Eventi Diabasis maggio-giugno 2015

La casa editrice Diabasis informa i propri lettori e sostenitori degli eventi previsti tra la fine di maggio e il mese di giugno.

 

30 maggio ore 17:30 – Reggio Emilia presentazione del libro: Alcida e il Novecento di Elvira Fangareggi Cingi, Sala del Palazzo del Capitano del Popolo – Hotel Posta – Piazza del Monte, 2

5 giugno ore 17:30 – Bologna presentazione del libro: L’intelligenza delle formiche Scelte interconnesse di Maura Franchi e Augusto Schianchi,
CUBO Unipol – Piazza Vieira De Mello, 3, accessibile da via Stalingrado 36 e 37

6 giugno ore 17:00 – Parma presentazione del libro: Alfabeto Mondo di Tito Pioli (novità in uscita a giugno), presso Istituto D’Arte Paolo Toschi – viale Toschi, 1

8 giugno ore 18:00 – Parma presentazione del libro: La Cucina di Parma di Augusto Farinotti, presso libreria La Feltrinelli – Str. Luigi Carlo Farini, 17

13 giugno ore 18:00 – Sala Baganza (PR) presentazione del libro: Comunisti di Renato Lori, presso Centro sportivo – Festa ANPI

14 giugno ore 20:00 – Modena presentazione del libro: Il mercato degli aiuti di Tarcisio Arrighini (novità in uscita a giugno), in occasione dell’Incontro sulla cooperazione internazionale – Piazza Grande 17

23 giugno ore 18:00 – Parma presentazione del libro: Anche la luna è capovolta di Simona Raspelli (sarà presentato oltre che dall’autrice da suo padre, Edoardo Raspelli famoso critico culinario), presso libreria La Feltrinelli – Str. Luigi Carlo Farini, 17

29 giugno ore 18:00 – Parma presentazione del libro: Il tempo ritorna di Anna Zaniboni Mattioli (novità in uscita a giugno), presso libreria La Feltrinelli – Str. Luigi Carlo Farini, 17

Verdi agricoltore, una passione forte quasi quanto la musica

Presentato a Palazzo Galli il volume “Ti lascio e vado nei campi

Nell’epoca in cui l’agricoltura piacentina si acculturò, passando dalla fase estensiva a quella intensiva e puntando sull’innovazione, Giuseppe Verdi, genio dell’armonia musicale, amò talmente tanto l’attività imprenditoriale agricola che acquistò aziende agrarie nel territorio piacentino, ed in parte parmense, per oltre 700 ettari e partecipando in prima persona, con la passione e la dedizione di un autentico figlio di questa provincia in cui era nato, alla loro gestione agronomica ed economica.

La figura dell’immortale compositore che tutto il mondo ci invidia (e che avrebbe potuto benissimo essere emblema dei nostri territori per Expo, ben più del pomodoro) è stata accuratamente esplorata, scandagliata ed esplorata nel volume “Ti lascio e vado nei campi”, edito da Diabasis, con l’intervento degli autori Ilaria Dioli, Daniela Morsia e Giuseppe Gambazza, introdotti dall’assessore alla Cultura Tiziana Albasi che è stato presentato a Palazzo Galli, alla presenza del presidente della Banca di Piacenza Luciano Gobbi.

Il libro è composto di tre parti redatte dagli autori uniti in sinergia da un leitmotiv comune, ovvero la terra del Maestro, il lavoro dei campi, i prodotti del territorio ed il rapporto con la sua gente. Gambazza ha focalizzato la propria ricerca sul paesaggio rurale, la Morsia si è dedicata all’evoluzione storica dell’agricoltura piacentina, mentre la Dioli, dopo aver tratteggiato l’evoluzione del concetto di gusto nel 18° secolo ha esplorato i piaceri della tavola ed il rapporto con i prodotti della terra.

Verdi è emblema di un imprenditore agricolo lungimirante, rivoluzionario in agricoltura, così la terra piacentina (e la piacentinità di Verdi è stata sottolineata nell’intervento di Domenico Ferrari Cesena), attraversata da un profondo rinnovamento, con uomini come Giovanni Raineri ed i fratelli Fioruzzi, con cui Verdi era in relazione. Sono gli anni in cui Verdi decide di impegnarsi in questa attività con la stessa passione che dedicò alla musica. L’artista in Verdi si accompagna all’agricoltore; egli produceva, di conserva, armonia e produzione agricola, un vero poeta dell’agricoltura. Tale esercizio, sempre basato sull’innovazione, è sentito come un dovere morale. Testimonianza dell’accuratezza con cui segue la sua proprietà, sono gli studi agronomici di cui fa fede la biblioteca agricola a Villa S. Agata, l’epistolario con Cavour, altro innovatore agricolo in Piemonte, come le centinaia di lettere ad amici, fattori, dipendenti.

Nella bottega della casa della sua giovinezza, Verdi- ha sottolineato la Morsia- prendeva dimestichezza con i libri contabili. Tra il 1844 ed il 1891 acquistò proprietà per ben 700 Ha. (allora un proprietario molto facoltoso ne possedeva 100!), con un criterio fondamentale: accorpare i fondi che dovevano essere dotati di buona rete irrigua e viaria. Trasformò terreni trascurati e deserti in produttivi, con vigneti, boschi, allevamento, coltivazione di cereali, frumento, medicai, prati, una policoltura sempre più redditizia. Ogni nuova opera era un fondo aggiunto alla proprietà. Frequentava mercati e fiere e comprese sempre l’importanza dell’istruzione agraria per la quale istituì specifiche borse di studio.

Verdi agricoltore, una passione forte quasi quanto la musica
„“La musica ed il cibo- ha chiarito successivamente la Dioli per la propria parte di libro- sono entrambi effimeri perché svaniscono quasi subito, ma lasciano indelebile il gusto. Nel rifugio dell’anima di S.Agata, Verdi coltivò anche la melodia del gusto, ricercando sempre cibi delicati e sopraffini, una cultura eno-gastronomica “glocal”, con il meglio delle province italiane ed gli amati Bordeaux e Champagne. Deux ex machina era (tra le 13 persone della servitù) il cuoco, figura essenziale, che Verdi voleva assolutamente capace di assecondare il suo gusto e soprattutto far godere della sua creatività i selezionati ospiti che erano sovente presenti a S.Agata, perché il cibo, senza convivialità non significava nulla. E tutto in tavola doveva essere di classe: dal cibo, ai vini, alle stoviglie, perché anche l’estetica era essenziale”.“

24/05/2015

Ilpiacenza.it

Il libro

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Il volume ricostruisce il profilo di Giuseppe Verdi agricoltore titolare di possedimenti estesi su circa 700 ettari, siti tra il Po, l’Arda e l’Ongina. Verdi fu agronomo autodidatta e attento innovatore nelle tenute della “pianuraccia” piacentina. Il libro ricompone il percorso di ascesa sociale e patrimoniale del Maestro e mette a fuoco i caratteri tradizionali e innovativi della gestione fondiaria. Inoltre definisce il paesaggio sociale e antropico delle terre verdiane, ne ricostruisce l’humus culturale e agronomico nel quale Verdi maturò la propria attività agraria fatta di letture, frequentazioni, di mercati e fiere, contatti e scambi di esperienze con altri proprietari della zona. La ricerca storica approfondisce il rapporto del Maestro con i prodotti delle sue terre, rivelando la trasformazione dei modelli culturali, sociale ed economici. Giuseppe Verdi fu un produttore-consumatore responsabile e dall’approccio attualissimo. Egli trasferì la propria cura del dettaglio, la generosità, la raffinatezza e la genuinità non solo nelle opere musicali ma anche nelle abitudini alimentari.

