Sabato 4 Ottobre al via la festa internazionale della storia a Parma

Sabato 4 ottobre inizia la festa internazionale della storia a Parma.

Per la seconda edizione, Diabasis collabora come partner con il comitato della festa della storia.

Eventi, concerti, mostre e laboratori, arte poesia e molto altro.

Oltre 50 eventi per la storia.

Festa internazionale della storia 2014-Parma

La storia: Il faro dell’umanità

7

 

ECCO IL PROGRAMMA DEL PRIMO GIORNO DELLA FESTA

Scarica l’intero programma sul nostro sito

oppure su Facebook;

oppure sfoglia il programma su tablet o smartphone

per info: festadellastoriaparma@fastwebnet.it

www.diabasis.it

Baldassarre Molossi Pensieri e parole di un combattente

Presentazione Gli editoriali dello storico direttore raccolti in un volume

«Il coraggio di scrivere» Torelli: «Sarre ha reso un servizio importante a questa città»

Chi attacca Molossi avrà del piombo tipografico». Le parole contro le P38. L’inchiostro serio, di un uomo che fu ragazzo nel ‘44, contro l’isteria politica del terrorismo. E’ una delle tante vie, forse la più emozionante, per accedere al mondo di Baldassarre Molossi, una vita votata alla Patria: Parma e con lei, l’Italia. Ieri sera, a Palazzo Soragna, le righe di Molossi hanno compiuto l’estrema magia, passare dalla carta alla testa e al cuore dei lettori, con una magistrale prolusione di Giorgio Torelli. I suoi fondi, perlopiù legati al periodo degli «anni di piombo», sono stati raccolti in un prezioso volume edito da «Diabasis», «Il coraggio di scrivere», curato da Giuseppe Massari, in vendita da oggi con la Gazzetta. E’ stata una conferenza ad alta tensione emotiva, ben al di là della formale riconoscenza tributata dalla città a un uomo e a un direttore protagonista di un’inimitabile stagione editoriale e civile. Gli onori di casa sono toccati ad Alberto Figna, presidente dell’Unione Parmense degli Industriali, il quale s’è detto «molto contento di questa pubblicazione », rimarcando «il coraggio e l’intelligenza di un giornalista molto apprezzato». Il direttore dell’Upi, Cesare Azzali, ha introdotto il suo intervento partendo da un episodio privato, «avevo quindici anni quando, grazie all’abbonamento in famiglia alla Gazzetta, cominciai a leggere le parole di Baldassarre Molossi, ritrovandomi. Di lui, da allora, ammiro il dire cose intelligenti, il senso di responsabilità trasmesso ai lettori, impermeabile alle mode fallaci». Riassume, Azzali: «La qualità degli uomini liberi è la tolleranza verso gli altri, in nome dei propri ideali». Seguendo i saluti di Giovanni Borri, presidente del gruppo «Gazzetta di Parma», Alberto Chiesi, presidente del gruppo Chiesi, ha rimarcato i valori di «onestà e scrupolo, sobrietà e decoro, in tempi in cui i giornalisti si esponevano anche fisicamente al rischio della propria incolumità». Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, in un bel dialogo moderato da Mauro Massa, presidente di Diabasis, con raffinata abilità oratoriale ha rivangato, nel profondo, il senso dei convincimenti liberali di Molossi, insistendo molto sull’alto profilo delle sue bandiere. Giuliano Molossi ha ricordato la ritrosia del padre ad accettare la scorta, nonostante un colpo di arma da fuoco verso il suo studio nella redazione del giornale in via Emilio Casa: «Di quel gruppo di ragazzi faceva parte Francesco Zizzi, giovane sorridente con la battuta pronta. Fu ucciso, il 16 marzo 1978, nella strage di via Fani»  «L’ora più buia della Repubblica», scrisse «Sarre» sulla sua Gazzetta. «Sarre», così lo hanno conosciuto e stimato migliaia di parmigiani, così lo ha amato la moglie, «Sarre, la mia roccia». Uno dei tanti dardi della memoria, dal calderone di Giorgio Torelli. «Guardate il libro in controluce, e vedrete l’autoritratto in piedi di Sarre. Giornalista, sempre giovane, alto, elegante. L’amicizia risale al liceo, distratti al Romagnosi dallo scintillare dell’acqua alle finestre. Giovani impenitenti, lui con la vocazione al grande giornalismo già nel nome. Io e Luca Goldoni andammo verso altri lidi, con la sua benedizione, non senza che ci avvertisse “e chi resterà a custodire il sacrario?”. Il sacro era la sua Gazzetta, il giornale del padre che mai conobbe, del nonno Pellegrino, così autorevole con se stesso da voler riconoscere il valore sul campo di un carabiniere che, in una manifestazione, sparò al fratello». Torelli, come un torrente infuocato, incalza i presenti con la poesia «del vecchio linotipista che sembra un pianista, lui davanti alla macchina con il piombo caldo, i redattori pittoreschi della Gazza del dopoguerra, calamai che volano contro le pareti e redattori cupi, ben prima di essere capi». E il bene che gli voleva Montanelli, e la sua stima verso Egisto Corradi, Cesare Zavattini, Giovannino Guareschi, Pietro Barilla, e giù aneddoti, e via di pennellate. Venendo al nocciolo: «Giornalismo è aiutare un popolo a crescere nel meglio. Non insegnando a vivere, ma indicando punti, costellazioni». Bello come mai, con una casacca blu sopra la camicia verde militare, Torelli chiosa: «Baldassarre ha servito questa città di barba e parrucca. Nelle sue parole c’è quel peperoncino che usava estrarre da una tabacchiera – fascinoso pensare risalente a Maria Luigia – e che finiva nei suoi piatti, per renderli più sapidi».

