Quando la politica è fatta con il cuore

Presentazione del libro della Senatrice Albertina Soliani, “Tutto si muove tutto si tiene” alla festa dell’unità di Montecchio, giovedì 31 luglio 2014 alle 21:15, parco Enza.

Dialoga con l’autrice la Consigliera Regionale Roberta Mori

 

Il libro

Tutto si muove 3dokLa storia di vita e politica di Albertina Soliani è racchiusa tra due abbracci. Quello della gente del suo paese natale nella bassa reggiana e oggi anche quello della gente birmana, attraverso gli incontri con Aung San Suu Kyi. Tra Boretto e Rangoon si snoda il racconto di questo libro, più di una biografia personale alla fine del mandato parlamentare. È la ricostruzione di quel tessuto di relazioni di amicizia, costellazioni d’idee, che con ostinazione e misteriosi collegamenti hanno contribuito al rinnovamento della Chiesa, della scuola e della politica in Italia. Un percorso non privo di delusioni, come per gli ostacoli al progetto dell’Ulivo e le tre cadute politiche di Prodi, raccontate senza reticenze nel giudizio sulle responsabilità personali e dei partiti. Sempre con la speranza delle sentinelle che guardano oltre la notte, per affidare l’alba alle nuove generazioni.

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Laurea honoris causa a Bernardo Bertolucci, parlano i promotori

In attesa di uno degli eventi più importanti che si svolgeranno a Parma alla fine dell’anno.

In anteprima la video intervista del prof. Michele Guerra e del prof. Luigi Allegri dell’università di Parma.

 

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Clicca per guardare il video

 

Fonte: Gazzetta di Parma

23/07/2014

Tour de France: la strage dei campioni

Dalla Grande Boucle alla Grande Guerra: il tragico destino dei giganti della strada

Corro. Divago. Sento il fragore della guerra ovunque: dai cieli dell’Ucraina alla striscia di Gaza. Divago. Corro. L’orrore della guerra è un circuito infinito. Dallo scaffale tiro giù un libro impolverato: I Giganti della strada di Luciano Serra. Sottotitolo: il ciclismo eroico dal 1891 al 1914 (Edizioni Diabasis). Soffio sulle pagine ingiallite. La scelta è tra i tubolari Dunlop o le gomme smontabili Michelin. Purtroppo però tutto si ferma al 1914. Come la vita di molti di quei giganti della strada che da sempre pedalano nella memoria.

Le immagini si fanno nitide. Luciano si trova nel 1950 in una brasserie di Carcassone con un suo amico. Sul Col d’Aspin accadono brutte cose a Bartali, la squadra italiana si ritira e il giovane tifoso decide che una buona birra ci sta tutta. La padrona della brasserie chiede chi è stato il più grande ciclista di tutti i tempi. A risposta esatta, birra a fiumi. Luciano spara: Petit-Breton. La donna ha un sussulto. E che ne sai tu moccioso d’italiano? Si chiama Lucien, come me, ha battuto il record dell’ora e ha vinto due Tour.

La donna versa da bere.

Petit-Breton si chiama in realtà Lucien Mazen e nasce a Plessé in Bretagna nel 1882. I genitori emigrano in Argentina e il giovane Luciano si appassiona alla bicicletta. Vince a 19 anni la Buenos Aires-Rosario, tanto che con una sottoscrizione di francesi immigrati può andare a correre in Francia. Tutti lo chiamano “l’argentino” ma lui si ribattezza “piccolo bretone” per correre all’insaputa di suo padre, che di ciclo non ne vuole sapere. È un purosangue slanciato ed elegante. Colto e intelligente. Nervoso e impulsivo. L’ideatore del Tour, Henri Desgrange, lo definisce un corridore più di nervi che di muscoli. Possiede il culto del ciclismo, porta la bicicletta in camera, fa i piani per la tappa del giorno dopo e, con il suo carattere riservato non privo di fascino, scatena l’entusiasmo degli sportivi. Va bene su tutti i terreni, il suo treno spesso non è retto dagli avversari, sembra un diavolo scatenato, un démon de la route. È il primo a vincere due Tour consecutivi: 1907 e 1908. Nel palmarès trovano spazio Milano-San Remo, Parigi-Tours, Parigi-Bruxelles e il record dell’ora. Corre anche il Giro, vincendo una tappa. La sua pedalata è secca come un colpo di randello. Muore in uno scontro fra ambulanze della Croce rossa nel dicembre del ’17. Due anni prima cade in guerra suo fratello Anselme, anch’egli ciclista.