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“Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina” di Simona Raspelli: non bisogna dimenticare

A febbraio di quest’anno le Edizioni Diabasis pubblicano Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina di Simona Raspelli, psicologa milanese alla sua prima esperienza letteraria, figlia di Edoardo Raspelli, curatore della prefazione al libro.

Nel compiere il consueto e ordinario gesto di riempiere il serbatoio della propria auto a un qualsiasi distributore self service di benzina Raspelli padre ricorda i racconti della figlia in merito alle esperienze vissute in quel lembo di terra rossa appena sotto l’Equatore, il Burundi, e in quell’altro fazzoletto di terra martoriata, la Palestina, definita dall’autrice «resiliente».
«A me è rimasto l’episodio ‘curioso’, il particolare ‘strano’, il folclore, a mia figlia maggiore il toccare con mano la tragedia, le tragedie. Le pagine di Simona Raspelli danno il loro contributo, il suo contributo a non dimenticare.»
Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina di Simona Raspelli si caratterizza infatti proprio dalla volontà, chiarissima anche dalla scelta del registro narrativo, dell’autrice di non solo raccontare ciò che ha visto e vissuto ma di fare in modo che il tutto si focalizzi nella mente e davanti agli occhi del lettore al punto che questi provi i medesimi sentimenti, le stesse sensazioni da lei provate. Il suo scopo sembra essere non solo quello di «non far dimenticare» ma anche e soprattutto quello di far ‘realizzare’ cosa effettivamente accade e si consuma ogni giorno, tutti i giorni, a una manciata di ore di volo dall’ovattato mondo occidentale.
Il testo si apre con la metabolizzazione interiore e la successiva organizzazione logistica del ‘viaggio’ che la Raspelli si accinge a intraprendere, non senza remore, paure, dubbi e incertezze.
Sensazioni ed emozioni che rimarranno in lei, si sommeranno ad altre, ma acquisiranno una prospettiva totalmente differente nel momento in cui toccherà con mano, osserverà con i propri occhi, patirà con il proprio cuore la sofferenza, quella vera, profonda e radicata, derivante non dalla fine di una relazione d’amore o dallo stress per il troppo lavoro, per il parcheggio non trovato, per il graffio sulla carrozzeria dell’auto nuova… no, quella generata dalle difficoltà di sopravvivenza di popolazioni che hanno nulla in confronto a noi occidentali dal punto di vista economico, finanziario, commerciale, industriale, ma tanto da insegnare dal punto di vista umano, sociale, comunitario, spirituale.
«Se arrivate da vite occidentali che si sono inaridite per vari motivi, magari perché avete perso la misura inseriti nel grande frullatore della produttività che va a tutta velocità, o magari perché vi siete fatti risucchiare in un lavoro solo mentale e magari privo di valori ed eticità, o magari perché avete ceduto alla grande piovra del consumismo e il tempo libero lo passate tra un centro commerciale e l’altro, o magari perché vi siete inchinati davanti al corteo degli stereotipi e cercando di adattarvi alle aspettative altrui con la speranza di ottenere consenso sociale o appartenenza, avete dimenticato i vostri desideri e sogni, o magari perché vi siete fatti catturare salendo su comode e luccicanti gabbie dorate… insomma, comunque sia, con questo incontro potreste sentirvi rifioriti e resi di nuovo fertili da questa piccola, grande umanità.» Simona Raspelli racconta le sue giornate da volontaria e da pseudo-turista come appunti di un diario sul quale annota gli accadimenti, le sensazioni ma anche i suoi personali commenti e in cori, che si affacciano come oblò di una nave all’orizzonte, si rivolge direttamente al lettore evidenziando gli aspetti più cruenti, più reali, più tristi delle sue esperienze vissute calpestando la terra rossa del Burundi o traversando i vari check point della Palestina.
Le notazioni dell’autrice sono come dei simbolici schiaffi rivolti al lettore che magari un attimo prima di leggere pregustava la sua vacanza in un resort, prenotava il suo massaggio in una rinomata spa, ripensava alla sua auto o al suo smartphone nuovi e si crucciava di non aver scelto ulteriori optional o modelli differenti… problemi che diventano incomprensibili se visti attraverso gli occhi di chi si trova dianzi a decine di bambini, di età compresa tra i tre e i dieci anni, affetti da osteomielite, per la gran parte orfani, accompagnati per la medicazione solamente da una straniera per giunta praticamente sconosciuta che non piangono, non urlano, non si dimenano e non chiedono né tantomeno pretendono giochi come ricompensa per aver acconsentito a sottoporsi alle cure necessarie.
«Oggi: i politici in Italia fanno quello che fanno, le veline fanno le veline, i gatti e i cani sono trattati come bebè, i bianchi si lamentano perché il computer è lento o perché l’automobile ha su una riga, molti si affannano per tenere il passo con le nuove tecnologie, i prodotti e i trattamenti per la cura della cellulite spopolano e le riviste ci propinano la passeggiata a piedi nudi sulla terra come metodo antiaging… e a dodici ore di distanza in aeroplano un ragazzo di vent’anni rischia di morire di malaria perché deve aspettare che i suoi parenti se lo carichino sulle spalle e lo portino a piedi all’ospedale che è a tre ore di distanza.»
Viene da sé pensare che bisogna fare il possibile e pure l’impossibile affinché tutto ciò cambi, altrimenti vuol dire che abbiamo perso ogni briciolo di umanità a scapito del progresso e della ‘crescita’ di una ‘civiltà sviluppata’ la quale, fin quando lascerà che simili cose continuino ad accadere, di ‘civile’ ed ‘evoluto’ avrà ben poco. Un cambiamento che non dovrà concretizzarsi in qualche euro in più o in meno donato a Onlus, Ong, Organizzazioni, Missioni e via discorrendo… un cambiamento mentale, culturale, sociale che dovrà fare in modo che simili cose non possano più accadere, né in Burundi né tantomeno in altri luoghi. «Azioni minime hanno un senso, hanno un peso e hanno un effetto.» Lo dobbiamo sempre ricordare, oppure lo dobbiamo imparare.
«Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere» diceva Mahatma Gandhi e Simona Raspelli in Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina sembra volerci spronare a iniziarlo questo necessario cambiamento che deve, appunto, partire da ognuno di noi per raggiungere tutti noi.