Stefano Rotta

Gazzetta di Parma 20/09/2014

 

molossi gazzetta

Leggi l’articolo originale

 

 

il libro

molossi 3d

 

In una serie di articoli pubblicati fra il 1974 e la fine degli anni Ottanta, Molossi ci fa capire, in maniera chiara, come e perchè l’Italia è arrivata a questo punto del guado. Forse potevamo fare qualcosa prima? Molossi s’interroga e dai suoi editoriali ne esce una nazione che fra terrorismo, compromesso storico e politica estera ha perduto quel ruolo strategico che aveva fatto dell’Italia il paese più importante nel mediterraneo. Un libro per tutti che per la sua sincerità e grazia nello scrivere ha fatto di Molossi uno dei giornalisti italiani più seguiti ed importanti.

Leggi l’anteprima del libro

IN VENDITA DAL 20 SETTEMBRE ESCLUSIVAMENTE CON LA GAZZETTA DI PARMA A 12,00 € PIù IL PREZZO DEL QUOTIDIANO

Oggi la presentazione a Parma del libro: "IL CORAGGIO DI SCRIVERE"

La casa editrice Diabasis è lieta di invitarvi alla presentazione del libro di:
Baldassarre Molossi
IL CORAGGIO DI SCRIVERE
a cura di Giuseppe Massari
prefazione di Antonio Patuelli
Oggi 19 settembre 2014, ore 18.00
Palazzo Soragna, Sala Convegni
Str. al Ponte Caprazucca, 6/a – Parma
Saluti di:
Alberto Figna, presidente Unione Parmense degli Industriali
Cesare Azzali, direttore Unione Parmense degli Industriali
Giovanni Borri, presidente del gruppo «Gazzetta di Parma»
Interventi di:
Alberto Chiesi, presidente del gruppo Chiesi
Giuliano Molossi, direttore «Gazzetta di Parma»
Antonio Patuelli, presidente ABI
Giorgio Torelli, giornalista
Coordina l’incontro:
Mauro Massa, presidente Diabasis

molossi 3d

 

In una serie di articoli pubblicati fra il 1974 e la fine degli anni Ottanta, Molossi ci fa capire, in maniera chiara, come e perchè l’Italia è arrivata a questo punto del guado. Forse potevamo fare qualcosa prima? Molossi s’interroga e dai suoi editoriali ne esce una nazione che fra terrorismo, compromesso storico e politica estera ha perduto quel ruolo strategico che aveva fatto dell’Italia il paese più importante nel mediterraneo. Un libro per tutti che per la sua sincerità e grazia nello scrivere ha fatto di Molossi uno dei giornalisti italiani più seguiti ed importanti.

Leggi l’anteprima del libro

Molossi Penna in prima linea

Gli editoriali dello storico direttore della Gazzetta raccolti nel volume «Il coraggio di scrivere». L’Italia degli anni ’70 e ’80 interpretata con acume, profondità e cultura. Pagine innervate di ironia e saggezza. Prefazione di Antonio Patuelli.

Il libro edito da Diabasis sarà in vendita da sabato 20 settembre 2014 con la Gazzetta a 12 euro più il prezzo del quotidiano.

articolo molossi 1 Molossi secondap

 

Scarica l’articolo originale

di Giuseppe Marchetti

Gazzetta di Parma 17/09/2014

 

 

Venerdì 19 settembre ore 18, presso il palazzo Soragna in str. Al ponte Caprazucca, 6/a, la presentazione che sarà aperta al pubblico.

Dopo i saluti di: Alberto Figna, presidente Unione Parmense degli Industriali

Cesare Azzali, direttore Unione Parmense degli Industriali

Giovanni Borri, presidente del gruppo «Gazzetta di Parma»

Interverranno:

Alberto Chiesi, presidente del gruppo Chiesi

Giuliano Molossi, direttore «Gazzetta di Parma»

Antonio Patuelli, presidente ABI

Giorgio Torelli, giornalista

Coordina l’incontro:

Mauro Massa, presidente Diabasis

Il libro

molossi 3d

 

In una serie di articoli pubblicati fra il 1974 e la fine degli anni Ottanta, Molossi ci fa capire, in maniera chiara, come e perchè l’Italia è arrivata a questo punto del guado. Forse potevamo fare qualcosa prima? Molossi s’interroga e dai suoi editoriali ne esce una nazione che fra terrorismo, compromesso storico e politica estera ha perduto quel ruolo strategico che aveva fatto dell’Italia il paese più importante nel mediterraneo. Un libro per tutti che per la sua sincerità e grazia nello scrivere ha fatto di Molossi uno dei giornalisti italiani più seguiti ed importanti.