Pedalo da fermo. Seduto sulla sedia. Le pagine fra le dita. Girano come ruote lenticolari. Nella mente un fruscio. Il Gigante di Colombes, Françoise Faber. La leggenda lo vuole alto due metri e pesante un quintale. In realtà non supera il metro e ottanta. Forse per l’epoca è già una stazza notevole. Madre francese e padre lussemburghese. Sceglie la nazionalità del padre, ma soprattutto corre e vince. Pedalata più che potente, possente. Secondo dietro Petit-Breton nel Tour del 1908 con quattro tappe sul groppone, è nel 1909 che combina sfracelli. Vince sei tappe del Tour di cui cinque consecutive. Nessuno mai come lui. Da giovane fa il terrassier, il badilante: forza erculea, spalle larghe, gran mantice nei polmoni, è la prima locomotiva umana della ciclo, con largo anticipo su Learco Guerra. Semplice, taciturno e generoso è il classico gigante buono. E di buon appetito. Non prende mai il via senza aver ingurgitato dodici cotolette. Vince anche Giro di Lombardia, Parigi-Roubaix e Parigi-Tours. Pioggia, grandine, calura, vento, polvere e forature non lo fermano mai. Lo ferma la guerra sul fronte di Arras il 9 maggio del 1915, ucciso da un cecchino nello spazio fra le opposte trincee. Volontario nella Legione straniera. Sta riportando al sicuro un compagno ferito quando è colpito alla testa. Il corpo mai ritrovato. È dichiarato morto nel 1921. Cinque giorni prima nasce sua figlia Raymonde. Fa in tempo a scrivere alla moglie poche righe: “Adesso siamo papà e mamma, sono felice. È importante. Se mi succedesse qualcosa di brutto, non sarai sola”.

Che facce. Che sguardi. C’è vita in queste pagine. Osservo le poche immagini rimaste di questi uomini lontani che sembrano qui accanto a me. I baffi. I tubolari arrotolati sul torace. Gli occhiali da aviatore. I nomi picareschi. Octave Lapize, forse il più completo di tutti. Nasce nel 1887 alla periferia meridionale di Parigi. Soprannomi: Tatave, diminutivo di Octave e Frisé, il ricciuto, per la folta chioma crespa. Sordo dall’orecchio destro, è esonerato dal servizio di leva. Forse è perché non sente bene che si fa schivo, furbo, irritabile, istintivo, pronto alla sfida.

Octave Lapize inizia a vincere giovanissimo. È il primo a conquistare tre Parigi-Roubaix e tre Parigi-Bruxelles. Il capolavoro, condito da indicibili sofferenze, nel Tour del 1910: gli organizzatori inseriscono per la prima volta i Pirenei, per rendere più rude la corsa.

Peyresourde, Aspin, Tourmalet, Aubisque nella tappa del 21 luglio da Luchon a Bayonne. Forse un po’ di numeri fanno capire di che razza di corse stiamo parlando e perché il ciclismo dell’epoca si definisce eroico, con tanto di strade sterrate e bici pesanti come muli. Questa edizione del Tour si corre in 15 tappe, 110 sono i partenti, 4474 i chilometri da fare. È sull’Abisque che Lapize grida agli organizzatori: “Assassini. Siete degli assassini”. Poi va a vincere la tappa. Tosto Lapize: nonostante sia riformato riesce ad arruolarsi nell’aviazione. Si spegne nei cieli di Woevre in un conflitto aereo. È il 14 luglio del 1917, giorno di festa nazionale con poco da festeggiare.

Altri ciclisti cadono come gocce di pioggia sull’asfalto. Henri Alavoine muore in volo sopra Roubaix nel 1916. Léon Flameng, oro olimpico ad Atene sui 100 km con quattordici giri di vantaggio sul secondo e tutto il pubblico in delirio, è anch’egli abbattuto in volo. Emile Friol è travolto da un camion alleato: il conducente si accascia sul volante colpito da un proiettile, perde il controllo e tutto travolge. Camille Fily, il più giovane a correre il Tour del 1904 a soli diciassette anni viene falciato al Monte Kemmel mentre pedala come staffetta portaordini.

L’elenco potrebbe continuare, ma qui mi fermo. Scendo dalla bici, chiudo le pagine del libro e anche gli occhi. Sospiro. Allons enfants de la Patrie. Abbandono le strade, le avventure, i personaggi e mi tuffo nel caldo di luglio che finalmente è arrivato. Non corro più. Non divago più. Maledette le guerre. Sempre e comunque. Altre pagine verranno scritte. E le leggerò volentieri.

Articolo di Francesco Ricci

GQ magazine 21/07/2014

fonte: http://www.gqitalia.it/sport/ciclismo/2014/07/21/ciclismo-strage-dei-campioni/

 

Il Libro

Schermata 2014-07-22 a 15.49.32Intento di questo libro è legare lo sport alla storia, il mito alla realtà, e far rivivere quello spirito di avventura e di guadagno che spinse uomini coraggiosi ad affrontare corse massacranti su strade impossibili e fra inaudite interperie per divenire idoli osannati dalle folle. L’opera, che viene autorevolmente introdotta da Romano Prodi, esplora con documentazione ineccepibile e spesso inedita in Italia, e con un taglio stilistico piacevolissimo, la nascita del ciclismo su strada dal 1891 (con l’evocazione dettagliata della Bordeaux-Parigi di 572 Km e della Parigi-Brest-Parigi di ben 1208) al 1914. Riporta vivacissimi aneddoti sconosciuti ed è ricca di rare preziose immagini. Il titolo si riferisce alla definizione suggestiva che dei grandi campioni fu data in occasione del primo Tour de France del 1903 e che venne fissata da noi nel primo Giro d’Italia del 1909. Il ciclismo che fu detto “eroico ” con enfatica verità rivive come gran libro di memorie lontane da confrontare con le corse di oggi.