Fonte: Oubliettemagazine.com

Il libro

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Da un viaggio con un organizzazione non governativa il VISPE, prende spunto questo libro di Simona Raspelli. Un percorso fra Burundi e Palestina a visitare campi profughi e poveri villaggi. Un libro che fa riflettere e che allargherà in tutti noi l’area della conoscenza e della nostra coscienza. La mirata prefazione del critico gastronomo EDOARDO RASPELLI dà un ulteriore valore a questo volume
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Dal Ventennio alla Repubblica Il Romagnosi diventa un libro

La Greci e la Schiavenza raccontano le vicende di docenti, presidi e studenti

Gli scritti giovanili della 3ªB – la mitica “classe dei giornalisti” (Baldassarre Molossi, Giorgio Torelli, Luca Goldoni, Luigi Bonardi, alias Luigi Malerba) – le vicende di docenti, presidi e studenti che hanno fatto la storia di Parma (tra questi Ferdinando Bernini, poi deputato alla Costituente e don Giuseppe Cavalli), foto d’epoca, manoscritti e altro materiale unico. Il secondo volume che racconta la storia del Romagnosi – dal Ventennio alla Repubblica (edito da Diabasis) – è un mix tra documentazione e testimonianze di chi ha vissuto quel periodo. Presentato nell’aula magna del liceo alla presenza, tra gli altri, delle due autrici, Rosanna Greci e Silvia Schiavenza, del dirigente scolastico Guido Campanini, di Isa Guastalla, ex allieva e storica insegnante di lettere e di Paolo Andrei, presidente della Fondazione Cariparma –il libro intreccia le vicende del Romagnosi a quelle della storia di Parma e d’Italia. «Questo volume – ha spiegato Silvia Schiavenza – è frutto di oltre 5 anni di lavoro. Ci siamo recate negli archivi e abbiamo raccolto numerose testimonianze per ricostruire la vita del Romagnosi e legare la sua storia con quella della nazione». Parole ribadite da Rosanna Greci.«Il lavoro più difficile – ha sottolineato – è stato quello di incrociare i vari materiali raccolti facendo emergere la vivacità del mondo della scuola di quel tempo. Abbiamo privilegiato i diari, le memorie e gli articoli». Il libro è ricchissimo di curiosità e testimonianze. «Ci sono gli scritti di Goldoni e Molossi sui giornalini del tempo – hanno precisato le autrici –. Curioso anche il racconto di Torelli sulle sfilate degli alunni volute dal professore di ginnastica, convinto fascista. Il giornalista racconta che, per fare in modo che si sentisse il passo marziale, il professore esigeva che gli studenti indossassero scarpe con punta e tacco di metallo». Guido Campanini ha aggiunto che «questo il secondo volume (il primo ripercorreva il periodo dal 1860 al 1922), stampato grazie a un finanziamento della Fondazione Cariparma è un lavoro prezioso, molto piacevole da leggere». Secondo Isa Guastalla «il libro è organizzato con intelligenza perché nella microstoria del Romagnosi si inserisce la storia più vasta dell’Italia del tempo». Gabriella Manelli, presidente dell’associa – zione Allievi del liceo Romagnosi, nell’introduzione ha sottolineato il valore del volume, rimarcando che «dalla scuola sgorga la corrente che può rigenerare la nazione». «Tramandare la memoria è fondamentale – ha osservato Paolo Andrei –. Abbiamo aderito al progetto perché crediamo nel valore della scuola e dell’insegnamento». Mauro Massa, editore di Diabasis, ha infine affermato: «Il preside Campanini ha parlato di una lunga storia iniziata nell’Ottocento; aggiungo io una storia di eccellenza che ha caratterizzato l’educazione e la cultura di Parma. Ricordo che quarant’anni fa quando mi stabilii a Parma, furono due le istituzioni che più mi colpirono: la Gazzetta di Parma ed il Liceo Romagnosi, due roccaforti della città».

Gazzetta di Parma 15/05/2015

 

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Anche la luna è capovolta

A Voghera, in provincia di Pavia, siamo alla 633ma edizione della ‘Sensia’, la Fiera dell’Ascensione, la più antica Fiera di Lombardia, nata nel 1382 (www.fieradellascensione.it). Sabato 16 maggio alle ore 19, all’Emeroteca comunale (ingresso Civica Biblioteca Ricottiana,via Gramsci 1), ci sarà la presentazione del libro ‘Anche la luna è capovolta’ di Simona Raspelli, appena pubblicato da edizioni Diabasis. All’evento, in collaborazione con la Libreria Ticinum, parteciperanno l’autrice(la psicologa Simona Raspelli ) e il giornalista e conduttore televisivo Edoardo Raspelli, autore della prefazione e suo padre. Presenteranno l’opera il Presidente del Consiglio Comunale Nicola Affronti e la scrittrice vogherese e autrice per Sky Camilla Sernagiotto. “Nel 2012, dopo aver partecipato ad alcuni percorsi formativi, ho fatto due viaggi di alcuni mesi di volontariato in Burundi col VISPE (Volontari Italiani Solidarietà Paesi Emergenti) e un viaggio di conoscenza in Palestina, a visitare campi profughi e villaggi sotto assedio militare e raccogliere testimonianze di volontari internazionali – ricorda Simona Raspelli – ho raccolto in questo scritto ciò che due occhi qualunque hanno visto durante queste esperienze in Africa e Medio Oriente, al di là di conoscenze storico-economiche e competenze tecniche”. Nel libretto, 109 pagine di racconti intensi,commoventi, emozionanti,che fanno pensare,riflettere: ‘Laggiù,nel cuore dell’Africa,quelle foglie di banano intrecciate erano e sono rappresentazione della povertà di una vita rimasta indietro un secolo rispetto alla nostra di noi ricchi,sempre più ricchi occidentali’. Laggiù ‘Anche la luna è capovolta’.

