Foto della presentazione del nuovo libro di Boris Pahor a Parma

Lo scrittore sloveno Boris Pahor di 101 anni ha presentato alla libreria Feltrinelli il suo ultimo libro “Venuti a galla”. Una volume che, oltre a essere autobiografico, è la storia di un popolo, di una lingua e dei suoi maggiori interpreti. Partendo dalle prime esperienze in lingua slovena fino ad arrivare ai grandi poeti e prosatori del Novecento. Pahor è considerato il più grande pensatore contemporaneo che si è dedicato alla tutela delle minoranze etniche e linguistiche. Moderatori dell’incontro il critico letterario Giuseppe Marchetti e il professore Elvio Guagnini e Mauro Massa. (Foto Marco Vasini)

La Repubblica Parma 

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Collaborazione virtuosa a Parma

I primi corpi di fabbrica vennero innalzati nel 1283 quando podestà della città di Parma era il fiorentino Tegghia dei Buon del monti. Da allora è sempre stato un Palazzo con destinazione di alta dignità. Prima sede del Capitano della città, una delle magistrature più autorevoli, poi casa del Governatore e dell’Uditore Civile. Edificio più imponente di Piazza Garibaldi, nel cuore di Parma, ricostruito dopo il crollo della torre campanaria nel 1606, il Palazzo del Governatore ha mantenuto nel tempo il suo carattere di edificio pubblico. Per un lungo periodo ha ospitato alcuni uffici comunali, in seguito a consistenti interventi di ristrutturazione attuati tra il 2000 e il 2009, è stato trasformato in un luogo d’arte moderna e contemporanea che ha portato in città alcune mostre (l’ultima di fotografia nel 2012) senza diventare però quel polo culturale che meritava di essere. L’amministrazione uscente si è accollata gli oneri di restauro, quella entrante sta cercando di mettere a punto un modello gestionale di lungo periodo che riporti a Palazzo la sua alta destinazione culturale coinvolgendo i privati. Il Comune di Parma, tramite la Società Parma Infrastrutture S.p.A., ha emesso un bando per acquisire manifestazioni d’interesse per valutare la possibilità di affidamento in concessione del Palazzo del Governatore, al fine di adibirlo a contenitore di attività culturali, coerenti alle finalità istituzionali del Comune. Sono arrivate sei proposte da parte di enti, associazioni, società e privati cittadini, che hanno risposto all’invito e si sono candidati alla gestione del Palazzo del Governatore, un pool di idee che spaziano dal cinema all’arte, dal design alla letteratura. «Abbiamo due necessità impellenti – ha detto l’Assessore alla cultura del comune di Parma, Laura Maria Ferraris – quella di sostenere il Palazzo nelle sue esigenze di manutenzione ordinaria e nei costi di gestione che si aggirano sui 100 mila euro l’anno, e quella di dare vita a una progettualità culturale sul Palazzo. Viste le condizioni di bilancio e considerata comunque la nostra volontà di guardare al lungo periodo, abbiamo bisogno di partner che ci aiutino in questo percorso. Il fatto che già ci siano sei candidature con altrettante proposte per ottenere in concessione la struttura significa che la strada intrapresa può essere percorribile. Sono convinta che la collaborazione tra pubblico e privato potrà contribuire alla sostenibilità di una progettualità culturale e artistica di qualità, ampliando le opportunità per la cittadinanza di vivere uno spazio tanto significativo ». Sei realtà molto diverse tra loro (Associazione culturale Nausica Opera International; Bertoldi Bice; Buongiorno S.p.A.; Civita Cultura S. r.l.; Diaroads S.r.l.; Solares Fondazione delle Arti) hanno presentato le manifestazioni di interesse corredate da progetti che nei prossimi giorni saranno valutati dall’assessorato che il mese prossimo metterà a punto il bando ufficiale aperto a tutti. A unire le idee gestionali (che non costituiranno criterio di priorità in caso di partecipazione al bando ufficiale) soprattutto la volontà di avere il Palazzo del Governatore aperto, di proporre una fruizione quotidiana di un luogo simbolo della storia e della cultura di Parma. Per l’assessore alla cultura la collaborazione tra pubblico e privato è ancora un’esperienza non percorsa in termini virtuosi nella città di Parma, «reduce da una stagione che in materia non ha dato buoni esiti», ma la volontà di cambiare rotta c’è: «L’immobile-conclude– è e resta di proprietà del Comune a cui spetta l’ultima parola sui progetti in accordo con la Sovrintendenza e che i privati dovranno assolutamente rispettare».