Una vita per mio padre Giovannino Guareschi

Giovanni Guareschi è stato un grande scrittore e, sembra, lo scrittore italiano più venduto al mondo.

Nel mio vissuto il primo incontro con lo scrittore  è avvenuto nel mondo cinematografico quando, adolescente, mi piaceva vedere e rivedere le trasposizioni cinematografiche di Don Camillo e Peppone. L’approdo naturale fu la  lettura dei relativi  libri. Superata la sbornia guareschiana, per anni lo scrittore era caduto nel dimenticatoio per riemergerne quando una mia cara zia, per alleviare la mia depressione post partum, qualche anno fa mi regalò “Corrierino delle famiglie”, un libro dedicato alle piccole cose, alla quotidianità ordinaria, dove la protagonista era la famiglia Guareschi. Insomma Guareschi ha “segnato” delle tappe importanti della mia vita donandomi sempre un sorriso divertito. Così quando mi sono imbattuta in “Una vita per mio padre, Giovannino Guareschi” di Giuliano Guareschi (Diabasis, 2009) la curiosità ha prevalso: chi è Giuliano e perché questo titolo?

Il libro approfondisce un lato oscuro della vita privata del grande scrittore. Egli in età giovanile ebbe un figlio che non riconobbe mai ufficialmente pur intrattenendo con lui un formale rapporto che, si percepisce dalle righe del libro, fu piuttosto freddo.

L’autore, un giornalista che esercitò la sua professione in Australia dove emigrò nel 1961 a 19 anni, fa trasparire in maniera continua e dolorosa il rammarico per il mancato riconoscimento perché questo fu il segno tangibile dell’assenza del padre e del mancato amore paterno.

Il libro è molto interessante perché presenta il quadro socio-economico dell’Italia del dopoguerra con quella vita ai limiti della miseria, con la bicicletta come principale mezzo di trasporto, con l’industria Barilla che cominciava a decollare in un contesto rurale, con la Milano evoluta dove il padre si era trasferito. E poi…il flusso  migratorio in Australia (la seconda parte del libro è occupata dalle “cronache australiane”, vari pezzi giornalistici che raffigurano un quadro nitido dell’evoluzione dell’Australia nei 40 anni di permanenza del giornalista).

 

Il libro

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La nuova edizione dell’esauritissima autobiografia Mio padre Giovannino Guareschi. Dal Po all’Australia inseguendo un sogno, riproposta assieme al racconto dell’avvenuto riconoscimento di Giuliano Montagna come figlio primogenito di Giovannino alle cronache australiane della Croce del Sud. Giuliano Montagna racconta la sua storia, dall’infanzia a Parma con la madre Luisa e i nonni all’impiego in Barilla , fino alla direzione del quotidiano di Sydney in lingua italiana , «La fiamma». Il racconto ripercorre il cammino di un uomo alla ricerca della propria identità per riappacificarsi con se stesso e con il padre. Un uomo lacerato, fra due patrie fisiche – Italia e Australia – e due patrie dell’anima: se stesso e il padre, l’altro sé in cui riconoscersi. Fino all’avvenuto ricongiungimento. La terza parte contiene le cronache dell’epopea italiana nel farsi dell’ Australia: per conoscere l’Australia, per sapere le fatiche, le glorie, le colpe del South-East italo-australiano.

Micaela Montanaro

11\07\2014

libritempoxme.it

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Un cittadino ordinario e la follia di un regime

Libro dell’argentino di origini istriano-croate Juan Octavio Prenz

Anzitutto, dobbiamo ammazzare tutti i sovversivi, poi i loro simpatizzanti; quindi, quelli che sono indifferenti e infine gli indecisi”.(Ibérico Saint-Jean, generale argentino da “Children of Cain”/“Figli di Caino”, di Tina Rosemberg). Il nuovo libro di Juan Octávio Prenz – scrittore nato nel 1932 a Ensenada, nella provincia di Buenos Aires (Argentina), ma di origine istriano-croate –, intitolato “Il signor Kreck” (curato da Elvio Guagnini, Diabasis, Parma, 2014, 284 pagine), non poteva destare, dopo una prima lettura, che una piacevole corrispondenza con lo stile narrativo del boemo Kafka. Questa si fa maggiore, senza togliere nulla alla costruzione del romanzo, quando il suo personaggio chiave, l’assicuratore Rodolfo Kreck, entra in contatto, a suo discapito, con le istituzioni, o meglio con il braccio armato della dittatura che governa il Paese sudamericano.

Siamo nell’Argentina di Jorge Rafael Videla, che con il colpo di Stato del 24 marzo 1976 destituì la presidente Isabel Martinez de Perón, avviando il “proceso de reorganización nacional”. Processo che prevedeva la riorganizzazione economica, secondo un profilo neoliberista, come era avvenuto qualche anno prima in Cile con Pinochet e l’allontanamento della “minaccia comunista” attraverso la sparizione di tutti gli oppositori politici. Una sistematica pratica dell’orrore resa possibile da molte connivenze interne ed esterne al Paese e qualche silenzio di troppo, incluso – secondo alcuni – quello della stessa Chiesa cattolica.

Destino simile a quello di Josef K.

