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Juan Octavio Prenz presenta il nuovo romanzo a Udine


Mercoledì 28 maggio alle 18 la sala Corgnali della biblioteca, in Riva Bartolini, ospiterà la presentazione del romanzo di Juan Octavio Prenz “Il signor Kreck”, edito quest’anno a Parma da Diabasis.

La presentazione sarà affidata al docente emerito di letteratura italiana all’università di Trieste, Elvio Guagnini, che dialogherà con l’autore e con la figlia, Betina Lilián Prenz, traduttrice dell’opera in italiano.

Il signor Kreck lascia l’Istria poco prima dello scoppio della Grande Guerra per trasferirsi a Buenos Aires ove “il mondo è grande e ci sono spazi dove la vita è possibile”. Le vicende del protagonista si intrecciano a quelle della storia contemporanea in un susseguirsi di eventi del quotidiano che conducono il lettore in un viaggio attraverso diverse culture e situazioni. La narrazione, ambientata nell’Argentina di Videla degli anni Settanta, è sobria, essenziale e dettagliata nella cura descrittiva.

Una prosa leggera e ironica che attraversa alcuni degli eventi più importanti della storia del XX secolo: dal Terzo Reich all’emigrazione degli italiani in Argentina, al colpo di stato di Ramirez nel 1943.

Juan Octavio Prenz presenta ‘Il sisgnor Kreck’ a Udine Eventi a Udine
„Redazione UdineToday26 maggio 2014“

Redazione Udine today 26/05/2014

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L’ansia e il silenzio totale dell’assurdo signor Kreck

Protagonista memorabile nell’Argentina dei «desaparecidos»

Esce finalmente tradotto in italiano Il signor Kreck, il sorprendente romanzo dell’argentino Juan Octavio Prenz, la cui edizione in lingua originale era apparsa nel 2006, suscitando consensi superlativi nei primi recensori di lingua spagnola; e anche al di fuori di tale area linguistica. Sullo sfondo degli allucinanti eventi degli anni Settanta del secolo scorso in Argentina, legati alla dittatura militare e alle tragiche vicende dei cosiddetti desaparecidos, si dipana l’esistenza del signor Kreck, un personaggio di straordinarie risorse psicologiche e intellettuali e di non comuni qualità: il suo comportamento è molto singolare soprattutto nei momenti drammatici in cui viene coinvolto e in cui pure egli fa emergere raffinate doti di ironia. La storia del suo tempo sembra per il signor Kreck camminare su un binario parallelo che non s’incontra e non si confonde, se non apparentemente e casualmente, con il suo vissuto interiore, con la sua strenua difesa della sfera privata, confine inalienabile e invalicabile per tutti gli altri. Anche quando prende la parola in realtà egli continua un dialogo privilegiato con se stesso, come se non abbia interesse o desiderio a trasmettere all’esterno un suo concetto specifico; o meglio: come se quello che dice, spesso per frammenti, sia per lui u n’opzione non strettamente indispensabile alla condizione umana. Il personaggio è perennemente dominato da uno stato di ansia, che nasconde persino alla moglie, alla quale lascia nel vago pure l’indicazione dei suoi stessi natali e a malapena, solo per minimi frammenti, fa trapelare qualche notizia sulle origini dei suoi genitori o su varî episodî quotidiani del suo lavoro di assicuratore. Anche le conversazioni con i suoi amici al bar ne confermano l’estrema riservatezza, ma in alcuni casi pure la sua già menzionata tendenza all’ironia (come pure all’au – toironia). Le sue sobrie comunicazioni disegnano un carattere più che misurato, discreto fino al punto di sembrare voler passare inosservato sul quadrante dei giorni; anche e soprattutto di quelli altamente drammatici da lui esperiti.

