 anni or sono.

r.c.

Gazzetta di Parma 16/06/2015

CampaniniGdP

 

Il Libro

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I MISTERI DELL’UNIVERSO IN «PEDAGOGIA DAL COSMO» DI MARIANGELA PASCIUTI

Scriveva Beda il Venerabile che «Sette cieli circondano la Terra: l’etere, l’olimpo, lo spazio infiammato, il firmamento degli astri, il cielo degli angeli e il cielo della Trinità». Dunque, uno spazio immenso tutto da percorrere, e persino da inventarsi, per celebrare le meraviglie dell’universo. E bene, allora, ha fatto Mariangela Pasciuti docente universitaria a Modena-Reggio Emilia di Didattica Speciale, a concepire e a pubblicare per i tipi di Diabasis il suo «Pedagogia del cosmo – ovvero letture amene per chi si interroga sull’universo e i suoi abitanti», un libro piano, limpido, curioso, che non pretende certo di esaurire questo argomento tanto vasto da intimorire anche gli scienziati,maalmeno pone domande, sollecita riflessioni e insegna a pensare. E a pensarci. Perché noi siamo al centro dell’affresco filosofico cui Mariangela Pasciuti ha messo mano. Siamo al centro e quindi ci dobbiamo sentire coinvolti nella cosmologia di quanto fisicamente esiste, di ciò che sappiamo (o che presumiamo di sapere), di quanto non sappiamo e di quel tutto del quale, forse, non sapremo mai niente. «13,8 miliardi di anni fa circa nasceva l’universo che noi ora essere umani stiamo abitando. E questa scoperta della scienza, momentaneamente la più accreditata, arricchisce il ruolo dell’esperienza individuale del reale di nuove connessioni tra i saperi e con queste accresce esponenzialmente anche la dimensione del possibile». Infinita è la cerca delle sperimentazioni che l’autrice consiglia: il suo istinto di persuasione è curioso e sollecitante, è vivace, è il segno dell’attimo che ci confonde e ci spaura, anche se non sempre «la tecnologia ha azzerato le distanze». Più si studia, più si penetra nei segreti delle stelle – come diceva Margherita Hack – più ci si accorge di quanto diceva Kant circa «il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me». Mariangela Pasciuti rispetta questa solenne divisionee ne descrive le fasi in undici brevi e rigorosi capitoli ben illustrati dalle tavole di Alessandro Iseni che conferiscono un luminoso senso di gioco e di umana appartenenza alla realtà dell’affresco che l’autrice ha tracciato citando il «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» di Leopardi che invoca l’astro per conoscere cosa sia «questo vagar mio breve, / il tuo corso immortale?». Ecco la vita: e Mariangela Pasciuti ce ne dà conto con serena consapevolezza e dottrina.

Giuseppe Marchetti

Gazzetta di Parma 17/06/2015

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pedagogia piatto

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Una giovane psicologa lombarda tra le miserie di Burundi e Palestina

Simona Raspelli, trentacinquenne figlia di Edoardo, il popolare conduttore di “Mela Verde”, ha viaggiato per alcuni mesi in terre dove si vivono drammi e tragedie. Ne è nato il libro “Anche la luna è capovolta”.

In109 pagine struggenti emozionanti drammatiche, piene di sapore e poesia, quello che “due occhi qualunque hanno visto e due orecchie qualunque ascoltato” in due angoli emblematici del mondo: la testimonianza in Burundi ed in Palestina di una volontaria, una psicologa dottore di ricerca, Simona Raspelli, mia figlia». Con queste parole Edoardo Raspelli, conduttore di “Mela Verde”, grande amico di Resegoneonline, introduce la testimonianza dell’esperienza di sua figlia.