Il suo signor Rodolfo Kreck è un uomo venuto da lontano. Suo padre, istriano di Pisino, quando il Terzo Reich tentò di trasformare Trieste e il Litorale in una sorta di dépendance della Germania, lo spedì lontanissimo, in Argentina. Qui Rodolfo Kreck si costruì una vita per niente di eccezionale. Marito e padre esemplare, rispettoso delle forme sociali (“Un prezzo necessario per la convivenza quotidiana”), puntuale come un orologio svizzero sul lavoro e immerso in una quotidianità grigia e insulsa, non dovrebbe temere alcunché dal sistema di polizia del suo Paese nonostante i “tempi così difficili”. Però il destino è in agguato e come il personaggio dello scrittore praghese (“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”), viene arrestato con l’accusa di terrorismo e interrogato da sconcertanti funzionari di polizia che pretendono da lui chissà quali risposte (“A domande bizzarre, e marziane, secondo lui, che sfioravano i limiti della sua vita privata, altre che diventavano assurde a furia di insistere su delle ovvietà che nulla aggiungevano, ne toglievano, a suo modo di vedere, all’inchiesta”) e per questo lo trattengono in carcere pur senza avere a suo carico nemmeno uno straccio di prova.
Il tutto era iniziato quando, alcuni mesi prima, aveva preso in affitto da due stravaganti gemelle, rimaste zitelle, un appartamento ammobiliato precedentemente abitato dal defunto padre delle due donne, tale Francisco Salgueiro, ornitologo di fama internazionale e anch’esso uomo irreprensibile in vita. Ma a cosa gli serviva un appartamento in affitto, che aveva deciso di tenere ben chiuso da una chiave nascosta nel cassetto della sua scrivania in ufficio? Forse un senso di riservatezza portato all’estremo, un suo spazio libero di cui nessuno deve sapere nulla? Un gesto, questo, che non passa inosservato alla macchina inquisitoria, che da qualche anno si è messa in moto nel Paese sudamericano.
È proprio da questa macchina che Rodofo Kreck, nato in un piccolo paese nelle vicinanze di Pisino d’Istria e giunto a Buenos Aires molti anni prima, dovrà difendersi rinunciando, paradossalmente, alla sua innocenza in cambio della propria libertà. Un libro inquietante e drammatico sullo sfondo di un Paese, dove un’infame dittatura militare colpisce gli oppositori politici con l’assassinio, con la detenzione, clandestina o legale, e con l’esilio, forzato o volontario.

Un nemico impalpabile e infido

Prenz vive a Trieste dal 1979, ma continua a scrivere nella sua lingua madre, lo spagnolo, pubblicando nel suo Paese d’origine, dove ha ricevuto i premi più importanti per chi si occupa di letteratura. Come il Casa de las Américas, una sorta di Nobel latinoamericano. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo “Favola di Innocenzo Onesto, il decapitato” (pubblicata per la prima volta in Cile nel 1990 e in Italia nel 2001 per i tipi delle edizioni Marsilio), dove il protagonista del romanzo è anch’esso un irreprensibile cittadino di una tranquilla e ordinata cittadina del Sudamerica.
Anche questa volta il nemico è impalpabile e per questo infido. Il potere politico considera la risata come una calamità (la risata aggrega il popolo e il comico smaschera con ironia pungente le debolezze dei potenti), che minaccia il buon funzionamento dell’ordine costituito. Il probo e onesto uomo decide di dare l’esempio e porre un freno alla corruzione che questa scatena.
Lo fa sottoponendosi alla decapitazione: un’équipe di medici sostituisce la sua testa con quella di un mostro. L’accettazione all’intervento chirurgico diventa in breve un’operazione mediatica che il potere contribuisce a divulgare in ogni angolo della città come alternativa definitiva per arginare il mefistofelico riso. Ma l’imbroglio non può durare a lungo e la necessità del riso, che è un privilegio e una prerogativa dell’uomo, riemerge da una smorfia del mostro anche a costo della propria vita.

Francesco Cenetiempo

26 Giugno 2014 la Voce del popolo

Il libro

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Il signor Kreck lascia l’Istria poco prima dello scoppio della grande guerra per trasferirsi a Buenos Aires ove “il mondo è grande e ci sono spazi dove la vita è possibile”. Le vicende del protagonista si intrecciano a quelle della storia contemporanea in un susseguirsi di eventi del quotidiano che conducono il lettore in un viaggio attraverso diverse culture e situazioni. La narrazione, ambientata nell’Argentina di Videla degli anni Settanta, è sobria, essenziale e dettagliata nella cura descrittiva. Una prosa leggera e ironica che attraversa alcuni degli eventi più importanti della storia del XX secolo; dal Terzo Reich, all’emigrazione degli italiani in Argentina, al colpo di stato di Ramirez nel 1943.
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Convivenza civile, come promuoverla

“La democrazia e i suoi dilemmi”, saggio edito da Diabasis. Charles Taylor riflette sul nostro tempo diviso tra egoismi e slanci di solidarietà

 