Leggi l’anteprima del libro

Intervento di Liliana Cavani alla presentazione del libro "Tutto si tiene tutto si muove" di Albertina Soliani

Un romanzo di formazione questo bel libro di Albertina Soliani. La storia di una vita, di un viaggio dove ad ogni passo c’è un incontro positivo per il quale è grata. Ci sono 403 nomi di incontri. Li ha numerati una sua amica della Birmania leggendo questo libro che precisa: “credo che il senso di ogni viaggio anche quello che tu hai descritto stia nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare..”. Io sono una delle 403 persone e dall’incontro con Albertina fin dalla prima volta è venuta fuori un’amicizia bella importante che avevamo in comune con una persona straordinaria, Margherita Marmiroli, di Campagnola, insegnante eccezionale di liceo,una creatura di spirito profondissimo. Dopo questo incontro anche io sono nella “rete” di Albertina… “tutto si muove e si tiene”….come dice il titolo.
Dal romanzo di una vita di Albertina ho imparato tante cose. E poi due pensieri profondi. Uno è la frase del titolo”Tutto si muove e tutto si tiene”. Se dovessi esprimere una brevissima sintesi del senso bello della vita tenterei con una frase più o meno simile. L’altra è una frase di Tina Anselmi che Albertina cita: “Per cambiare il mondo bisogna esserci”. La prima frase sembra detta da Eraclito, la seconda da Gesù Cristo stesso. Due frasi che stimolano e dicono che ogni persona è indispensabile e connessa nella grande rete che connette tutti gli esseri umani e dove di conseguenza l’azione di bene o di male di ognuno si riflette su tutti. …e l’aggancio di Albertina alla causa della Birmania si connette a questo significato come testimoniano le parole di Aung San Suu Kyi (capo dell’opposizione in Birmania) quando dice “usate la vostra libertà per favorire la nostra”. Queste parole sono rivolte al nostro Paese grazie al piccolo ministero esteri di Albertina che ha invitato a Parma questo importante personaggio politico e l’ha fatta assistere al teatro lirico ad una prima di Verdi in occasione del Festival del Bicentenario.
Dicevo che questo è un romanzo di formazione ma è anche la storia di una vita che all’inizio poteva sembrare svantaggiata. Figlia di una ragazza madre Albertina sembra destinata a vita difficile. Ma al capezzale di quella ragazza e della sua bambina devono essere arrivate le Eumenidi, le dame della fortuna dell’antica Grecia, che si dice portassero i loro doni ai bambini che saranno poi fortunati. Portano infatti alla piccola Albertina questi doni: intelligenza affetti saggezza e successo. E’ accolta infatti con gioia e attenzione anche dal suo paese; riceverà tutte le cure e un’ ottima istruzione superiore e avrà successo. Grandissima resta la gratitudine di Albertina per le persone di questo piccolo paese, Boretto perché l’hanno accolta come un dono. Questo spirito di accoglienza e la gratitudine diventeranno pilastri del suo modo di essere, di vivere e di fare politica. La bambina di Boretto ha fatto carriera: diventa preside, diventa poi senatrice e sottosegretaria al Ministero della Pubblica Istruzione (chi meglio? fatemelo dire). Un’ottima carriera, anzi specialissima, perché accompagnata di pari passo dalla sua maturazione spirituale. Dice infatti Albertina: “mai come in politica ho sentito come decisiva la forza della spiritualità che la politica esige”. E infatti da questo libro vera “confessione”, emerge la visione ALTA che la Soliani ha della politica. Albertina considera il dedicarsi alla politica come una VOCAZIONE. Ed è proprio così per lei, una VOCATIO, una “chiamata” avvertita dentro di sé alla quale ha risposto con un alto senso del dovere verso il suo paesino, Boretto e la sua gente, verso la nazione e i suoi concittadini, e verso se stessa. Per questo impegno sentito come “vocatio” Albertina impegna se stessa al massimo. Infatti c’è un capitolo del libro intitolato “Spiritualità e politica” che mi ha particolarmente commosso. “Mai come in politica –dice – ho sentito come decisiva la forza della spiritualità che la politica esige”. Che la politica esiga maturazione interiore dovrebbe essere nell’ordine delle cose. Purtroppo vediamo passioni politiche conclamate che poi nei fatti si rivelano come egoistiche avventure per interesse personale. Per i cristiani c’è una parola per definire questo tipo di mentitorie cioè: “sepolcri imbiancati”. Per la politica non c’è l’apposito termine ma ci sono le ingiurie spicce, ladri, bugiardi, imbroglioni. La politica – ha ragione Albertina – ha bisogno della spiritualità. E raramente ne ha avuto bisogno come in questo momento. La comprensione, la condivisione e la realizzazione degli articoli della Costituzione richiedono, come dice lei, un’ adesione spirituale, perché, aggiunge: “ In essa è nitido lo spartiacque tra il bene e il male e ogni giorno la politica impone di fare scelte importanti e solo una coscienza vigile può farlo”. E dice anche: “ I luoghi della politica sono luoghi sacri. Lì entravano in gioco la mia coscienza, il mio spirito e l’amore per gli altri”. Albertina è ben cosciente che dedicarsi alla politica richiede anche un impegno spirituale e sottolinea infatti: “la sofferenza che attraversa la vita delle persone e dei popoli a causa delle scelte politiche è un anche un impegno spirituale che solo uno spirito libero e vigile può intendere”. La Soliani ha perfettamente ragione e mi viene purtroppo da domandarmi: quanti spiriti liberi riusciamo a preferire quando andiamo a votare? Se i luoghi della politica sono sacri come dice Albertina e la politica un’azione altrettanto sacra come l’intendeva Pericle e anche Cicerone e anche come lo intendiamo noi e tanti altri cittadini viene da piangere al pensiero della dissacrazione alla quale assistiamo da troppi anni. C’è stato forse un generale volgare fraintendimento e mistificatorio della parola stessa “democrazia” e del suo significato vero? La Democratìa greca che significa governo popolare intesa a braccio, volgarizzata? Intesa alla buona da molti eletti: “ Sono stato eletto dal popolo, tutto quello che faccio dopotutto è popolare”. Anche fare il proprio interesse. Tanto è vero che senatori presi con le mani nel sacco si stupiscono e cadono dalle nuvole. Altro che luoghi sacri, vocazione spirituale. Albertina tuttavia non perde troppo tempo in lamentazioni vane. “Sentinella quanto resta della notte?” chiede citando Isaia e risponde alla domanda con un pacato “è ancora notte”. Ma insiste a dire che è più che mai il tempo dell’uomo interiore che vive le virtù cardinali: la temperanza, la fortezza, la prudenza, la giustizia. Laicamente, precisa. E’ dell’idea che il politico abbia anche il compito di dare esempio di educazione politica. Sarebbe urgente che fosse così. Siamo viceversa di fronte a furbesche esposizioni e tranelli nonostante l’urgenza di recuperare passi perduti di civiltà. Chi può farlo capire a tanti nostri parlamentari? Chi può obbligarli a leggere questo libro?
Chi può invitarli alla spiritualità della politica che la Soliani ritiene fondamentale e suggerisce?
La fede di Albertina nella politica, la fede che l’azione politica possa costruire un mondo migliore fatto di collaborazione tra nazioni. Con la sua fede intravvede e crede in una Storia in divenire fondata su una generale consapevolezza politica più matura fino a rasentare quel sentimento di fratellanza che tra i primi laici Francesco di Assisi riuscì a comunicare.