Claudio Zeni

fonte

Il libro

raspelli 3dDa un viaggio con un organizzazione non governativa il VISPE, prende spunto questo libro di Simona Raspelli. Un percorso fra Burundi e Palestina a visitare campi profughi e poveri villaggi. Un libro che fa riflettere e che allargherà in tutti noi l’area della conoscenza e della nostra coscienza. La mirata prefazione del critico gastronomo EDOARDO RASPELLI dà un ulteriore valore a questo volume

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Vivere frizzante: passione, innovazione e bellezza nella cultura enologica italiana

Il saggio di Emanuela Medi, partito come studio scientifico e approdato alla scoperta delle mille sfumature – artistiche, culinarie, economiche – che questo prodotto offre nella nostra vita quotidiana

Il vino fa parte della vita, influisce sulla salute e sull’umore, ispira la  la musica,  il cinema e  la letteratura. La  cultura del vino è al centro di Vivere frizzante, saggio agile e colto firmato da Emanuela Medi, giornalista scientifica che gioca intorno alla tematica di partenza  per offrire ai lettori un ritratto a tutto tondo della bevanda degli dei . Segno d’eccellenza interessante, tanto che già l’idea piacque al presidente della casa editrice Diabasis, Mauro Massa,  al punto di assegnarle un posto d’onore nella  collana Sensi ,  in omaggio al punto di vista non esclusivamente enogastronomico o meramente scientifico e, invece, globale sull’argomento. Uno sguardo dalle molteplici sfaccettature che sottolinea quanto il vino, bevuto in modica quantità, aiuti a stare bene, mentalmente fisicamente, soprattutto per lo stretto rapporto con il minor rischio di malattie cronico-degenerative ma che, soprattutto, illustra e spiega molto altro: territorio, tradizioni regionali, eros, arte e ambiente.

Emanuela Medi è esperta nel raccontare la scienza e,  nella prima parte del  libro, espone con chiarezza  quanto e come il vino, assunto consapevolmente,  (non più di un bicchiere per le donne e un paio per gli uomini, preferibilmente rosso),  influisca positivamente sul nostro cuore , su alcune malattie come il diabete o l’Alzheimer e, più in generale,  sullo stress ossidativo degli anziani.  Ma già a metà del saggio Medi vira, sconfina e si diverte a ricordare le nuove tendenze del cammino del vino italiano nel mondo, per poi affondare nella Storia, indagare sul vino nell’Antico Testamento e  descrivere, nel tempo e nei riti, la sua sacralità. Ed ecco ancora , vino e musica,  il vino nel cinema  e nella letteratura e, infine, l’eros, con cui il frutto dell’uva fa ” coppia felice” e  che rinvia a sorridenti abbinamenti con gli alimenti afrodisiaci. E se il vino è cultura è anche bellezza. Tanto da essere ormai entrato imperiosamente nella  ricerca dedicata al benessere,  con presenza massiccia dei derivati dell’uva di provata efficacia, sia nella cosmetica avanzata, sia nelle  Spa più sofisticate.

Il vino è una bevanda o una cultura?
“Quando ho iniziato a progettare questo libro onestamente non sapevo e non potevo immaginare quanta ricchezza potesse esprimere il vino. Ero concentrata sulla parte scientifica convinta di quanto la ricerca si fosse impossessata di questa materia per dimostrarne i molteplici effetti positivi sulla salute. Poi …è arrivata la scoperta di un mondo affascinante  fatto di  emozioni, passioni, lavoro,  innovazione.. e la curiosità mi è entrata dentro, una curiosità che si è subito tradotta nel desiderio  di scoprire una realtà che racchiudeva e esprimeva tradizioni, accoglienza, cucina, convivialità, la storia di un luogo, l’arte, il turismo enogastronomico. Allora non aveva più senso parlare solo  di vino, di polifenoli di  vasodilatazione.. . aveva senso parlare di cultura del vino. Perché il vino è sacralità è presente nel calice, simbolicamente il sangue di Cristo. Il vino è letteratura dai poeti greci e latini, al Medioevo, al Rinascimento fino ai nostri giorni con Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Edgar Allan Poe… Festoso e inebriante, il vino è un perfetto compagno per chi ha la chitarra e un microfono in mano: nella citazione del vino ci sono passati tutti da Paul Anka a Eric Clapton ai nostri Giorgio Gaber, Adriano Celentano e Lucio Dalla. “Certo non sarebbe male offrire un bicchiere di vino ad ogni spettatore prima di entrare in sala” dice Alexander Payne regista di Sideways tra i più citati film : protagonista il vino.  E’ imprenditorialità: 50 miliardi di export significano una voce importante per l’economia segno di un Italia che si impone sui mercati esteri. E ancora.. eros, abbinamenti  con la nostra cucina tradizionale ma anche per palati raffinati. E’ bellezza: non c’è spa di prestigio che non abbia i bagni al vino e i massaggi al mosto. Ecco che allora il vino entra nel nostro quotidiano: una cultura che deve fare ancora molta strada, a noi comunicarla!”.

Nel libro c’è scienza e, ancora, vino e medicina e vino e salute….
“Trenta per cento in meno: proviamo ” sezionare” questo dato avendo come riferimento  la metanalisi effettuata dalle più importanti società scientifiche del nostro paese sugli studi internazionali che hanno  preso in esame  il rapporto alcool e salute. Nei paesi a tradizione vinicola il rischio di andare incontro a eventi non  fatali è del 30% e del 25% di infarto in meno rispetto ai paesi a forte consumo di alcool. Il cuore è tanto più protetto se l’assunzione è  moderata e abituale, cioè tutti i giorni , e lo è anche rispetto gli astemi oltre i forti bevitori. Perché? Richiamiamoci a quello che è conosciuto come il” Paradosso francese”. Ha sempre stupito come in questo paese a forte consumo di latticini, formaggi, carni grasse, si registri un minor tasso di mortalità per eventi ischemici e cardiovascolari rispetto altre nazioni a dieta mediterranea. A tenere a bada il colesterolo da” fibrillazione” micidiale per le nostre arterie è l’effetto vasodilatatore dell’alcool-nel caso specifico del vino- che si traduce in un vantaggio coronarico perché aumenta la frazione ” buona o HDL” che incide sulla aggregazione piastrinica e quindi sui trombi. Ma la grandeur francese non finisce qui: si è scoperto che questo effetto è da attribuirsi al vino rosso più che al bianco per la presenza di molti componenti: polifenoli, epitechine, il resveratrolo, flavonoidi.. un effetto assicurato se assunto tutti i giorni proprio come i nostri ultracentenari sardi, sicuramente ultracentenari visto che le date sono ben scritte nei registri delle canoniche! Ma il vino rosso è protettivo per il diabete di tipo 2 perché diminuisce gli eventi cardiovascolari. E’ protettivo per l’Alzheimer per l’azione neuroprotettiva di alcuni dei suoi componenti. Non lo è per i tumori e questo è bene ricordarlo”.