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I risultati delle recenti elezioni europee hanno messo in luce, in più di un caso, come sia impossibile, per i cittadini, sentirsi parte di un progetto comune là dove mancano gli spazi necessari all’espressione democratica. La totale mancanza di solidarietà fra i paesi dell’Unione, inoltre, ha aggravato le disparità fra i paesi membri, favorendo il successo di partiti nazionalisti (come il Front National in Francia) e generando il dubbio circa la possibilità di conciliare la democrazia e l’inclusione delle diversità in momenti di crisi. Anche senza trattare di Unione Europea, il nuovo libro di Charles Taylor, pubblicato da Diabasis, ci parla proprio di questi dilemmi (il titolo è, appunto, «La democrazia e i suoi dilemmi»). Il volume raccoglie tre saggi del filosofo canadese, scritti in occasioni diverse ma accomunati da un linguaggio chiaro e accessibile, che ci costringono a riflettere sulle contraddizioni di quella forma del convivere civile che è la democrazia. Il primo dilemma emerge nel tentativo stesso di definire la democrazia: se il fatto di vivere insieme serve unicamente a perseguire i propri scopi privati, come può essere condotta un’azione comune che abbia come obiettivo minimo la difesa delle istituzioni democratiche? E, d’altra parte, come possiamo pensare che la società sia un corpo unico, senza chiudere gli occhi dinanzi al conflitto fra «visioni divergenti del bene comune»? Il richiamo alle elezioni europee permette di comprendere la portata di queste domande: solo l’azione comune potrebbe portare a un incremento di democrazia, ma la diversità degli interessi rende assai difficile pensare a un progetto unitario. Chiaramente questo problema si pone anche a livello nazionale, dove il disinteresse verso la partecipazione politica si accompagna a una forma narcisistica di individualismo, ponendo in seria crisi la vita democratica. Origine di ulteriori dilemmi è la crescente complessità delle comunità politiche, sempre più intrecciate in relazioni globali di mercato e sempre più frammentate al loro interno in una pluralità irriducibile di culture. Come può essere conciliata la solidarietà fra i diversi soggetti di un gruppo sociale e la competitività richiesta dalle regole del mercato? E come accordare l’esigenza di identità e di coesione, propria di ogni democrazia, con l’inclusione degli immigrati che chiedono di essere accolti? Come scrive il curatore del volume, Paolo Costa, Charles Taylor è «un pensatore nemico delle semplificazioni». Egli ci invita a porre attenzione a tutti i requisiti di una democrazia ben funzionante, ma ci fa anche comprendere come alcuni di questi stiano fra loro in conflitto. Taylor non propone soluzioni di comodo. Formula delle ipotesi per sanare le contraddizioni, ma senza illuderci che esse possano essere definitivamente risolte. Del resto, una democrazia pacificata non sarebbe più tale: una certa dose di conflitto è il prezzo da pagare per la libertà. Tuttavia, ciò non significa nemmeno rinunciare ad affrontare questi dilemmi, fingendo che non siano reali o che non esista alcuna soluzione. Esistono, anzi, più soluzioni, sempre da rinegoziare e da adeguare alle esigenze della realtà, sulla base della volontà politica di mediare fra i contendenti, senza sopprimere la parte più debole. Ciò che dovrebbe caratterizzare ogni politica autenticamente democratica è, secondo Taylor, l’attenzione al bene comune, che è in primo luogo la democrazia stessa, la quale per funzionare richiede che ogni voce possa davvero trovare espressione, che vi sia un grado di solidarietà tale da impedire un’eccessiva divaricazione della forbice dei redditi e che l’identità nazionale sia disponibile a una costante ridefinizione, capace di tener conto delle esigenze di tutte le culture che vivono nelle nostre società.

Gianluca Cavallo 10/07/2014, Gazzetta di Parma

La democrazia e i suoi dilemmi, di Charles Taylor – Diabasis, pag. 95, euro 10

 

Il libro

Taylor3dI saggi raccolti in questo volume sono stati scritti in luoghi e momenti diversi, ma sono tutti legati a circostanze difficili per la democrazia. Il primo e il secondo nascono dal confronto con condizioni di oppressione (gli ultimi anni della dittatura di Pinochet e del regime comunista polacco), il terzo risale a qualche anno dopo ed è un tentativo di esaminare il «lato oscuro della democrazia »: l’insofferenza verso la diversità profonda. Le parole chiave della riflessione di Charles Taylor in questo libro – comunità, solidarietà, esclusione – convergono nel definire il profilo di una forma di vita sociale e di governo non conciliata: con grandi potenzialità, ma anche piena di difetti. La tesi dell’autore, uno dei più influenti filosofi politici viventi, è che proprio nell’imperfezione della democrazia debba essere ricercato il segreto della sua vitalità, che di norma sfugge sia ai cinici sia ai puristi. Se un possibile motto del libro è: «non pretendete l’impossibile dalla democrazia», a esso va affiancato un altro slogan, meno austero e castigato: «non mettete però limiti al suo futuro».

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Happy Birthday Aung San Suu Kyi

Il video collage delle foto dedicate al compleanno di Aung San Suu Kyi.

Di seguito riportiamo la lettera di  la lettera di Giuseppe Malpeli

Cari amici,

la prima notizia che mi sento di comunicarvi è che il filmato della bellissima serata organizzata in occasione del compleanno di Daw Aung San Suu Kyi è arrivato alla sua segreteria particolare e la risposta è stata di grande gratitudine e felicità.  Il filmato è disponibile su Youtube al link https://www.youtube.com/watch?v=nIGHv_rbbtw .