Il libro

Tutto si muove 3dok

 

La storia di vita e politica di Albertina Soliani è racchiusa tra due abbracci. Quello della gente del suo paese natale nella bassa reggiana e oggi anche quello della gente birmana, attraverso gli incontri con Aung San Suu Kyi. Tra Boretto e Rangoon si snoda il racconto di questo libro, più di una biografia personale alla fine del mandato parlamentare. È la ricostruzione di quel tessuto di relazioni di amicizia, costellazioni d’idee, che con ostinazione e misteriosi collegamenti hanno contribuito al rinnovamento della Chiesa, della scuola e della politica in Italia. Un percorso non privo di delusioni, come per gli ostacoli al progetto dell’Ulivo e le tre cadute politiche di Prodi, raccontate senza reticenze nel giudizio sulle responsabilità personali e dei partiti. Sempre con la speranza delle sentinelle che guardano oltre la notte, per affidare l’alba alle nuove generazioni.
leggi l’anteprima del libro

15 settembre 2014 a Trieste la presentazione del nuovo libro di Boris Pahor "Venuti a galla"

Lunedì 15 c.m., con inizio alle ore 17.45, nella Sala Conferenze della Biblioteca Statale “Stelio Crise” di Trieste (Largo Papa Giovanni 6, II piano) avrà luogo la presentazione del libro di Boris Pahor, Venuti a galla. Scritti di metodo, di polemica e di critica pubblicato dalla casa editrice Diabasis di Parma. Il libro sarà presentato da Cristina Battocletti (“Il Sole 24 ore”), Alessandro Mezzena Lona (“Il Piccolo”) e da Elvio Guagnini, curatore del volume. Interverrà l’autore. Nel volume sono raccolti saggi e interventi scritti da Pahor in italiano tra gli anni Sessanta del Novecento e oggi. Pagine – di grande attualità – che riguardano la questione dell’identità dei piccoli popoli, il valore della cultura delle comunità etnico-linguistiche anche minoritarie, le prospettive poste dall’itinerario verso una federazione europea. Scritti che riguardano anche la cultura degli Sloveni, la letteratura slovena a Trieste, il dibattito sui rapporti tra cultura slovena e cultura italiana. Un discorso che si sviluppa pure attraverso riflessioni diverse e attraverso pagine narrative ricche di spunti autobiografici. Pagine che testimoniano la partecipazione civile di Boris Pahor a un dibattito complesso su una storia problematica, spesso oggetto di reticenze e di equivoci, con voce franca e pacata, ferma e rispettosa, tesa ai superamenti delle incomprensioni in nome del rispetto delle ragioni degli altri e dei propri diritti troppe volte conculcati. Un libro, questo, che illumina le ragioni che sottendono anche le pagine narrative di questo importante scrittore sloveno ed europeo.