di Silvia Bernardi

il Sole 24 Ore 22/06/2014 pag.32

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L'augurio a San Suu Kyi l'augurio alla Birmania

Oggi Aung San Suu Kyi compie 69 anni. E’ un  compleanno importante per tutti. Da più di 25 anni la sua vita è identificata con i destini della Birmania, della libertà del suo popolo e della democrazia. Un lungo camminino politico ed esistenziale che ha avuto inizio nei giorni dell’agosto del 1988, con la rivolta degli studenti repressa dai militari nel sangue. Mossa da quegli avvenimenti Aung San Suu Kyi assunse la guida del cambiamento fondando la Lega Nazionale per la Democrazia. Dalla vittoria elettorale del 1990, cancellata dalla dittatura militare, ai lunghi anni degli arresti domiciliari da Premio Nobel per la Pace nel 1991 alla liberazione nel 2010 fino all’elezione in parlamento nel 2012, ha vissuto ogni giorno in totale fedeltà alla sua scelta iniziale: il futuro democratico del suo Paese, la dignità della vita di ogni persona…

Continua la lettura: L’augurio a San Suu Kyi l’augurio alla Birmania

Sandra Zampa e Albertina Soliani

La Stampa 19/06/2014

 

Per approfondire l’argomento ti consigliamo la lettura del libro di Albertina Soliani intitolato: “Tutto si muove tutto si tiene”

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Charles Taylor: imperfezioni democratiche

Sono appena usciti due libri di Charles Taylor, entrambi a cura di Paolo Costa, Incanto e disincanto. Secolarità e laicità in Occidente (Dehoniane) e La democrazia e i suoi dilemmi (Diabasis), che ripropongono i temi più cari al filosofo politico canadese (lo si potrà ascoltare a Roma il 20 giugno, ore 16, al Centro Studi Americani, Via M. Caetani 32). «L’ordinamento politico democratico», osserva Costa, è concepito da Taylor «come un modo storicamente e culturalmente”spesso” di mettere in formala società, prima ancora che come un dispositivo istituzionale architettato per imporre un ordine al meno parziale alla pluralità di fini, desideri, bisogni». In questo senso egli è un comunitarista, che condivide però con gli altri liberal democratici l’immagine della pluralità e della frammentazione dei beni e dei valori: «Sono troppe le cose preziose a cui sentiamo di dover rendere giustizia od omaggio nelle nostre vite –riassume Costa –. Vogliamo essere liberi e indipendenti, ma non riusciamo a non essere succubi del giudizio e della stima degli altri. Vogliamo essere lucidi e disincantati, ma poi finiamo per venerare qualsiasi cosa appaghi i nostri desideri più profondi e,come ha notato lo scrittore David Foster Wallace, finiamo per farci letteralmente divorare da cose come il potere, la bellezza, il denaro». Per questo, secondo Taylor, abbiamo bisogno di chiarire il quadro entro il quale queste eterne tensioni, e le decisioni che ne conseguono, possono essere collocate. Nel saggio conclusivo al volume di Diabasis, «Democrazia ed esclusione», Taylor fa un esempio in negativo su ciò di cui hanno bisogno le società democratiche: «Immaginiamo che durante una conferenza pubblica alcuni si lamentino del caldo opprimente e chiedano di aprire le finestre, mentre altri vi si oppongano. In questo caso la decisione finale può essere facilmente presa per alzata di mano e i presenti la accetteranno come legittima. E, tuttavia, il pubblico di una conferenza può essere composto dalla più disparata congerie di individui, sconosciuti gli uni agli altri, assembrati soltanto dall’evento… Sembra intuitivamente chiaro che debbano avere un legame più forte di quello che tiene insieme un gruppo casuale. Ma come possiamo comprendere questa necessità?» La risposta è una forma sofisticata di interpretazione comunitarista della democrazia che rifugge al perfezionismo tradizionalista. «Non pretendete l’impossibile dalla democrazia», è infatti lo slogan che potrebbe riassumere lo spirito di Taylor. Cui si aggiunge, suggerisce Costa, un ulteriore ideale regolativo: «Non mettete però neanche limiti al suo futuro».