Un uomo assolutamente incapace di far del male e per questo «aveva sempre escluso dalla propria vita la colpa, più che come un peso, come un fenomeno che niente aveva a che fare con lui». Dopo il suo arresto e la traduzione in carcere da parte della polizia del regime, seguono pretestuose indagini con cui si viene a frugare nella sua casa e in ogni angolo del suo mondo privato, senza poter venire a capo di nulla: la verità più segreta di un individuo non può assolutamente aver niente a che vedere con le goffe e grottesche perquisizioni poliziesche. Il protagonista conserva pure in tali frangenti, pur umilianti e assai duri, un contegno estremamente sobrio e riservato fino al punto di reagire in alcuni interrogatorî con un silenzio totale, benché – gli fa osservare il suo avvocato – «anche una parola di meno o il silenzio possono diventare sospetti ». «La situazione era assurda», osserva a un certo punto lo stesso scrittore; e il predicato nominale è in questo caso molto vincolante. Verso la fine del romanzo si assiste al difficile o impossibile tentativo di chiarimento, dopo l’avvenuta scarcerazione del protagonista, con cui, in un pirotecnico e confuso gioco di invenzioni menzognere e di frammenti di realtà del tutto travisati o trasfigurati, il signor Kreck avrebbe dovuto dar conto a sua moglie Rosario di quanto dalla stessa vagamente percepito o supposto durante la sua visita alle sorelle Salgueiro, proprietarie dell’appartamento di cui i coniugi Kreck erano affittuari: visita dalla donna compiuta quando il marito era ancora in stato di detenzione. Le domande della signora Rosario restano però inevase e i suoi dubbî non chiariti. E questa aria di mistero sembra preparare un altro mistero più oscuro e più inquietante: poco dopo il protagonista esce di casa e scompare inghiottito nel nulla. Per ultimo, almeno un cenno è necessario sulla tecnica narrativa di questo notevole romanzo che travalica gli schemi tradizionali, come l’alter narsi di punto in bianco del discorso diretto di un solo personaggio, Rosario, con quello indiretto dell’autore narrante, il quale domina e guida sapientemente la scrittura sul filo di una tensione sempre alta dal principio alla fine.

GIUSEPPE A. CAMERINO

Gazzetta del Mezzogiorno

venerdì 22 maggio 2014

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«Il signor Kreck» di Juan Octavio Prenz (Diabasis pp. 284, euro 18,00)

I minimi sistemi e altre storie. Presentazione il 4 giugno in Guanda

Presentazione del libro di

Corrado Costa  I MINIMI SISTEMI e altre storie 

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mercoledì 4 giugno 2014, ore 18.00 

presso la Biblioteca comunale Ugo Guanda, vicolo delle Asse, 5 Parma 

Proiezioni tratte dall’Archivio La Repubblica dei poeti 

 

Intervengono:

Mauro Massa, presidente Diabasis

Luigi Allegri, professore universitario e presidente del Csac

Giuseppe Marchetti, critico letterario

Daniela Rossi, curatrice di eventi di poesia

Ivanna Rossi, scrittrice

Eugenio Gazzola, curatore del volume

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guanda@comune.parma.it

 

Un Borbone tra Parma e l'Europa. Don Ferdinando e il suo tempo (1751-1802)

Nell’ambito della campagna nazionale “Il Maggio dei libri 2014: leggere fa crescere” Mercoledì 28 maggio alle ore 17.30 la Biblioteca Palatina presenterà il volume Un Borbone tra Parma e l’Europa. Don Ferdinando e il suo tempo (1751-1802),  A cura di Alba Mora (Diabasis, 2005).

ll volume raccoglie gli Atti del Convegno Internazionale su Ferdinando di Borbone che ha avuto luogo a Fontevivo dal 12 al 14 giugno 2003. A duecento anni dalla morte dell’ultimo dei “primi Borbone” di Parma hanno preso nuovo vigore gli studi su un sovrano molto amato dai sudditi, ma inviso agli intellettuali del suo tempo e guardato con sospetto dagli storici. Studiosi italiani, francesi e austriaci hanno gettato nuova luce su Ferdinando e il suo tempo, cercando di cogliere la trama complessa che collegava Parma al resto d’Europa nella seconda metà del Settecento: politica, cultura, società, arte, scienze, ma anche la storia privata di un giovane principe che doveva impersonare, agli occhi dei genitori, dei nonni, degli zii e dei severi istitutori, un modello che non gli apparteneva.