Il vino entra nella vita quotidiana: come usarlo in modo “frizzante”?
“C’è una regola da rispettare : un bicchiere di vino rosso al giorno  per le donne, due per l’uomo e lo sapeva bene anche S Benedetto che della quantità del bere ne fece una regola, ben consapevole di quanto nei secoli l’uso del vino si fosse trasformato in beneficio anche per i monaci E non si può non essere d’accordo con l’indicazione dell’OMS “lessi s  better” meno è meglio, visto gli effetti devastanti  dell’abuso di alcool sulla salute. Ma vivere bene, in positivo ,” frizzante” non è solo questione di benessere fisico. Il vino abbiamo detto è cultura, è una presenza discreta e complice  , è un compagno perfetto quando il desiderio di star da soli con un buon libro  attrae più di una serata speciale. Segna le feste, i matrimoni, i battesimi ,è calore e colore è profumi, gestualità, sapori.. infiniti. Amare il vino non è difficile, difficile è conoscerlo, rispettarlo, ma in queste due parole si racchiude il segreto perché sentendo gli odori e i sapori  racchiusi in un sorso di vino si possono chiudere gli occhi e immaginare lo spettacolo di una natura che si rinnova continuamente.. ed è bello lasciarsi andare per inebriarsi.. . Questo è anche Vivere frizzante!”.

Emanuela Medi
Vivere Frizzante
Diabasis
Pagg.107, euro 15

fonte

 

Il libro

 

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Il vino è salute? Vivere frizzante vuole essere un contributo scientifico onesto e documentato che risponde a quanti sostengono il contrario. Non solo, il vino entra nel nostro quotidiano? Ben venga! Nel cinema, nella musica, nell’eros, nella letteratura… ma sempre in modo responsabile. Vivere frizzante è il primo saggio letterario di Emanuela Medi.
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«Tra poesia, il suo nuovo romanzo e gli inediti di Bertolucci: conversazione con Paolo Lagazzi», di Doriano Fasoli

Paolo Lagazzi, saggista e scrittore, è nato a Parma nel 1949 e risiede a Milano. Si è occupato di letteratura, buddhismo, magia, musica, cinema e pittura. Collabora a riviste e case editrici italiane e straniere. Ha pubblicato libri di saggistica (ricordiamo Rêverie e destino; Vertigo. L’ansia moderna del tempo; Forme della leggerezza), fiabe (La scatola dei giochi; La fogliolina) e racconti. Ha curato antologie di poesia giapponese e, per i «Meridiani» Mondadori, i volumi delle opere di Pietro Citati, Maria Luisa Spaziani ed Attilio Bertolucci (con il quale ha realizzato, nel 1997, un libro intervista: All’improvviso ricordando. Conversazioni). La presente conversazione si incentra sulle recenti pubblicazioni di Lagazzi: il romanzo Light stone, edito da Passigli, la raccolta di saggi La stanchezza del mondo. Ombre e bagliori dalle terre della poesia, edito da Moretti & Vitali, e la curatela, con Gabriella Palli Baroni, di una silloge di opere rimaste finora inedite di Attilio Bertolucci, dal titolo Il fuoco e la cenere. Versi e prose dal tempo perduto, uscito per i tipi Diabasis.

Doriano Fasoli: Alla fine del 2014 è apparso per le edizioni Diabasis un libro di testi inediti o rari di Attilio Bertolucci, Il fuoco e la cenere. Versi e prose dal tempo perduto, curato da lei e da Gabriella Palli Baroni. Come è nato questo volume?

Paolo Lagazzi: È nato da un’idea che portavo dentro di me da parecchi anni e a cui Gabriella Palli Baroni ha aderito con entusiasmo. L’idea era, semplicemente, quella di raccogliere i migliori testi in versi e in prosa di Bertolucci rimasti inediti o dispersi in riviste, non presenti nel «Meridiano» Mondadori curato da me e da Gabriella. La maggior parte degli inediti erano nel fondo bertolucciano dell’Archivio di Stato di Parma, altri nel mio archivio personale e in quello della signora Palli Baroni. Dopo aver letto e riletto molte carte, molti foglietti segnati dall’inconfondibile, curvilinea calligrafia del poeta, io e Gabirella abbiamo scelto i testi che sentivamo più intensi e significativi, poi li abbiamo divisi in tre sezioni: la prima contiene liriche scritte da Bertolucci nell’intero arco della sua esistenza, da quando era giovanissimo fino a tre anni prima della morte; la seconda offre bellissime sequenze, brani o frammenti esclusi da La camera da letto; la terza raccoglie alcune prose di profonda qualità poetica.

Quali pensieri e quali emozioni Il fuoco e la cenere può suscitare in chi già conosce e ama Bertolucci e in chi ancora non lo conosce?

Per chi conosce Bertolucci in modo non superficiale questo libro non potrà non risvegliare quell’insieme di sensazioni, emozioni sottili e segrete, note intime, risonanze ricche di una verità umile e immensa che tutta la sua opera trasmette. Credo sia sempre miracoloso il dono che sa offrirci un poeta originale, vivo e struggente come lui, e straordinaria la possibilità di ritrovare questo dono in luoghi imprevisti, in pagine inesplorate o disperse. Chi ancora non lo conosce troverà in questo libro un ottimo viatico per inoltrarsi nel suo mondo, per esplorarlo lentamente e per lasciarsi assorbire dalla luce vera e fantastica delle sue immagini, dal suo vibratile sentimento del tempo, dalla bellezza straziante del suo amore per la vita e del suo dolore di fronte all’ombra, al nulla, alla morte.

Quali sono le poesie e le prose di Il fuoco e la cenere a cui lei si sente più affezionato?

Tra le poesie un luogo molto speciale nel mio cuore occupa quella che comincia col verso «Come lucciola allor ch’estate volge» e che evoca una lucciola morente, persa in un prato di luglio, «sola nella notte», richiamando attraverso essa il destino di ogni anima; è la poesia che scelsi di leggere in pubblico il 17 giugno 2000 a Parma, durante la parte «civile» del funerale di Attilio. Credo sia un testo meraviglioso, di una limpidezza tragica con pochi confronti possibili nel Novecento. Ma Il fuoco e la cenere raccoglie parecchi testi memorabili. Mi permetta di ricordare almeno «Alla mia giovinezza» e «Avevo dormito a lungo, senza sogni» tra le liriche sparse; la misteriosa sequenza conclusiva del «Viaggio di nozze» tra i brani esclusi dal romanzo in versi; infine «Un giorno del ’44», scorcio di grande qualità epica e umana sull’invasione tedesca dell’Appennino, tra le prose.

Questo libro può aiutare a ripensare l’importanza del poeta di Parma, la sua grandezza e originalità a quindici anni dalla sua scomparsa?