191339532-d0a6a1b4-505e-4a98-b374-4fe54705df88191339712-0c888c2e-5925-494f-9229-e0c0e44197f3

 

il libro

Pahor3dBoris Pahor in questo libro ripercorre una storia che, oltre a essere autobiografica, è la storia di un popolo, di una lingua e dei suoi maggiori interpreti. Partendo dalle prime esperienze in lingua slovena fino ad arrivare ai grandi poeti e prosatori del Novecento, Pahor ci conduce per mano, tramite la poesia e la prosa slovena di quegli anni, attraverso i suoi ricordi dolorosi, dall’incendio delle sedi e delle organizzazioni della comunità slovena di Trieste nel 1920, all’internamento in vari campi di concentramento. L’amicizia con il grande pensatore-poeta Edvard Kocbek e con il pittore Augusto Cernigoj sono poi narrati con la leggerezza e la maestria che solo Pahor sa trasmetterci come nei suoi libri precedenti. Un libro che ci fa conoscere al meglio questo grande scrittore e anche un monito alle generazioni future sull’ignominia degli eccidi dei popoli e della loro cultura.

Leggi l’anteprima del libro

Branko Ćopić, una storia eretica

Branko-Copic-una-storia-eretica_large

È stato l’autore jugoslavo più letto nel dopoguerra. Criticato da Tito e da Đilas, era amato dal pubblico come scrittore dei partigiani e insieme di narrativa per l’infanzia. Il suo patrimonio di racconti proveniva dalla krajina bosniaca, la sua tomba fu un ponte di Belgrado