Presenterà il volume Carlo Mambriani, Professore di Storia dell’architettura presso l’Università degli Studi di Parma. Sarà presente la Curatrice.

 

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Biblioteca Palatina:

Strada alla Pilotta,3 – 43100 Parma 

Tel.0521 220411 Fax.0521 235662

pagina evento

 

Le impressioni di un lettore sul n°16 di Uni-versum

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Pavone, lì 23 maggio 2014

 

Caro Luciano,

 

ho sfogliato l’ultimo numero di Uni-Versum (n. 16 primavera 2014) nella sua nuova veste editoriale e mi è sembrato di notare che la raccolta degli interventi è essenzialmente orientata a descrivere ciò che viene offerto nelle sue formulazioni sociali, per cui mi è venuto spontaneo riprendere l’esortazione di papa Francesco che ci invita a “trasmettere la logica nel provvisorio”.

A questo punto mi sono chiesto cosa si intende per “logica nel provvisorio” se si considera la presenza di due esperienze esistenziali: (1) quella che ci viene offerta nel sociale dal fluire della storia e (2) quella che emerge dalla partecipazione di ogni persona alla ricerca, nel corso della sua esperienza, di una propria identità che porta il diverso e il molteplice a convergere verso l’armonia dell’unitivo?

Da questo dualismo di fondo mi rendo conto che avrei anche potuto soffermarmi su alcuni momenti significativi, quanto mai sentiti in sintonia con questi presupposti, ma, mi sono chiesto come e in che modo si può rendere possibile un approccio con i vari autori, senza per questo sminuire la ricchezza dei loro interventi, quanto mai utili, per avere una visione del nostro travagliato periodo di trasformazione verso livelli superiori della nostra conoscenza.

Non si tratta tanto di porre la domanda sul come riconoscere e quindi individuare dei campi di ricerca, ma come tutto questo ci riporti agli approcci delle singole identità personali nella logiche della nostra esperienza esistenziale. Cosa si intende, infatti, per logica nella struttura del provvisorio? Penso alle diverse citazioni profetiche e alla ricerca di una logica di approccio a partire dalla nostra natura e oggetto dell’intelligenza e quant’altro si richiami all’operosità dell’uomo sia questo in un contesto sociale intra mura oppure come operatore della vigna che porta l’uva entro il tino posto fuori dalle mura

Non si tratta, quindi, di descrivere una memoria storica, ma di approfondire il discorso sulla originalità espressa dalla sapienza, dall’intelletto, dalla scienza, ecc., quale presenza di valori che sono propri della comunicazione sociale nel corso della storia e che papa Francesco, con riferimento alla natura umana, indica come doni dello Spirito Santo.

A questo punto lascio a voi, o in conversazione con voi, la ricerca e la sensibilità di chi, al di fuori di una esperienza storica particolare, sente questa problematica nelle discussioni dei valori personali come quando papa Francesco ci chiede di porre la nostra attenzione sui doni dello Spirito Santo.