Mi auguro di sì. Il fatto è che, malgrado l’attenzione intorno alla sua opera sia enormemente cresciuta da quando cominciai a occuparmene, più di quarant’anni fa, Bertolucci è ancora letto in modo inadeguato da una buona parte del pubblico della poesia. Molti, ancora condizionati dai luoghi comuni del modernismo (uno dei quali vuole, come lei sa, che un testo sia tanto più importante e interessante quanto più astruso e incomprensibile), lo ritengono un poeta facile o minore, non riuscendo a scorgerne la complessità intima, il pathos religioso, la sete di verità, il radicamento profondo nel mistero dell’esistenza.

Alla fine del 2014 sono apparsi anche due libri suoi: la raccolta di saggi La stanchezza del mondo. Ombre e bagliori dalle terre della poesia e il romanzo Light stone. Se le chiedo di parlarne, da quale preferisce partire?

Senz’altro da La stanchezza del mondo. Perché è legato a tutto il mio lavoro critico: mentre il romanzo, una novità nel mio percorso, richiederà un discorso a parte.

Il titolo di questa raccolta d’interventi sulla poesia potrebbe sorprendere qualcuno. Quale ruolo lei assegna alla «stanchezza» nel nostro tempo storico e nell’ambito della creazione poetica odierna?

La stanchezza nel nostro tempo (almeno in Occidente) è assai più di uno stato fisico: è, anche quando non ce ne rendiamo conto, una specie di colla onnipervasiva, un magma che invade tutti gli spazi reali e mentali, una mucillagine che imprigiona gesti, passi e pensieri, una nebbia che inghiotte tutte le nostre residue speranze di capire qualcosa del mondo. Noi occidentali siamo stanchi di tutto, delle ideologie, della politica, delle utopie, delle mode, delle promesse della medicina, delle derive della genetica, delle menzogne dell’economia… Questa stanchezza contagia non solo la vita ma anche l’arte, i film, i libri e il nostro modo di rapportarci ad essi: siamo immensamente stanchi delle troppe opere false, montate per ragioni d’interesse o per pura e semplice vanità; ci sfinisce la mancanza di verità e bellezza di autori celebratissimi… Siamo stanchi perfino della nostra stanchezza, vorremmo sentirci ancora vivi ma il senso delle cose pare sfuggirci sempre più di mano. Di questa situazione (che credo di non aver affatto gonfiato) risente perfino la poesia, che dovrebbe invece essere la parte della letteratura più forte, più coraggiosa, più refrattaria alla fragilità e all’insensatezza del mondo. Molte tra le raccolte poetiche che ho letto in questi ultimi trent’anni grondano stanchezza, sono forme di grigia apatia, testimoniano una crisi radicale della parola, una specie di anemia prossima a uno stato comatoso… Eppure, mentre sembra collassare precipitando in un buco nero, la poesia continua a offrirci sorprese, a sfoderare riserve impreviste e tenaci di energia, di desiderio, di vita… Sono ancora attuali le parole di Hölderlin: «Ciò che resta lo fondano i poeti.» Il mio libro, dunque, tenta di mettere a fuoco, su questo sfondo atroce di stanchezza, alcune parabole poetiche capaci di custodire per noi il seme della speranza, il sentimento della bellezza, la luce abissale dell’altrove, la musica della terra, del vento, del cielo.

Rispetto ai tanti panorami, saggistici e antologici, prodotti nei nostri anni in merito alla poesia, mi pare che La stanchezza del mondo si distacchi per la grande libertà dagli schemi e dalle formule più in voga. È d’accordo?

Non so rispondere alla sua osservazione, per quanto assai lusinghiera per me. Potrei forse postillarla così: ho sempre detestato le forme rigide del lavoro critico, da quello cosiddetto scientifico a quello issato sui trampolini dell’ideologia. Mi ha sempre creato disagio la sicurezza di alcuni critici quando stilano il canone dei sommersi e dei salvati, dei vittoriosi e dei perdenti di fronte alla storia, come se i loro strumenti (filologici o psicanalitici, linguistici o estetici) fossero in grado di metterli in contatto con la Verità. Troppi critici non sanno vedere che è la stanchezza l’orizzonte cruciale del nostro oggi, e che nella prospettiva della stanchezza le interpretazioni si sgretolano senza tregua; questa evidenza dovrebbe portarci tutti a riconoscere il carattere relativo, aperto, incerto dei nostri giudizi. Partendo da questa convinzione ho cercato di realizzare un panorama poetico libero dai diktat del pensiero categorico, disponibile al dialogo e alla pluralità dei punti di vista. Per questo non ho concesso nessun credito alle distinzioni tra poeti di generazioni diverse, alle poetiche considerate in astratto così come al bisogno che hanno certi critici di separare i poeti dell’impegno da quelli del disimpegno, i «tradizionalisti» dagli innovatori ecc. ecc.

Come ha scelto i trentasei poeti di cui illustra nel libro le opere?

Fra le tante pagine da me dedicate negli anni alla poesia italiana contemporanea ho ripreso solo quelle che in qualche modo mi convincono ancora, ma molti poeti non presenti nel libro sono altrettanto interessanti. Anche in passato, del resto, non ho mai preteso di dire: questi poeti di cui vi parlo sono quelli davvero importanti, gli altri contano poco o niente. Piuttosto ho sempre voluto richiamare l’attenzione su autori di valore ma, per motivi diversi, rimasti in ombra rispetto ad altri non necessariamente più bravi, e anche in questo libro l’ho fatto: tra i poeti appartenenti a questa famiglia ideale mi piace ricordare qui Paolo Bertolani (uno dei più originali dialettali del Novecento), Fernanda Romagnoli (una poetessa grandissima), Giselda Pontesilli, Daniele Cavicchia, Fabrizio Dall’Aglio, Mario Lucrezio Reali e Daniela Tomerini.

Spostandoci, a questo punto, sul suo romanzo Light stone, vorrei chiederle: dopo una lunga militanza critica (e sia pure da critico-scrittore, da critico votato a una scrittura di affabulazione e d’invenzione) come è arrivato a concepire l’idea di un romanzo? Questo passaggio confessa, per riprendere l’idea di prima, una stanchezza nei confronti del lavoro critico?

Se stanchezza c’è stata e c’è in me nei confronti della critica, non è tanto per la critica in generale quanto per le sue versioni aride, asfittiche, intolleranti, ideologiche (purtroppo le più comuni, anzitutto in ambito accademico). Per quanto riguarda il mio percorso di saggista credo ci sia stato un avvicinamento progressivo al romanzo: specialmente a partire dal mio libro Per un ritratto dello scrittore da mago, uscito in prima edizione nel 1994, mi è sempre stato chiaro che non avrei potuto concepire l’esercizio critico se non nei termini di una narrazione, di una tessitura inventiva o di una piccola mitologia. La lezione di Citati è stata, in questo senso, decisiva: senza il suo esempio non avrei mai scritto La casa del poeta, un saggio che è anche il romanzo di un’amicizia (la mia lunga amicizia con Attilio Bertolucci) e della sua scena privilegiata: il villaggio di Casarola. Ma l’intreccio si è dipanato, credo, anche a rovescio: con ciò voglio dire che i miei libri propriamente narrativi contengono degli elementi saggistici. Questo è vero in particolare, direi, per le storie notturne raccolte in Nessuna telefonata sfugge al cielo (storie dedicate al dio della critica letteraria e dell’interpretazione in genere, Hermes) e per il romanzo Light stone, il cui plot è tutto giocato sul filo di due persone, un italiano e una giapponese, che si confrontano attraverso le barriere mentali che continuano a pesare sui rapporti tra Oriente e Occidente.