Armando Massarenti – Il Sole 24 ore 08/06/2014 pag. 23

Articolo originale

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Il libro

Taylor3d I saggi raccolti in questo volume sono stati scritti in luoghi e momenti diversi, ma sono tutti legati a circostanze difficili per la democrazia. Il primo e il secondo nascono dal confronto con condizioni di oppressione (gli ultimi anni della dittatura di Pinochet e del regime comunista polacco), il terzo risale a qualche anno dopo ed è un tentativo di esaminare il «lato oscuro della democrazia »: l’insofferenza verso la diversità profonda. Le parole chiave della riflessione di Charles Taylor in questo libro – comunità, solidarietà, esclusione – convergono nel definire il profilo di una forma di vita sociale e di governo non conciliata: con grandi potenzialità, ma anche piena di difetti. La tesi dell’autore, uno dei più influenti filosofi politici viventi, è che proprio nell’imperfezione della democrazia debba essere ricercato il segreto della sua vitalità, che di norma sfugge sia ai cinici sia ai puristi. Se un possibile motto del libro è: «non pretendete l’impossibile dalla democrazia», a esso va affiancato un altro slogan, meno austero e castigato: «non mettete però limiti al suo futuro».

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Ieri la presentazione del nuovo libro di Boris pahor a Parma

Si è tenuta ieri, presso la Feltrinelli di via Farini a Parma, la presentazione del nuovo libro dell’ultracentenario Boris Pahor.

Il titolo Venuti a galla – Scritti di metodo, di polemica di critica, ha riscosso una buona affluenza di pubblico e di critiche.

Alla presentazione erano presenti gli organi di stampa locali fra cui, La gazzetta di Parma e TV Parma.

Di seguito il servizio estratto da Tg Parma del 16-06-2014

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clicca qui o sull’immagine per guardare il video

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Boris Pahor e il sogno di un mondo salvato da chi non è maggioranza

“Venuti a galla” i testi in italiano dello scrittore triestino di lingua slovena”

 

Boris Pahor non smette di sognare. Anche se porta impresse nel proprio corpo le ferite dell’intolleranza, della violenza, dell’odio. Anche se potrebbe rassegnarsi al divenire folle e caotico della Storia. Invece lui, che è arrivato sulla soglia dei 101 anni, sogna un futuro migliore per il mondo. Un tempo più ragionevole, più sereno, più umano. Modellato secondo le parole di André Gide, lo scrittore francese che diceva: «Credo al valore delle piccole nazioni. Credo nel valore dei piccoli numeri. L’umanità sarà salvata da pochi».

Non ci può essere futuro nella negazione dei diritti di chi non è maggioranza. Non si andrà lontano se la globalizzazione cancellerà le lingue dei piccoli popoli. La cultura di chi invece di urlare sussurra. Le tradizioni di chi sarà sempre, e comunque, minoranza. Boris Pahor,

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lo scrittore triestino di lingua slovena che ha regalato alla letteratura europea capolavori come “Necropoli”, “Una primavera difficile”, ha fatto della lotta per la tutela dei piccoli popoli e delle lingue minoritarie uno dei punti di forza della sua produzione saggistica e giornalistica. E proprio adesso, una buona parte di quegli articoli e di quei saggi ritorna a galla e viene raccolta in volume.

Ma, si badi bene, non sono scritti marginali quelli che Elvio Guagnini, docente emerito di letteratura italiana all’Università di Trieste, ha raccolto con passione e grande cura nel volume “Venuti a galla”, pubblicato da Diabasis (pagg. 221, euro 16). No, al contrario: per la prima volta è possibile leggere tutti insieme i testi di metodo, polemica e critica, ma anche pagine di diario e autobiografiche, che Pahor ha scritto in italiano. Per costruire un ponte tra due culture vicinissime, la slovena e l’italiana, che da troppo tempo si guardano con diffidenza.