 

A presto e tanti auguri a voi di buon lavoro

 

Italo Tampellini

 

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RACCONTIAMO IL MARE PER VIVERLO MEGLIO

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Venerdì, 23 maggio alle ore 18.00 in Casa Tartini a Pirano

l’incontro con lo scrittore e biologo Fabio Fiori per parlare di:

“Anemos, i venti dell’Adriatico Fabio Fiori nasce a Rimini nel 1967. Ricercatore e insegnante, è appassionato di mare, vela, remo e nuoto. Ha lavorato al progetto editoriale Adriatico mare d’Europa. Ha realizzato varie pubblicazioni monografiche con case editrici come Diabasis e Mursia. Scrive di paesaggio, ecologia e cultura del mare su quotidiani, su riviste e sul blog: www.maregratis.blogspot.com

 

fino al 6 giugno 25% di sconto su tutta la collana “LO SPAZIO ADRIATICO”

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Prezzo Speciale 9,75 €

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Prezzo speciale 9,00€

 

 

 

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Il sindaco Ariosto

Per tre anni, dal 1522 al 1525, Ludovico Ariosto fu governatore della Garfagnana. Fu un’esperienza difficilissima, testimoniata da 156 lettere pubblicate da Diabasis a cura di Vittorio Gatto. Che arrivano a una conclusione dolorosa: «Io non son omo da governare altri omini»

 

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Cosa prova, un intellettuale, ad avere in mano il potere? Meglio ancora: uno scrittore, abituato a costruirsi una realtà non d’altro fatta che di parole, e a perdercisi dietro come con un aeroplano di carta un bambino, come si comporterà, se gli toccherà invece di essere lui, magari, il garante della legalità contro la maniera più impudente, più violenta, di mettersene fuori, e ammazzare, derubare, stuprare altri esseri umani? Di non poter contare, per far rispettare la legge, che su forze scarse, mal pagate, né altrimenti incrementabili? Di dover fare i conti con chi è connivente con i malviventi, li ospita, dà loro di che sfamarsi? Eccola, la frustrazione che toccò di sperimentare per più di tre anni della propria esistenza a uno degli scrittori italiani che meno sembrerebbero proni al lato più greve dell’umana condizione, se ci si limitasse alle pagine del capolavoro tutto intessuto di aerei quanto credibilissimi inganni, quali se ne incontra nel palazzo di Atlante: Ludovico Ariosto dunque, che dal febbraio del 1522 al giugno del 1525 ricoprì l’incarico di governatore della Garfagnana. Territorio aspro, accidentato, malagevolmente percorribile, spartito fra il dominio fiorentino, quello lucchese e – da soli pochi mesi di nuovo, alla morte di papa Leone X – quello degli Estensi di Ferrara: sì che chi commettesse qualche atto criminale nel territorio di questi ultimi aveva buon gioco a sottrarsi alla giustizia riparando in quello di Firenze, o di Lucca.

Perché il problema con cui l’Ariosto si trovò a fare i conti in maniera più continuativa, ossessionante, insolubile, per tutti i tre anni buoni del suo mandato, fu quello: il banditismo. Squadracce d’inafferrabili malviventi, dediti a omicidi, ruberìe; mercanti aggrediti, derubati, feriti, quando non addirittura vittima dei mercenari assoldati per assicurarsi contro i masnadieri; e poi, preti conniventi, quando non, a loro volta, stupratori, omicidi perfino. E ancora: la peste, o il passaggio delle soldatesche di Giovanni de’ Medici; un quadro che irresistibilmente richiama alla mente quello delineato, tre secoli dopo, dall’altro grande, il Manzoni.

Ma anche di quello d’inizio Cinquecento è rimasta una traccia scritta: le 156 lettere che l’Ariosto indirizzò ora al Duca di Ferrara, ora ai magistrati di Firenze, ora alle autorità di Lucca, e attraverso le quali provò a dar soluzione ai tremendi problemi del suo incarico. Le si può rileggere, accuratamente selezionate e assemblate da Vittorio Gatto, per le edizioni Diabasis (Ludovico Ariosto, Lettere dalla Garfagnana, 2009, pagine 357, € 22,00), e l’impressione che se ne ricava è impietosamente diversa, dall’aureo, sapiente fluire delle ottave del poema: è un procedere faticoso, aspro, di frasi buttate sulla carta, certo senza il labor limae più che decennale delle altre, ma sempre in un puntiglioso impegno di dar conto della realtà, di inquadrarla senza zone d’ombra, di portarne alla luce, e denunciarne, ogni connessione più occulta, e contorta, ogni più scandaloso meandro. E di tutto il carteggio, la frase che rimane meglio nella memoria è forse quella di una lettera a Obizzo Remo, a pochi mesi dall’assunzione dell’incarico, nell’ottobre del 1522: «Io ‘l confesso ingenuamente, ch’io non son omo da governare altri omini, ché ho troppo pietà, e non ho fronte di negare cosa che mi sia domandata».