Sono passati 30 anni dalla tragica morte di Branko Ćopić (1915-1984). Autore di racconti, romanzi, poesie, di due commedie e di opere per bambini, Ćopić è stato tradotto in una trentina di lingue, incluse il tedesco, l’inglese, il francese, il russo, il polacco, il turco e il cinese. In italiano, per ora, sono disponibili solamente il poema per bambini “Ježeva kućica” (“La casetta del porcospino”, traduzione di Luci Žuvel e Manuela Orazi, associazione Lipa, Roma 2003) e tre racconti inseriti nella rassegna del racconto bosniaco erzegovese del ventesimo secolo, “Racconti dalla Bosnia – scelti e tradotti da Giacomo Scotti” (Diabasis, Reggio Emilia 2006).
Ćopić, il più popolare e più letto scrittore jugoslavo del ventesimo secolo, è dunque quasi sconosciuto in Italia. Neppure “Gluvi barut” (1990) [Sorda polvere da sparo], il film di Bato Čengić realizzato sulla base dell’omonimo romanzo di Ćopić, e diverse volte trasmesso alla tv italiana, ha aiutato la diffusione in Italia delle opere di questo grande scrittore.
Branko, la vita e le opere
Nonostante abbia trascorso la maggior parte della sua vita a Belgrado, Ćopić non si è mai separato dal microcosmo della sua terra nativa: le krajine di Bosnia. In questo seguì il destino dei personaggi dei suoi racconti, spinti da venti di guerra e da grandi cambiamenti sociali e politici a Belgrado e in Vojvodina (per lo più in aree che alla fine Seconda guerra furono abbandonati dai tedeschi del Banato) provenendo da remoti villaggi rurali .
Ćopić nacque infatti ad Hašani, villaggio situato su un versante del monte Grmeč. Crebbe in un ambiente rurale, dove erano ancora dominanti la tradizione della poesia e dei racconti popolari serbi, e il senso dell’humor. Trascorse la prima infanzia accanto al nonno Rade, per lui un guru dalla particolare umanità e dalla semplice ma profonda filosofia di vita. Nel 1958, per l’opera “Ne tuguj, bronzana stražo” [Non piangere, sentinella di bronzo], ottenne il premio NIN, il più prestigioso premio jugoslavo per la narrativa. Il nonno Rade fu invece l’eroe della prosa più poetica di Ćopić, “Bašta sljezove boje” (1971) [Il giardino color malva] per la quale, nel 1972, Ćopić riceverà per il premio Njegoš.
Ćopić è uno dei rari scrittori jugoslavi che per tutta la vita fu scrittore professionista. Ancora studente, a Belgrado pubblicò quattro libri di racconti. Nella seconda metà degli anni trenta, non era immaginabile un’edizione della rubrica letteraria del quotidiano Politika senza un contributo di questo “autore del racconto rurale”, visto come l’erede del grande narratore Petar Kočić. Durante la guerra a cui, da partigiano, partecipò sin dal primo giorno, a questa definizione verrà aggiunta anche quella di “scrittore dei partigiani”. Ovviamente con l’aggiunta “per grandi e piccini”.
Dopo la guerra, la sua popolarità aumentò in modo inarrestabile, e diventò lo scrittore più letto nel paese. Negli anni cinquanta, la sua influenza venne accresciuta in particolare dalla pubblicazione delle voluminose opere “Prolom” [Breccia] (1952) e “Gluvi barut” [Sorda polvere da sparo] (1957). In questi romanzi, Ćopić riesce a realizzare un ampio e suggestivo affresco delle rivolte popolari nella krajina bosniaca. Anche se sentiva la vicinanza con Gorki e Babel, poi con Cankar, Andrić, Crnjanski e Krleža, Ćopić, in “Prolom” e in “Gluvi barut”, si avvicina per lo più a Sholokhov.
A proposito di “Gluvi barut”, il giornale tedesco Rheinische Merkur pubblicò una recensione lodando il coraggio dell’autore nell’affrontare la tematica della guerra. Il recensore, Karl Rau, sottolineò in particolare la “critica del metodo comunista”. Ćopić, in questo romanzo, rappresenta infatti anche il fenomeno del “terrore rosso” personificato dal commissario Vlada, stalinista, e l’odio nei confronti dei contadini. Quel romanzo, ma anche le critiche letterarie delle altre opere di Ćopić, fu oggetto di discussioni e valutazioni da parte dei comitati della Lega dei comunisti nelle diverse città jugoslave. Ćopić però perseverò per tutta la vita nel suo atteggiamento originario, indipendentemente da pressioni di ogni genere, e nella sua ricerca di una verità lontana dal “bisogno di una corretta visione della guerra e della Rivoluzione” e dall’orientamento del Partito.
Il dossier Branko Ćopić
Il dossier sullo scrittore e sul comunista Branko Ćopić, redatto dal Comitato della Lega dei comunisti di Belgrado, crebbe però per ben diciassette anni. Anche l’UDBA, i servizi segreti jugoslavi, aveva un dossier su di lui. Le indagini iniziarono nel 1950 dopo la pubblicazione di “Una storia eretica” nella rivista satirica “Jež”, con le illustrazioni del caricaturista, e poi anche scrittore di viaggi, Zuke Džumhur. Se non fosse stato per la reazione negativa di Tito, questa satira di Ćopić (pubblicata dalla rivista on line Sagarana n°56) sarebbe rimasta soltanto una tra le molte di questo genere.
Ćopić, stanco delle satire sui piccoli borghesi, la religione, i pope, gli uomini di chiesa, gli hodža, non riusciva a chiudere gli occhi davanti a determinati fenomeni sociali e politici del dopoguerra. Come il lettore italiano può constatare, “Una storia eretica” è scritta in modo semplice, con brevi sequenze. Può essere vista anche come la sceneggiatura di un cortometraggio. Il protagonista non è quel nuotatore troppo curioso che ha messo il naso fuori dalla ringhiera di una villa sull’Adriatico. Il personaggio principale è un piccolo ma importante gruppo di una nuova classe privilegiata. Vi troviamo un ministro, sua cognata, un vice ministro con la moglie, un generale e un “pezzo grosso di una grossa istituzione che sta zitto in modo saggio”. Lascio ai lettori il giudizio sulla rappresentazione, e in particolare sulla reazione di questi personaggi alla vista di questo tipo curioso, che è anche un lavoratore modello.
In quel periodo, i giornali e le riviste jugoslave facevano a gara nell’infangare l’autore di questo racconto. Ćopić, in realtà, si era semplicemente permesso di fare satira sull’abisso che separava, dopo la guerra, gli ideali comunisti di uguaglianza e giustizia dalla loro applicazione nella vita reale. Contro lo scrittore intervennero severamente anche alcuni suoi amici e, oltre a Tito, Milovan Đilas, che fu spietato verso Ćopić. Ad un incontro di donne antifasciste, cui era presente anche la madre dello scrittore, Tito si scagliò personalmente contro Ćopić, pur assicurando che non sarebbe finito in prigione. Il giorno successivo, lo scrittore incollò sulla porta d’ingresso della sua abitazione il ritaglio di uno degli articoli che riportavano sottolineate le parole del capo dello stato sulla sua eresia: “Non lo metteremo in prigione”.
La vera risposta dell’autore a tutte le critiche, tuttavia, fu la continuazione del suo lavoro satirico. Nel racconto “Sudija s tuđom glavom” [Il giudice con una testa altrui], incontriamo un critico letterario che segue ciecamente la dottrina estetica di Stalin e Ždanov. E dire che il 1948, l’anno della rottura con i sovietici, avrebbe dovuto portare con sé nuovi e più liberi punti di vista anche sulla letteratura. L’autore termina questo racconto notando che la letteratura socialista non esiste, proprio come non esiste il pranzo socialista. “Chi scrive i racconti col diavolo” è invece una satira nella quale l’autore ritorna su questo tema su ordine dello stesso Satana. Quando in questi racconti inizieranno a riconoscersi gli amici dell’autore ci sarà soltanto una soluzione: la censura.
Alcuni anni più tardi furono resi pubblici i veri motivi degli attacchi contro Ćopić: criticava i fenomeni negativi prima che lo facesse il Partito. In questo, Ćopić è accomunabile a Danilo Kiš, oggetto negli anni settanta di particolare accanimento per il romanzo “Grobnica za Borisa Davidoviča” [Una tomba per Boris Davidovič]. Ćopić ebbe tuttavia anche illustri sostenitori, e ancora oggi viene ricordato un episodio secondo cui il premio Nobel Ivo Andrić avrebbe per la prima e unica volta in vita sua insultato qualcuno, per difendere Branko.
Un ponte a Belgrado
Ormai da tempo si chiama “Brankov”, il ponte di Branko. È il ponte sotto il quale Ćopić trascorse la sua prima notte a Belgrado, e dal quale si gettò, il 26 marzo 1984. Il suo suicidio, ancora oggi, si leva come un’ombra oscura sulla sua ricca opera. Lo scrittore portò via con sé molte domande. Sia le sue, che le nostre. E anche quel melanconico e irripetibile lieve sorriso benevolo. Indicava forse che il mondo è così com’è, un mondo in cui l’essere umano è “quello che è” ma potrebbe essere migliore, e che tuttavia c’è del bene al mondo.
Nei lontani anni settanta, nella prefazione del “Bašta sljezove boje”, Ćopić, parlando dei “cavalieri neri”, ha lasciato un avvertimento profetico. Il titolo della prefazione è semplice: “Pismo Ziji” [Lettera a Zijo]. Zija Dizdarević (1916-1942), suo amico, era finito nel campo di concentramento di Jasenovac, sotto il maglio ustascia. Quella lettera è meravigliosa nel suo profondo messaggio umano sulla vita e la letteratura.
Concludo questa breve memoria su Ćopić con un suo scritto: “Mio nonno Rade era un uomo insolito. Il suo mondo fatato, tutto intrecciato di favole e fantasie, di chiaro di luna e di seta trasparente dell’estate di Miholj, era il mondo di ottobre di inizio autunno, il giorno di Miholjdan, quando a casa ricevevamo ospiti cari, quando tutto era colmo di racconti e abbondanza, quando anche il gatto era sazio e pacifico, e il topo grasso e spensierato… Quei giorni di ottobre del nonno rappresentano lo scrigno di tutti i miei veri motivi letterari. Sono partito da là e ho iniziato a creare un mondo secondo l’immagine che ne aveva questo uomo onesto, spirituale e a suo modo giusto. Che sosteneva che il lupo è verde e che una persona non può scomparire, né morire, finché un amico ne conserva in tasca l’orologio. Che batte come il suo cuore.”