Pahor, ricordandosi di Gide, è convinto che il Novecento dovrebbe servire da lezione a chi abita il terzo millennio. Perché tutte le utopie ideologiche hanno lasciato dietro a sé solo cumuli di macerie. Calpestando con scarponi chiodati soprattutto i diritti delle minoranze. Tentando di soffocare le lingue parlate dai piccoli popoli. Illudendosi di livellare la cultura, le tradizioni, secondo uno standard troppo rigido, troppo anonimo.

Il grande poeta Dante è stato, tra i primi, ad accorgersi che troppo spesso la «cecità di discrezione», la scarsa capacità di discernimento, spingono i potenti a emarginare, a proibire, a minimizzare quello che non è in sintonia con chi comanda. E il Novecento è stato un’emblematica incubatrice di fallimenti. Basterebbe pensare al tentativo fascista di sradicare la lingua slovena dal Friuli Venezia Giulia. Ma anche la folle politica del nazismo e del comunismo, convinti che un modello unico linguistico e culturale doveva essere inculcato anche in quelle terre che potevano vantare una loro identità specifica. seppur minoritaria.

Perfettamente conscio che i piccoli popoli non devono mai cadere nel tranello segnalato da Claude Lévi Strauss «della monodia e dell’uniformità», ovvero del rinchiudersi dentro confini angusti davanti allo strapotere della cultura maggioritaria, Pahor ribadisce più volte nei suoi scritti, che coprono un periodo molto ampio, dagli anni Sessanta fino al 2012, l’importanza di un dialogo serrato. Di una conoscenza reciproca. Che non porti a coltivare una letteratura “missionaria” o “pedagogica”. Perché poeti come Sre›ko Kosovel, scrittori come Alojz Rebula, pittori come Zoran Music, hanno saputo dare voce al dèmone dell’arte, a una creatività forte e apprezzabile, senza mai rinunciare alla propria identità.

Certo che le sirene dell’omologazione sono potenti. Pahor ricorda che una delle canzoni più belle e popolari della tradizione slovena del Friuli Venezia Giulia, “Lepa Vida”, racconta il destino di una giovane donna che viveva da qualche parte tra Barcola e Duino. La routine quotidiana con il padre, il marito e il figlioletto, ovviamente, le stavano strette. Così era stato facile per un barcaiolo di passaggio convincerla a seguirlo. L’avrebbe portata alla corte del re di Spagna per allattare il principino. Lì, però, lei finirà per piangere tutte le sue lacrime. Per la terra perduta, per la famiglia che non rivedrà. Così, scrive Pahor, il canto popolare incarna quel complesso d’inferiorità che spesso spinge un popolo a perdere la propria identità.

Ma allora, qual è la via d’uscita? Quella, secondo Pahor, che indicava nel 1518 il vescovo Pietro Bonomo. Che vedeva nel futuro di Trieste la trasformazione in emporio centrale per i territori della Carsia, Carniola, Stiria e Austria. Servirebbe, insomma, un’Europa dei popoli e non delle nazioni. Una comunità etno-linguistica capace di diventare federazione di realtà piccole e grandi. Solo lasciando liberi i Baschi, gli Scozzesi, gli Sloveni, i Bosniaci, gli Italiani d’Istria di essere se stessi, conveniva lo scrittore americano Gore Vidal, «al momento giusto riconosceranno Bruxelles o Strasburgo come cenmtro economico e commerciale».

Pahor sa, e lo scrive forte e chiaro, che il cammino è lungo. Perché prima bisogna convincere gli «infatuati di superiorità», come li chiamava Bobi Bazlen, che non esistono popoli superiori e inferiori. Perché sono formati tutti da uomini.

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Alessandro Mezzena Lona / Il Piccolo di Trieste 13 – 06 – 2014

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Domani la presentazione del libro Venuti a galla di Boris Pahor a Parma

Imperdibile appuntamento domani 17 giugno ore 18, presso la libreria La Feltrinelli di Parma.

Presentazione del libro di Boris Pahor intitolato, Venuti a galla – Scritti di metodo, di Polemica, di Critica.

Siete tutti gentilmente invitati.

Alla presentazione saranno presenti:

– Elvio Guagnini in dialogo con l’autore Boris Pahor;

– Mauro Massa, presidente Diabasis;

– Giuseppe Marchetti, critico letterario;

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