Come mai questo titolo, Light stone, in inglese?

I due protagonisti del libro, il violinista Francesco Alberti e la giapponese Shoko Mitabe, più giovane di lui di trent’anni, comunicano tra loro in inglese. A un certo punto lui traduce per lei una celebre lirica di Attilio Bertolucci, «Assenza», che termina con questi versi: «Dolente il petto / ti porta, / come una pietra / leggera.» Nella traduzione di lui, i versi diventano: «Sore, the heart / brings you, / as a light / stone.» In questo «light stone» il violinista stesso riconosce una doppia lettura possibile: la «pietra leggera» è anche una «pietra di luce.» A me è piaciuto riprendere questo nodo di senso come titolo del libro: anche perché ricorda uno dei romanzi più belli e misteriosi dell’Ottocento, The Moonstone di Wilkie Collins, oltre a La pietra lunare del nostro Landolfi che ne è la traduzione.

Lei ha indagato a fondo per molti anni la poesia giapponese antica e moderna, scrivendone e curando una serie di antologie. Che rapporto c’è tra queste esplorazioni e Light stone?

Niente come la poesia incarna l’essenza dell’anima giapponese. Creando Light stone ho tentato di evocare questa essenza anzitutto nella grazia della protagonista femminile, Shoko, ma anche descrivendo luoghi come il monastero zen di Engaku-ji presso Kamakura o come il parco dell’imperatore Meiji a Tokyo, in cui ho passeggiato e sostato vivendo momenti indimenticabili. L’anima giapponese, in realtà, resta un grande mistero per me: proprio mentre cercavo di farne risuonare la poesia sentivo che c’è in essa qualcosa che si dà solo sfuggendo, che si manifesta solo velandosi. Questo paradosso sta al fondo del mistero di Shoko; benché Francesco abbia molto studiato la civiltà giapponese, non riesce mai a capire veramente questa ragazza, non solo o non tanto per la differenza di età fra loro, o per l’eterna distanza tra l’anima femminile e quella maschile, ma soprattutto perché lei, benché in apparenza completamente occidentalizzata, proprio come tutti i giapponesi moderni, abita in un altrove irriducibile ai pensieri e ai sentimenti di un occidentale. Se uno dei temi fondamentali della poesia giapponese è l’evanescenza della bellezza, il suo essere appesa al filo degli eventi fluidi, transitori, cangianti come la breve fioritura dei ciliegi in primavera, o come il gioco della luce e dell’ombra nel variare delle stagioni, un leitmotiv decisivo del libro è la natura metamorfica della ragazza, il suo continuo mutare volto e aspetto, pur restando inalterato il nocciolo profondo del suo essere. Il carattere erratico della sua vita (è sempre in viaggio tra il Giappone, gli USA, la Cina, l’Indonesia e la Malesia) si nutre di un senso fondamentale di «sprezzatura», di un’energia sottile che il violinista, per quanto fine e sapiente nel suo ambito artistico, sente come un vento che lo sfiora e lo turba ma di cui non riesce mai a valutare la direzione e la forza. Così, pur respirando l’intensissima poesia di lei, il «profumo» lancinante della sua grazia (o del suo iki, per dirla alla giapponese), Francesco si strema nel vano tentativo di afferrare qualcosa di quella poesia, di racchiuderla in un cerchio protetto, in un possesso almeno ideale.

So che lei ha praticato per molti anni, e forse continua a praticare, la meditazione zen: che ruolo ha questa visione religiosa o filosofica nel suo romanzo?

Lo zen è la via sacra che Francesco segue da quando è giovane, proprio come ho fatto io nella mia vita. Eppure, come ho già detto, l’uomo non riesce mai a penetrare più di tanto in una psicologia, in una costellazione mentale, in un universo spirituale che sente inesorabilmente diversi da quelli dell’Occidente. Nonostante ciò, fino in fondo (sino alle ultime pagine del libro, che non voglio però svelare) tenta disperatamente di lacerare il suo io per calarsi in una dimensione zen a suo modo estrema. L’angoscia del violinista (un perdente che Gabriella Palli Baroni ha paragonato agli inetti di Svevo, anche se c’è un’enorme distanza tra il mio romanzo e i capolavori del triestino) è un tratto che lo avvicina a me, al mio senso di inadeguatezza, alla mia eterna insicurezza. Ma non vorrei che Light stone venisse letto come un romanzo autobiografico; nella realtà della mia vita il rapporto con lo zen è stato assai più positivo, liberatorio e felice soprattutto grazie alla forza illuminante e alla saggezza dei miei maestri: Taisen Deshimaru Roshi e il suo allevo prediletto Fausto Taiten Guareschi.

Light stone rivisita il grande tema dell’amore attraverso una serie di ambiguità, illusioni e conflitti senza cadere negli stereotipi che il genere erotico-sentimentale continua ad attrarre attorno a sé come una calamita. Per lei cosa ha significato cimentarsi con un tema così impegnativo, rischioso, spinoso?

Credo che in fondo noi occidentali siamo ancora segnati dal Romanticismo. Tuttavia il nostro stanco mondo tende sempre più a dissolvere le tracce dell’anima romantica, a disperderle nei rivoli del banale, del vacuo, del lezioso, del frivolo. Io ho cercato di costruire una storia il cui protagonista è un individuo fragile ma fatalmente controcorrente, un uomo goffo, ipersensibile e inattuale, votato ancora a sentire come una trafittura nel costato il richiamo dell’amore. L’amore che prova per Shoko non è solo una forma di ambiguità e di conflitto generati dall’incontro-scontro tra due culture diverse, è soprattutto un’esperienza radicale dell’Altro, dell’inconoscibile, e in quanto tale è intimamente legato all’esperienza della morte. Non a caso uno dei passaggi secondo me più emblematici del libro ha luogo in un cimitero non distante da Tokyo: durante una piccola cerimonia funebre in onore di un artista giapponese di cui era amico, Francesco si trova, di colpo, esposto al brivido dei sacri misteri quando colui che officia il rito gli evoca, senza rendersene conto, la sua Shoko…

In un saggio famoso, apparso all’inizio del Novecento, Miguel de Unamuno scrisse che l’amore è «ciò che di più tragico vi è nel mondo e nella vita.» Francesco Alberti potrebbe non solo sottoscrivere un’affermazione del genere ma aggiungere che, anche quando conduce alla sconfitta più totale, l’amore è pur sempre una delle avventure supreme dell’esistenza.