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I contatti sono costanti, la storia continua. L’Associazione e Parma sono diventati per molti (anche birmani) un vero punto di riferimento.

 

Vi scrivo perchè durante quella serata è stata comunicata ufficialmente l’intenzione da parte dell’Associazione di organizzare un viaggio in Birmania. Un viaggio che, soprattutto  dopo la vista in Italia e a Parma di Aung San Suu Kyi, di Thein Lwin responsabile dell’istruzione per conto dell’Nld e del suo collaboratore Ko. Tar, della deputata Phyu Phyu Thin e del suo collaboratore Koiasà, di Su Su Nway, che segue le tormentate vicende dei contadini più poveri del suo Paese, e di suo marito Ko Marky, esponente di Generazione 88, vuole cercare di conoscere la Birmania e il suo popolo, di consolidare le relazioni, verificare insieme i possibili progetti in atto, incontrare realtà sociali e politiche che hanno grande rilevanza per il prossimo futuro della Birmania.

Non dobbiamo infatti dimenticare che vi sono scadenze elettorali, quella in particolare del 2015, che assumeranno grande significato per il popolo birmano, per la stessa Suu Kyi  e anche per tutti noi che ci sentiamo impegnati a sostenere il processo di democratizzazione del Paese. Un viaggio unico, dunque, carico di molte opportunità e responsabilità.

 

Il viaggio ha anche lo scopo di rafforzare l’amicizia tra noi, di farci sentire in un’occasione del tutto speciale un vero gruppo che condivide valori profondi oggi più che mai in discussione in molte parti del mondo, compreso il nostro Paese.

 

Naturalmente ci sarà anche il tempo di vedere alcune bellezze culturali e naturali (pagode, musei, laghi, mercati ecc), che fanno da sfondo alla città di Yangon (Rangoon) o nelle immediate vicinanze e che aiutano a comprendere meglio la storia culturale, spirituale e politica del Paese.

 

Cercheremo anche  incontrare la stessa Aung San Suu Kyi, ovviamente se le condizioni politiche e i suoi impegni lo consentiranno.

 

Organizzare un viaggio è sempre impegnativo, soprattutto quando il gruppo di persone è numeroso e le esigenze sono diverse. Abbiamo previsto di incontrarci altre volte prima della partenza, facendoci anche aiutare da persone competenti, anche birmani che vivono in Italia, con l’obiettivo di fare in modo che tutto funzioni per il meglio.

Sia per il fattore clima (l’assenza del monsone), sia per la presenza nel gruppo di numerosi insegnanti, il periodo del viaggio sarà compreso nel periodo fine dicembre – primi di gennaio, dal giorno 27 con rientro per il giorno 6 gennaio. Un’agenzia locale da noi conosciuta farà da supporto logistico.

Allo scopo di presentare, costruire e condividere la proposta, considerati i tempi necessari per prenotare biglietti aerei, alberghi e incontri, invitiamo tutti coloro che fossero interessati al viaggio ad un incontro fissato per martedì 15 luglio alle ore 21 presso la Corale Verdi di Parma in vicolo Asdente n° 9.

Nell’occasione riprenderemo queste prime riflessioni e cercheremo di progettare i vari passaggi anche con informazioni più precise indispensabili per procedere all’organizzazione generale del viaggio.

L'incognita Costa

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«Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere»: con queste parole uno dei maggiori poeti contemporanei, Andrea Inglese, ha recentemente reso omaggio al multiforme ingegno di Corrado Costa (1929-1991), in un notevole numero del «verri» interamente dedicato al poeta parmense.

Il ringraziamento che Inglese rivolge a «tutti coloro che raccolgono Costa, che lo fanno circolare, che lo inseguono, che lo stampano e ristampano» va in questo caso allargato all’editore Diabasis, che per le cure di Eugenio Gazzola pubblica quattro testi inediti risalenti alla fine degli anni Ottanta, una pièce teatrale e tre racconti.

Il primo, che dà il titolo al volume, è un dialogo a più voci costruito immaginando le fasi istruttorie del processo intentato dal Sant’Uffizio contro Galileo per il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Diviso in cinque parti, tante quante furono le udienze del processo, il testo porta in scena un rito giudiziario segnato da un linguaggio tra il burocratico e il dottrinario-filologico, palestra per esibizioni narcisistiche e prove muscolari di politica ecclesiastica che svuotano di senso i lavori della commissione.

Come osserva Gazzola, Costa porta qui in scena «i meccanismi di difesa e conservazione dell’autorità e di trasmissione certa del potere», mostrando come il potere, «aderendo sempre più agli uomini che lo incarnano e sempre meno all’idea che lo fonda, volti in decadenza e disgregazione». Circa i tre racconti, Poche storie e È lo stesso, anche se non è lo stesso si potrebbero definire dei piccoli «thriller dell’assurdo», costruiti a partire da due dei maggiori eventi mediatici degli anni Ottanta, l’esposizione dei Bronzi di Riace nel 1980 e il passaggio della cometa di Halley nel 1986. L’incognita borghese è invece un testo centrato sulla città di Parma e si presenta come una sorta di esperimento di psicogeografia che riecheggia la théorie du détournement situazionista, in felice equilibrio tra satira del mondo borghese e giocose epifanie legate all’arte e all’architettura cittadina.