Col passare dei mesi, la “fronte” dovette farsela venire, in un modo o nell’altro, Ludovico Ariosto: e ci riuscì, bene o male; finché al Duca non piacque di esaudire le sempre più pressanti, scorate richieste di esser richiamato a Ferrara. Noi però, dopo averlo sorpreso, per via di queste carte che lui mai avrebbe sospettato potessero caderci sotto gli occhi, ingolfato nella più vischiosa palta dell’esistenza, crediamo, quando poi torniamo ad immergerci nella naturalezza polita e scorrevole dei suoi versi, di leggerli con in più, ora, una nuova consapevolezza: quella della dimensione d’angoscia a cui hanno fatto da antidoto.

Mario Massimo

20 maggio 2014

Succede oggi cultura nell’informazione quotidiana

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Il Libro

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In ricordo dei martiri sloveni

fotk PahorRecentemente sono stato spettatore di un evento nobile e inaspettato, durante le celebrazioni per la ricorrenza del 25 aprile, organizzato dal Comune della città di Villorba in provincia di Treviso. Per spiegarne l’importanza devo riallacciarmi al lontano 1941 e ai fatti di tutto il periodo postbellico, avvenuti nella così detta regione Venezia Giulia dove, oltre agli italiani, in modo compatto vivevano 600 mila persone appartenenti a due popolazioni, la slovena e, in Istria, la croata. Ecco, in questa Regione ha origine la negazione dei diritti delle due lingue e delle due culture, slovena e croata. Da principio, questa soppressione si era manifestata attraverso atti vandalici, incendi di case di cultura, roghi di libri e mettendo a soqquadro uffici. Dal 1922 in poi con il fascismo al potere era stata abolita la possibilità di impartire un’educazione in lingue non italiane, vi era stata un’italianizzazione dei cognomi, dei nomi dei paesi e delle borgate ed era stato interdetto l’uso dello sloveno in pubblico. A tale negazione, vero etnicidio culturale, la popolazione aveva reagito e si era organizzata clandestinamente in modo capillare. Quando veniva scoperta veniva punita, tanto che tra le due guerre c’era nelle diverse prigioni mezzo migliaio di oppositori. Già nel 1930 il Tribunale speciale per la difesa dello Stato a Trieste su 18 imputati ne aveva condannati amorte quattro, di cui il più giovane aveva 22 anni. Fu una vera dimostrazione accompagnata dallo sfoggio di navi da guerra in porto. L’organizzazione clandestina non reagì con azioni palesi, si concentrò a prepararsi alla guerra, con cui si anelava la liberazione dalla dittatura fascista. Nella primavera del 1941, entrate le Forze Armate italiane e quelle fasciste a Lubiana, dove il popolo si sollevava in massa iniziando la lotta di liberazione nazionale, in risposta l’autorità italiana concepì il grande processo del Tribunale speciale a Trieste. Voleva così, a un tempo, minacciare gli antifascisti sloveni della Venezia Giulia, che già si stavano unendo agli insorti della Provincia italiana di Lubiana annessa all’Italia. Il processo durò dal 2 al 14 dicembre contro 60 imputati presenti e dieci assenti. Uno dei dieci era il professor Lavo Cermelj, che fu portato al processo da Lubiana dove, come tantissimi altri, era stato esiliato. Al processo fu condannato a morte e poi graziato, perché autore, nel 1936, di un importante volume, pubblicato in Inghilterra, Life and Death struggle of a National Minority. Degli altri nove quattro furono