Božidar Stanišić

8 settembre 2014

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Branko-Copic-una-storia-eretica-155197

Il libro

racconti_dalla_bosniaIn Bosnia raccontare si dice divaniti, dalla radice del turco divan – sofà, canapé, ottomana – per alludere a un raccontare disteso, lento, da fare (e ascoltare) in compagnia, come un rito. Chi racconta bene è tenuto in grande considerazione, come una specie di eroe nazionale. Resa famosa da Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, entrata poi nell’immaginario collettivo per la tragica guerra fratricida del 1992-1995, la Bosnia è per antonomasia, a parere di Scotti, la terra dei narratori. L’antologia di Scrittori dalla Bosnia presenta per la prima volta insieme, al lettore italiano, le prose di diciannove scrittori del Novecento, alcuni dei quali già apprezzati dal grande pubblico (lo stesso Andric, Matvejevic); autori che hanno lasciato un segno profondo nella letteratura bosniaco erzegovese del Novecento

Estate finita?? Rilassati con un libro Diabasis

Estate finita??

Rilassati con un libro Diabasis

FINO A DICEMBRE SCONTI DEL 50%

Scopri l’offerta del mese sulla pagina PROMOZIONI del nostro sito

sliderbg

 

Questo mese la promozione, “Ti racconto una storia…”

Dedicata ai racconti di tutte le collane “Il Pomerio” e “Biblioteca Padana”, l’iniziativa targata Diabasis a favore della lettura post estiva parte da settembre con tanti libri divenuti ormai classici, tutti a metà prezzo. Ma anche tante Novità in Offerta.

Charles Dickens,  Edith Wharton, Bernard Marie Koltès e ancora Antonio e Pupi Avati, Alberto Bertoni, Gian Ruggero Manzoni, Mario Rinaldi e tanti altri…

CHE ASPETTI!

Visita il nostro sito: www.diabasis.it

 

Il signor Kreck. La recensione di Fiorenzo fontana

Juan Octavio Prenx, romanziere e poeta nato in Argentina nel 1932, docente universitario a Trieste, costruisce un romanzo dove individuo e potere si confrontano in una lotta impari e dall’esito scontato.