Si conferma in tutti questi testi la fedeltà di Costa a una scrittura fortemente sperimentale, non per via di espressionistico proliferare del senso ma per dissestamento della logica diegetica, fatta brillare attraverso dinamitarde accensioni di una spassionata intelligenza della realtà che volentieri ricorre alla sottile arte della divagazione e dell’intuizione fulminante. Oltre a frequenti, e spassose, boutades degne del Costa poeta («Il sogno di un ginepro è il gin»), emergono qua e là germi di riflessione metaletteraria che confermano la natura non episodica degli interessi teorici dell’autore, acceso sostenitore di una poetica della devianza e dell’eccentricità.

Notevole è ad esempio l’interpretazione di un passo leopardiano (Zib. 154), nel quale si affermerebbe l’esistenza di multiversi creativi altri rispetto al Sistema Letterario storicamente accertato: «E chi sa che non esista un altro, o più, o infiniti altri sistemi di cose così diversi dal nostro che noi non li possiamo neppure concepire?». Ben riconoscibili sono poi alcuni dei temi centrali dell’autore, dalla polemica nei confronti dei correnti assetti istituzionali e sociali alla riflessione sulla natura falsa e falsificante della realtà, che tende a espropriare gli individui della loro stessa vita (si legga in tal proposito il gustoso paragrafo Estranei).

I quattro testi raccolti da Gazzola confermano la centralità della figura di Costa non solo nell’alveo della migliore neo-avanguardia italiana, ma anche all’interno di un’ideale «linea emiliana» della nostra letteratura, eccentrica e pungente, ironica e autoironica, che, poniamo, da Delfini e Zavattini giunge fino a Celati e Cavazzoni. Aveva ragione Aldo Tagliaferri quando, antologizzando Costa a metà degli anni Novanta, lo definì «una sorta di Eric Satie, un po’ più in qua e un po’ più in là di tutti gli altri».

Riccardo Donati

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Giovedì 10/07/2014

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Il libro

Minimi sistemi 3dIl volume riunisce quattro testi inediti di Corrado Costa, scritti alla fine degli anni Ottanta: tre racconti in prosa e uno in forma di dialogo teatrale. Come sempre accade nel lavoro di Costa (e in primo luogo nelle opere in versi che rappresentano tuttora la parte più conosciuta della sua produzione), la forma letteraria è però il frutto di un’apparenza e di un’ambiguità sovente casuale, quasi un incontro fortuito tra il testo storico e un’invenzione dello spirito. Vi regna pertanto la massima ironia e un’aperta volontà di derisione dei ruoli tanto politici quanto letterari che la trama può richiamare di volta in volta.


Corrado Costa
I minimi sistemi e altre storie
a cura di Eugenio Gazzola
Diabasis, 2014, 124 pp., € 15,00
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Resistenza, ripubblicato il memoriale di Renato Lori

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É in uscita in questi giorni l’attesa ristampa del bel libro di Renato Lori «C’era un ragazzo…un partigiano – 1943-1945» pubblicato per i tipi della Diabasis nel 2005.

La ristampa cade in un periodo nel quale verranno dedicati a Renato Lori diversi programmi organizzati dall’Ampi quest’estate.

Ricordiamo ai pochi che ancora non lo conoscono la figura di Renato.

Nato a Felino nel 1924 Lori viene arruolato negli Alpini, aderendo poi alla Resistenza nella 47sima brigata partigiana Garibaldi, con il nome di battaglia “Cric”. Dopo la guerra entra nel Pci diventando funzionario e dirigente della Federazione di Parma, e vogliamo poi ricordare il premio per il racconto «Olga» al concorso letterario di Asti.

Renato ci ha lasciati nel maggio di quest’anno. I suoi ricordi di partigiano rievocati nel libro «C’era un ragazzo… un partigiano» sono quelli comuni  ai tanti ragazzi che vissero l’esperienza della Resistenza in modo drammatico ed esaltante. Le azioni di guerriglia e di sabotaggio, le partite a morra nei brevi momenti di riposo e gli episodi tragici; figure di uomini che rimangono impressi nella memoria del lettore.

Riportiamo le parole dell’on. Patrizia Maestri: «Ho appreso con grande commozione la notizia della scomparsa di Renato Lori, partigiano “Cric”, da tempo malato, ma ancora lucido e determinato nel tramandare la storia della Resistenza, la sua storia e quella della nostra Città. Lo voglio ricordare così come ho avuto modo di incontrarlo lo scorso XXV aprile: felice, pur nella difficoltà fisica, di poter contribuire anche con la sua presenza a celebrare e festeggiare la Liberazione».

Nelle scorse settimane Pierluigi Bersani ha mandato la prefazione al nuovo libro di Lori che uscirà nei prossimi mesi sempre da Diabasis, volendo con questo gesto rendere un omaggio a un uomo, alla sua vita e al suo impegno politico e sociale.