graziati, mentre i cinque fucilati furono: Pino Tomažic, comunista triestino, Ivan Vadnal, agricoltore, Viktor Bobek, panettiere, Simon Kos, agricoltore, Ivan Ivancic, tessitore. I condannati furono fucilati all’alba del giorno seguente alla sentenza, cioè il 14 dicembre 1941, le loro salme vennero inumate in un luogo sconosciuto. Solo dopo la guerra si seppe che segretamente erano stati tumulati nel cimitero di Fontane, di Villorba (Treviso). Il 27 ottobre del 1945 i loro resti furono trasferiti al cimitero di Trieste. Ora, e mi scuso, ritorno alla mia presenza a Villorba il 24 e 25 aprile. È stato un evento inaspettato. Trovandomi a Treviso il 29 marzo per ricevere la cittadinanza onoraria, un signore di Villorba mi ha informato che avrebbero festeggiato il 25 aprile con un monumento ai cinque antifascisti tumulati segretamente nel cimitero di Fontana, detto Chiesa Vecchia. La sera prima, il 24 aprile,ci sarebbe stata una riunione, una serata in ricordo con alcuni storici, l’intervento della cronista triestina Lida Turk, autrice del libro bilingue Dicembre 1941, con il quale la sezione triestina della VZPI-ANPI aveva onorato il settantesimo anniversario dell’uccisione dei cinque antifascisti. Stupito e oltremodo soddisfatto, ho promesso che se non all’inaugurazione del monumento, perché obbligato a intervenire a una conferenza internazionale sulle minoranze, alla riunione di studi ci sarei voluto essere. E sono stato presente, invitato dal Comune di Villorba, all’interessantissimo incontro, dove ho preso la parola dopo il sindaco, Mario Serena, i professori, Marzio Favaro e Ernesto Brunetta, la cronista Lida Turk, Sergio Amadio, presidente locale dell’associazione Fanta, ideatrice del monumento agli antifascisti sloveni. Come scrittore sloveno, che si è prodigato per far conoscere i metodi della dittatura fascista nella Venezia Giulia, desideravo complimentarmi dell’iniziativa che faceva onore al popolo italiano, mentre la Repubblica italiana, nata dalla Resistenza, cerca di dimenticare e di non parlare ai giovani del terrore del passato regime nella Venezia Giulia, i crimini, gli ostaggi uccisi nella Lubiana occupata, i morti nei Campi di concentramento fascisti, per esempio di Monigo, vicino Treviso, ed i Visco, in provincia di Udine. Voglio sperare, ho spiegato, che la dimostrazione di civiltà del comune di Villorba possa essere di esempio. All’avvenimento di Villorba il quotidiano sloveno «Primorski dnevnik» (il Giornale del Litorale) ha dedicato due articoli, riportando l’incontro di studi e la solenne cerimonia sotto il titolo Un’emozione indimenticabile. Erano presenti i rappresentanti dei diversi ordini delle Forze Armate, Sergio Amadio, con gli anziani “Fanti”, davanti ai quali hanno preso la parola il sindaco Marco Serena, la Console generale della Slovenia a Trieste Signora Ingrid Sergaš, il Consigliere del Comune di Trieste Igor Švab, la presidente dell’VZPI-ANPI, Stanka Hrovatin, due parenti di due famiglie. In un simpatico parco in Fontane Chiesa Vecchia, posto su base di pietra carsica, il monumento, opera di Silvio Massarin, è semplice e attraente perché formato da pertiche portanti, in linea orizzontale, le foto dei cinque martiri, mentre sopra di loro si elevano verso il cielo e la gloria i prolungamenti delle stesse pertiche. In mezzo una catena e il riconoscimento che questi cinque uomini si sono sacrificati per la libertà e la giustizia.