Gli scambi epistolari (perfino quelli brevissimi come gli sms) hanno ormai assunto un rilievo clamoroso nei nostri anni, e anche su questa nuova qualità dei messaggi, sulla loro ansiosa frequenza, e sui malintesi che possono generare, il suo libro si interroga…

Light stone non è un romanzo epistolare in senso stretto, cioè un testo riconducibile a quel filone letterario che ha inaugurato nel Settecento Samuel Richardson con la suaPamela, ma lo scambio di messaggi (principalmente in forma di mail) tra i due protagonisti ha senz’altro un ruolo trainante, soprattutto nella terza parte. Ora questo scambio genera equivoci non soltanto riconducibili alla differenza culturale, e dunque al problema della traduzione, ma in parte legati alla natura del medium che i due personaggi usano. L’equivoco-chiave è forse quella che si potrebbe chiamare l’illusione della presenza: i nuovi media danno l’impressione di un contatto diretto, addirittura fisico con l’interlocutore (pensiamo a Skype), ma questa impressione non può abolire la realtà della distanza, una realtà che, allorché la percepiamo davvero, è in grado di gettarci in una profonda vertigine, come quando ci risvegliamo da un bel sogno. Il mio romanzo si limita, però, a sfiorare un tema di cui cominciamo solo ora a cogliere la portata antropologica e le potenzialità narrative.

Nel romanzo la leggerezza della scrittura (una costante nel suo lavoro di saggista) s’incontra con un acuto sentimento del tragico: questo intreccio è il frutto di una ricerca consapevole o un risultato involontario, nato dall’abbandono della sua mente alle ragioni intrinseche del libro?

Sono sempre stato affascinato dalla leggerezza sia nella vita che nella letteratura, nella musica e nell’arte: mi seducono, però, non solo gli autori capaci di una leggerezza tersa, trasparente e impalpabile (vorrei chiamarli i maestri dell’acquerello) ma anche quelli che, come Kafka, sanno cogliere la leggerezza, la gratuità, il candore che resiste nel cuore delle situazioni più tragiche. A questo doppio versante dello stile e della visione ho dedicato un intero libro, Forme della leggerezza, uscito nel 2010. Scrivendo Light stoneavevo ben presente il carattere tragico della storia, ma ho sempre cercato di esprimerlo mantenendo il mio stile il più possibile lieve, scorrevole, libero dagli effetti turgidi, eccessivi. Non so davvero se sono riuscito a realizzare questo obiettivo, mi affido alla benevolenza dei lettori.

Doriano Fasoli

Fonte: Sulla Letteratura (On Literature)

29/04/2015

Il Libro

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Negli ultimi anni di vita, dopo aver pubblicato la sua opera cruciale, La camera da letto, Attilio Bertolucci diede alle stampe due raccolte, Verso le sorgenti del Cinghio e La lucertola di Casarola, che, evitando ogni raggelante ipotesi di bilancio e testimoniando un’inesausta passione sperimentale, riunivano in sé poesie recenti e poesie giovanili, liriche compiute e composizioni in fieri, frammenti volatili e brani di ampio respiro narrativo esclusi dal romanzo in versi. Anche Il fuoco e la cenere è uno specchio limpido e vivo della parabola di Bertolucci dai lontani esordi sino alla fine. Costruito dai due più attenti e amorosi interpreti dell’opera bertolucciana, Paolo Lagazzi e Gabriella Palli Baroni, scegliendo i testi più originali e intensi fra tutti quelli ancora inediti in volume, il libro è strutturato come un trittico: a una prima parte di poesie che si dispiegano dagli anni Venti ai Novanta ne seguono una di bellissimi brani esclusi dalla Camera da letto e una di prose di dolce e corrusca qualità poetica. Testo da leggere non come un’antologia ma come una vera e propria raccolta, questo è l’ultimo capitolo dell’avventura creativa di Bertolucci, il dono inatteso e struggente di un grande Maestro.
Leggi l’anteprima del libro

 

Vivere frizzante di Emanuela Medi

Nella splendida cornice di Palazzo Baldassini a Roma, la giornalista medico-scientifica Emanuela Medi ha presentato il suo primo saggio letterario, Vivere frizzante

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L’autrice ha abbandonato per un momento il suo lavoro di divulgatrice per avvicinarsi al vino, per farlo conoscere ed amare. Ha dedicato questo libro ai suoi figli anche se può apparire un controsenso perché, solitamente, il vino lo si associa agli eccessi, alle sbevazzate, ma non deve essere così.

Alla presentazione del libro, Franco Maria Ricci, Presidente della Fondazione Italiana Sommelier ce l’ha descritto come un prodotto magico che rappresenta l’arte e la cultura del nostro Paese, ci ha detto che la bottiglia italiana è la più venduta al mondo ma solo 10 milioni di italiani lo conoscono bene ed è per questo che il vino fa paura.

Raccontare il vino è difficile ma Emanuela Medi ci è riuscita, questo libro scorre via piacevolmente e in 16 capitoli ci fa ritrovare il nettare degli dei nel cinema, nella letteratura, nella musica, ci spiega scientificamente perché 2 bicchieri al giorno per gli uomini e 1 bicchiere per le donne sono protettivi per il cuore, la pressione arteriosa, la malattia di Alzheimer e l’ictus. Evoca il suo significato simbolico e religioso che si manifesta quando Gesù trasforma l’acqua in vino o quando il vino nell’Eucarestia diviene il Sangue di Cristo. Ci racconta anche, che per una nota casa vinicola francese, il vino diventa bellezza quando utilizza ciò che resta della lavorazione: acini, vinaccioli e foglie di vite per produrre creme che sono nutrimento per la pelle.

Questo saggio, edito dalla Casa Editrice Diabasis di Parma è il secondo dalla collana Sensi e non vuole essere una raccolta di libri di ricette ma qualcosa di diverso.

In conclusione posso dire che è un libro godibile e frizzante come può esserlo solo un buon bicchiere di vino e vi invito a leggerlo e sicuramente vi piacerà come è piaciuto a me.

Gabriella Provato

Fonte: dulcisdigabriellapravato.weebly.com

Il libro

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Il vino è salute? Vivere frizzante vuole essere un contributo scientifico onesto e documentato che risponde a quanti sostengono il contrario. Non solo, il vino entra nel nostro quotidiano? Ben venga! Nel cinema, nella musica, nell’eros, nella letteratura… ma sempre in modo responsabile. Vivere frizzante è il primo saggio letterario di Emanuela Medi.
Leggi l’anteprima del libro