prenz

Il lettore che si avventuri nelle pagine del romanzo di Juan Octavio Prenz ( Il Signor Kreck. Diabasis 2014) porta con sé fino all’ultima pagina, senza risolverlo, il dubbio su chi veramente fosse il signor Kreck, a che scopo mirassero le sue azioni, quale sia stata la sua fine. Il contesto è l’Argentina del 1977 quando, con la giunta militare del dittatore Videla al potere, una parola di troppo ma anche una di meno o il silenzio generavano sospetti e in pochi anni migliaia di desaparecidos, gli oppositori del regime, scomparirono dopo essere stati torturati e uccisi.
Juan Octavio Prenz, romanziere e poeta nato in Argentina nel 1932, docente universitario a Trieste, su questo sfondo dolente costruisce un romanzo a tesi dove l’ individuo che percepisce se stesso come esente da colpe, è in stato di accusa nella sfera pubblica ed in quella privata e per difendere la sua libertà dovrà sparire, come se l’esistenza fosse incompatibile con l’innocenza.
“ Il mondo è grande e ci sono spazi dove la vita è possibile”: con queste parole il padre di Kreck, dopo aver cresciuto il figlio nel ricordo del grande Impero Austro-Ungarico che un giorno dovrà ritornare, spinge il figlio a lasciare la nativa Istria, negli anni in cui l’Europa si consegna ad Hitler.
In Argentina Kreck trova lavoro in una compagnia di assicurazioni, si sposa, ha una figlia e dei nipoti e a quasi sessant’anni può pensare ad una vita prevedibile e tranquilla. Ma cosa accade ad un individuo quando finisce sotto la lente indagatrice di un potere che non rispetta alcuna regola e giudica nemico da eliminare chiunque non sia incondizionatamente dalla sua parte ?
L’uomo metodico e puntuale, l’impiegato discreto e scrupoloso, cortese ma riservato, di poche ma necessarie parole, difficile solo per le persone difficili, dedito alla cura del proprio giardino nelle ore libere, ha affittato un alloggio di cui, dopo attenta riflessione, ha deciso di non parlare né alla moglie né a conoscenti o colleghi. D’altronde Kreck è insofferente delle conversazioni futili o inutili che lui chiama “ circostanziali”, durante le quali riesce ad astrarsi e a navigare per altri mondi, portato da una abitudine alla riflessione che la moglie stessa giudicherà esasperata e non necessaria. Chi sa tutto dell’alloggio è invece la polizia che arresta Kreck per associazione illecita, lo interroga, e risponde al suo mutismo con percosse, cella di isolamento e perquisizione di alloggio ed ufficio.
Dopo 10 anni la moglie, che col marito ha condiviso una vita serena e senza strappi, fino all’arresto e alla rivelazione dell’alloggio segreto, confiderà al narratore che a questo punto tutte le congetture su Kreck erano diventate credibili ed insieme inverosimili: lei d’altronde, se qualcosa era davvero accaduto – e, come la polizia le aveva spiegato, se l’accusa è grave, la colpa non può essere stata piccola – avrebbe accettato un marito sovversivo piuttosto che traditore del vincolo coniugale. Il suo dubbio però era che la verità fosse ancora ai margini di queste supposizioni.
Su quei margini lavora Prenz che scopre un Kreck persuaso della bontà della vita quotidiana, l’unica possibile per lui uomo alieno da credenze religiose. In essa cercava sempre la parte positiva, trovandola anche nelle circostanze più avverse, purché fosse preservata la libertà individuale , sia pure con dei limiti etici che giudicava necessari. A tale uomo si poteva chiedere perché avesse affittato un alloggio? E infatti al suo avvocato risponde che i motivi dell’affitto sono personali e che questa è l’unica verità. Se poi il silenzio complica le cose, s’immagini l’avvocato quanto potrebbero complicarle le parole…
Ma l’uomo che tre mesi dopo esce dal carcere , ha sperimentato un potere illegittimo e brutale, ha saputo dei crimini delle bande paramilitari, ha preso coscienza di non vivere più nella sua comoda realtà quotidiana ma di essere entrato in un’altra “più astrusa, ineludibile” ed ora non è più certo se è stato vittima di un “equivoco” o è responsabile di qualche crimine sconosciuto. Ora pensa che l’innocenza non è mai assoluta ed è incerto se dire la verità alla moglie o inventare una bugia. Prova con se stesso a raccontare due vicende ugualmente improbabili – il tradimento e la sovversione- finché la moglie offre una terza versione parlando di un Rodolfo offeso e distrutto da quella sua domanda di spiegazione che da sola bruciava anni di reciproca fiducia.
Ormai solidale con il suo personaggio, l’autore non indaga oltre su un silenzio che è l’ultimo rifugio della libertà personale. Il Signor Kreck è uscito di casa e sparito come inghiottito dalla terra. Sparito o fatto sparire? Un sovversivo minore, un marito infedele o un testimone di libertà individuale che aveva letto La Rochefoucauld:” Colui al quale confidate il vostro segreto, diventa il padrone della vostra libertà”?.
Il romanzo si mantiene ad un alto livello stilistico e drammatico nel seguire le peripezie dell’uomo solo con il suo segreto che difende con ostinato mutismo di fronte all’inquisizione poliziesca come di fronte alla non eludibile domanda che la moglie gli pone. La vicenda si contorce tuttavia nella parte finale in una improbabile digressione sulla sostanziale identità di tutte le storie che si potrebbero narrare , quando raggiungano lo scopo che si propongono. La sintesi più convincente viene allora dai versetti biblici dell’Ecclesiaste posti in esergo: l’uomo simile ai pesci presi nella rete fatale, è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui. E nella rete chi riuscirà a distinguere innocenti e colpevoli se a questo compito non provvede la scrittura?

Fiorenzo Fontana
01/09/2014

Il nostro tempo 

Il libro

Kreck j

Il signor Kreck lascia l’Istria poco prima dello scoppio della grande guerra per trasferirsi a Buenos Aires ove “il mondo è grande e ci sono spazi dove la vita è possibile”. Le vicende del protagonista si intrecciano a quelle della storia contemporanea in un susseguirsi di eventi del quotidiano che conducono il lettore in un viaggio attraverso diverse culture e situazioni. La narrazione, ambientata nell’Argentina di Videla degli anni Settanta, è sobria, essenziale e dettagliata nella cura descrittiva. Una prosa leggera e ironica che attraversa alcuni degli eventi più importanti della storia del XX secolo; dal Terzo Reich, all’emigrazione degli italiani in Argentina, al colpo di stato di Ramirez nel 1943.

Leggi l’anteprima del libro

Acquista il libro con il 15% di sconto