“Anche la luna è capovolta”, libro appena pubblicato da edizioni Diabasis (e già in ristampa) è il risultato di un’esperienza vissuta con intensità e partecipazione. Simona ha messo in stand by la sua vita; per qualche mese ha lasciato in disparte le comodità e i lussi di casa, del suo ricco Occidente, e si è immersa come volontaria nella vita di tutti i giorni di due paesi molto lontani, molto diversi, dove ogni giorno si vive il dramma e la tragedia: da una parte la povertà, la miseria, la vita breve condizionata dalle mal curate malattie; dall’altra una società più ricca ma dove odi secolari si mescolano dando vita a una guerra strisciante implacabile che sembra non dover finire mai.

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Due paesi, Burundi e Palestina, dove tutto sembra irreale, rovesciato e dove” Anche la luna è capovolta”. Con l’aggiunta di “Una volontaria tra Burundi e Palestina” è nato il titolo di un piccolo libro che racconta le esperienze vissute in prima persona da una giovane donna dal cognome famoso e dalla vita professionale curiosa ed intensa. Simona Raspelli, che ha scritto questo piccolo libro per Diabasis, è la figlia maggiore del giornalista critico gastronomico e conduttore su Canale 5 di Melaverde, Edoardo Raspelli.

Psicologa,dottore di ricerca, studiosa del mondo drammatico legato al binomio “Ottimismo e lutto” che ha studiato a fondo, Simona Raspelli, milanese, classe 1980, ha passato alcuni mesi in Burundi come volontaria con il VISPE (Volontari Italiani Solidarietà Paesi Emergenti) ed ha fatto un viaggio di conoscenza in Palestina a visitare campi profughi e villaggi sotto assedio militare.

Nel libretto,109 pagine di racconti intensi, commoventi, emozionanti, che fanno pensare, riflettere. “Laggiù,nel cuore dell’Africa,quelle foglie di banano intrecciate erano e sono rappresentazione della povertà di una vita rimasta indietro un secolo rispetto alla nostra di noi ricchi, sempre più ricchi occidentali”.

“Anche la luna è capovolta”, edito da Diabasis, può essere richiesto direttamente alla casa editrice (Parma,vicolo del Vescovado 12, tel 0521.207547 – info@diabasis.it www.diabasis.it, www.facebook.com/edizionidiabasis ) e inoltre sul sito Amazon.

 

BIOGRAFIA DI SIMONA RASPELLI
Simona Raspelli, nata a Milano nel 1980, dopo la laurea in Psicologia ha deciso di proseguire lo studio della Psicologia Positiva con un dottorato di ricerca su ottimismo e condivisione delle emozioni. Successivamente ha lavorato all’Istituto Auxologico Italiano in progetti di ricerca europei sull’utilizzo delle nuove tecnologie in relazione a ictus e stress psicologico,partecipando anche a un progetto in alta quota, sul Monte Rosa, alla capanna Margherita, con un gruppo di cardiologi.

Counselor dal 2009, collabora con Fondazione ABIO Italia Onlus per la formazione ai volontari per il bambino in ospedale e con l’Associazione A.M.A. (Auto Mutuo Aiuto) di Milano, Monza e Brianza per le consulenze ai gruppi per il lutto e la separazione.

Dal 2012, dopo aver partecipato a due percorsi formativi, ha fatto due viaggi di alcuni mesi di volontariato in Burundi col VISPE (Volontari Italiani Solidarietà Paesi Emergenti) e un viaggio di conoscenza in Palestina, a visitare campi profughi e villaggi sotto assedio militare e ascoltare testimonianze di volontari internazionali. Dal desiderio di raccogliere e condividere queste esperienze nasce il suo primo libro.

Roma 16/06/2015

fonte

Martedì 23 giugno 2015 – alle 18.00
Libreria Feltrinelli, via Carlo Luigi Farini, 17 – Parma (PR) 

Il libro

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Da un viaggio con un organizzazione non governativa il VISPE, prende spunto questo libro di Simona Raspelli. Un percorso fra Burundi e Palestina a visitare campi profughi e poveri villaggi. Un libro che fa riflettere e che allargherà in tutti noi l’area della conoscenza e della nostra coscienza. La mirata prefazione del critico gastronomo EDOARDO RASPELLI dà un ulteriore valore a questo volume
Leggi l’anteprima del libro