R.Cu

Gazzetta di Parma, 08/07/2014 pag. 29

 

Il libro

C'era un ragazzo un partigiano

Attraverso le sequenze che emergono dal flusso dei ricordi Lori rievoca in modo appassionato l’esperienza, a un tempo drammatica ed esaltante, da lui vissuta durante la Resistenza, insieme agli aspetti quotidiani della lotta partigiana: quelli comuni a tutti gli altri “ragazzi”. Le azioni di guerriglia e di sabotaggio si affiancano così alle partite a morra durante i brevi momenti di riposo, e gli episodi tragici si avvicendano a momenti folgoranti di felicità, con il risultato di un grande affresco della Resistenza in territorio parmense, filtrato attraverso lo sguardo dei protagonisti. La naturalezza e la sensibilità della scrittura di Lori incide figure destinate a imprimersi, per la loro piena umanità, nella memoria del lettore. I veri protagonisti sono infatti gli individui, la molteplicità corale delle persone prese nella loro singolarità e complessità, sorprese nel vivo delle azioni, attraverso le quali contribuirono al movimento collettivo della lotta di liberazione.

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Recensione del libro: Il bene comune

Che cos’è il bene comune? Questa è una domanda alla quale è molto difficile dare una risposta ma il bene comune non è certamente quello che vediamo oggi, quando l’economia di mercato e la crisi economica hanno creato nuove povertà. Riscoprire allora la solidarietà, secondo l’autore, diventa fondamentale. Già il britannico Thomas Humprey Marshall aveva teorizzato, nella prima metà del 1900, la triplice dimensione della cittadinanza: Cittadinanza civile che comprende i diritti necessari alla libertà individuale (libertà della persona, di parola, di pensiero, di credo, di proprietà, diritto alla giustizia ecc); Cittadinanza politica che comprende i diritti necessari alla partecipazione e all’esercizio del potere politico (libertà di riunione, di stampa, di eleggere e di essere eletto, sindacale, di costruire partiti politici ecc.); Cittadinanza sociale che comprende i diritti necessari a un’esistenza decente sul piano economico (diritto al lavoro), del benessere materiale (reddito minimo garantito, contributi familiari, uguaglianza di possibilità ecc.), della sicurezza (diritto alla salute, alla pensione, protezione contro i rischi ecc.). Secondo Riccardo Petrella, ci si dovrebbe orientare, oltre a ciò, verso l’aumento della “ricchezza comune mondiale” ed egli presenta un’interessante tabella con gli ingredienti per il bene comune mondiale:

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La ricchezza comune mondiale è, sempre secondo Petrella, “l’insieme dei principi, delle istituzioni, dei beni, dei servizi che permettono di ottimizzare l’esistenza dell’altro e la coesistenza fra i membri della società mondiale”. La ricchezza comune mondiale non si misura dal PIL (Prodotto Interno Lordo) bensì in funzione di indicatori di sviluppo umano e sociale quali quelli utilizzati dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Infatti, l’Indice di sviluppo umano è un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq, seguito dall’economista indiano Amartya Sen. È stato utilizzato, accanto al PIL, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, a partire dal 1993, per valutare la qualità della vita nei paesi membri. In precedenza, veniva utilizzato soltanto il PIL come indicatore di sviluppo macroeconomico che rappresenta il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti in un anno su un determinato territorio nazionale e si basa, quindi, esclusivamente sulla crescita, non tenendo conto del capitale (soprattutto naturale) che viene perso nei processi di crescita. Questo tipo di parametri misuravano esclusivamente il valore economico totale o una distribuzione media del reddito, per cui, un cittadino molto ricco ridistribuisce la sua ricchezza su molti poveri, la media falsa la realtà dei poveri. Si cercò, allora, attraverso l’Indice di sviluppo umano, di tener conto di differenti fattori, oltre al PIL procapite, che non potevano essere detenuti in modo massiccio da un singolo individuo, come l’alfabetizzazione e la speranza di vita, superando così il concetto di sviluppo incentrato solo sulla crescita economica. Lo sviluppo umano coinvolge, dunque, alcuni ambiti fondamentali dello sviluppo economico e sociale: la promozione dei diritti umani, l’appoggio alle istituzioni locali con particolare riguardo al diritto alla convivenza pacifica, la difesa dell’ambiente, il cosiddetto sviluppo sostenibile delle risorse territoriali, lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali, il miglioramento dell’educazione della popolazione, con particolare attenzione all’educazione di base, lo sviluppo economico locale, l’alfabetizzazione e l’educazione allo sviluppo, la partecipazione democratica, l’equità delle opportunità di sviluppo e d’inserimento nella vita sociale. La costituzione, quindi, di “indicatori mondiali di cittadinanza” dovrebbe diventare uno dei compiti primari delle università e degli uffici di statistica dei vari paesi del mondo. “L’appuntamento da prendere –conclude l’economista Petrella- ora è con la solidarietà mondiale, e non più soltanto nazionale o continentale.” Un libro di emergente attualità!

Renata Rusca Zargar

AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) – www.aifo.it/libromondo

 

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IL BENE COMUNE

Elogio della solidarietà

Riccardo Petrella, Diabasis, 2003, pagg. 95, euro 8,50