Boris Pahor

Il sole 24 ore (Domenica) – 18 maggio 2014

Il libro

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A giugno sarà nelle librerie «Venuti a galla», scritti di metodo, di polemica e di critica di Boris Pahor (a cura di Elvio Guagnini Diabasis, Parma, collana «I muri bianchi», pagg. 240, € 16,00).
È una raccolta di pagine – saggi e interventi diversi, scritti da Pahor direttamente in italiano tra gli anni Sessanta e oggi – che testimoniano l’attenzione dello scrittore sloveno alla questione dell’identità dei piccoli popoli, al valore della cultura delle comunità etnico-linguistiche anche minoritarie, alle prospettive poste dall’itinerario verso una federazione europea.

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PERCHÉ UNA SCUOLA

Pubblichiamo le linee strategiche e gli obiettivi dalla bozza programmatica della scuola di formazione civica del Borgo-Laboratorio di cittadinanza attiva. Gli approfondimenti sono a disposizione nella parte del nostro sito dedicata specificatamente alla scuola. Nel sito si trova già anche il modulo tramite cui è possibile effettuare la preiscrizione.

Il Circolo Culturale Il Borgo, attraverso un dibattito che ha coinvolto esponenti della cultura e dell’istruzione, ha maturato la determinazione di proporre una Scuola di Formazione Civica. A questa risoluzione, il Circolo è pervenuto dando seguito all’originaria vocazione, d’intervenire sulle questioni critiche della società.

È a tutti noto che da tempo il divario tra le istituzioni politiche e la società civile rende arduo per chiunque il compito di amministrare e governare. Questa condizione, radicalizzandosi e inasprendosi, ha provocato un disinteresse crescente per il confronto sulle forme del vivere civile spalancando le porte all’uso personale delle istituzioni pubbliche, favorendo il diffondersi della corruzione in una misura e in modi non confrontabili col passato e inaridendo la solidarietà sociale che, soprattutto nel mondo del lavoro, era radicata nel Paese.
Il cittadino è disarmato e spesso si parla di analfabetismo politico.  S’intende così sottolineare un diffuso deficit nella conoscenza dei meccanismi che regolano le funzioni delle istituzioni e la loro responsabilità nel riconoscere i nuovi soggetti di diritto quando si affermano nella storia.
L’analfabetismo politico riguarda inoltre la scarsa consapevolezza  dei diritti e dei doveri che i singoli e le collettività hanno nel  costituirsi come maggioranze e minoranze attraverso le elezioni dei rappresentanti.
Queste ragioni hanno suggerito al Borgo di promuovere una scuola che organizzi corsi di formazione civica per le generazioni più giovani, anzitutto, ma che possa corrispondere alla domanda di tutti i cittadini.
L’intenzione è di approfondire lo studio e la discussione sulle forme della politica e della democrazia come sono state praticate nella storia e nel nostro Paese. Ma la scuola persegue anche l’obiettivo di elaborare una riflessione sulla domanda di senso civico.
I cittadini non possono considerare le città, i partiti politici, le istituzioni come strumenti a disposizione delle loro pretese. Semmai questa pratica è stata consentita e a volte incoraggiata in passato per conseguire il consenso, ora sono le condizioni economiche a non consentirlo. Ma compito primario della Scuola di Formazione civica consiste nell’affermare che a questi appetiti occorre ribellarsi anzitutto per ragioni di tipo culturale che riconoscano il bene comune come il fine e non il mezzo dell’agire politico.
È in un comune e rinnovato senso civico che si costruiscono le forme della politica aldiqua del potere, nel rispetto dei rappresentanti e delle e istituzioni, ma anche nel convincimento che solo l’esercizio della coeducazione alla cittadinanza attiva può suggerire i percorsi verso una società democratica in grado di misurarsi con le sfide del futuro.

Alessandro Bosi

Giovedì 15 Maggio 2014

http://www.ilborgodiparma.net/

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