"Il nostro mare quotidiano" di Fabio Fiori e Marco Fagotti

Presentazione dell’audio-racconto di Fabio Fiori, uno dei nostri scrittori più acclamati.

L’ audio-racconto “Il nostro mare quotidiano”, realizzato in collaborazione con Marco Fagotti, è stato selezionato dal Bellaria Film Festival (1-4 maggio 2014), per la rassegna “Camera con vista. Panorama radio doc”, a cura di Lorenzo Pavolini e Graziano Graziani, in collaborazione con Radio3 Rai. Venti stanze dell’Hotel Ermitage di Bellaria, con vista sul mare, saranno adibite all’ascolto della migliore produzione di audio e radio documentari italiani. E i visitatori del BFF, accolti al bureau dell’hotel, potranno scegliere liberamente la propria stanza d’ascolto preferita.
Buon ascolto!

Hotel Ermitage di Bellaria (Via Ala, 11 ), dalle 15.00 alle 24.00, 1-4 maggio 2014
L’ingresso è libero, come per tutte le proiezioni e le iniziative del Festival (programma)

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Portogallo: dalla poesia si fa il colore

Nella giornata del 23 aprile la tradizione catalana vuole che ci si scambino regali: gli uomini ricevono un libro e le donne una rosa. Le strade si riempiono di gente che passeggia tra bancarelle di libri e rose, potrete trovare bancarelle con le ultime novità editoriali, vedere autori rinomati che firmano esemplari delle loro opere e, naturalmente, sentire il profumo delle rose. Questa festa nasce dalla leggenda di San Giorgio e il drago su cui si fonda la tradizione di Sant Jordi patrono della Catalogna dal XV secolo.
Ala Belgravia San Jordi lo festeggeremo sabato prossimo, perché regaleremo una rosa o un garofano a tutte le persone che verranno a comprare un libro in libreria. Troverete una selezione di libri in lingua spagnola, troverete gli autori portoghesi tradotti in italiano da Scrittura pura edizioni, troverete Saramago, Pessoa, Antunes..
Ci saranno i garofani perché è anche il quarantennale della rivoluzione dei garofani che ha fondato la repubblica portoghese.
I quadri di Paula Dias, ispirati ai poeti portoghesi saranno esposti per tutto il mese.
L‘evento rientra nel SALONE OFF
BELGRAVIA LIBRERIE TORINO
IN VIA VICOFORTE 14/D
DA SABATO 26 APRILE A SABATO 30 MAGGIO
PORTOGALLO: DALLA POESIA SI FA IL COLORE
Con il patrocinio gratuito dell’ Ambasciata del Portogallo in Italia
In collaborazione con Scritturapura Edizioni e Associazione Tuca Tulà
In occasione del quarantesimo anniversario della Rivoluzione dei garofani da cui è nata la Repubblica Portoghese
Mostra della pittrice portoghese Paula Dias ispirata a poeti e scrittori portoghesi
INFO: 011.3852921 – 347.5977883 -libreria.belgravia@gmail.com

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https://www.facebook.com/paula.a.dias

http://www.gazzettatorino.it/paratissima-2013-ce-paula-dias/

 

Portogallo, 25 Aprile sempre: a quarant’anni dalla Rivoluzione dei Garofani (1974-2014)

La notte fra il 24 e il 25 aprile del 1974, a Lisbona inizia il futuro del Portogallo, perché come ha scritto una volta un poeta come Amadeu Baptista «a partire da quel giorno avremmo potuto cominciare a imparare a coniugare un futuro un po’più perfetto».

A contrastare le immagini di tenebra, di buio che emanano dal suo dittatore (in una famosa canzone un poeta e cantautore portoghese definirà Salazar l’«avó cavernoso que instituiu a chuva», il nonno cavernoso che aveva istituito la pioggia], i garofani rossi di quel 25 aprile di quarant’anni fa segnano un nuovo inizio, un tempo nuovo per il Portogallo futuro che come ha sognato Sophia de Mello Breyner Andresen riemerga in un alba, radiosa di luce, in una primavera di libertà per sé e per i popoli oppressi dal colonialismo:

 

Esta é a madrugada que eu esperava

O dia inicial inteiro e limpo

Onde emergimos da noite e do silêncio

E livres habitamos a substância do tempo

 

[questa è l’alba che io aspettavo

Il giorno iniziale intero e pulito

Da cui siamo emersi dalla notte e dal silenzio

E liberi abitiamo la sostanza del tempo]

 

25 de Abril de 1974

ARTONI opera omnia, scrigno di emozioni

Tutte le sue poesie nel volume «Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo» edito da Diabasis a cura di Paolo Briganti. Il libro verrà presentato da Luigi Alfieri, Paolo Briganti, Giuseppe Marchetti, Umberto Squarcia, Fermo Tanzi, Emilio Zucchi

 

Siamo nel 1951. In un quaderno della Rai curato da Leone Piccioni, Montale confessa: «la recente poesia italiana è minacciata di esaurimento, giacché ci sono parole, modi, cadenze recenti che non si potranno più usare per molto tempo». E parimenti afferma che in mancanza di un nuovo linguaggio poetico adottato dai giovani, il nostro Paese avrà bisogno «di molti anni di prosa e possibilmente di vera prosa, non di prosa poetica». Certificato così autorevolmente un tale cedimento, o frattura, o fraintendimento, chiamatelo come volete, era lecito aspettarsi una poesia veramente «nuova»? Non credo. Eppure, era il tempo in cui i poeti più giovani, Accrocca, Scotellaro, Gian Carlo Artoni, di cui ora esce per Diabasis l’opera omnia curata da Paolo Briganti con una nota di Luigi Alfieri, entravano in piena stagione espressiva. Oggi, sia pure tenuto conto dell’amarezza espressa dall’autore di «Meriggiare», quella pattuglia ci sembra che non dovesse temere un processo «di esaurimento». Di trasformazione sì, invece. Ma a Parma, nel clima del dopoguerra, nel momento dell’estremo ripensamento, rinforzare l’entità dialogica della «Officina », o mutare prospettive, inseguire un altro futuro sull’esempio di Attilio Bertolucci inquieto autore di «Lettera da casa» e de «La capanna indiana» (’51), indebitarsi o sdebitarsi verso il Novecento – fiorentino, in particolare – la situazione come si presentava? Le risposte vennero, un po’ timide, per la verità, ma vennero. Giorgio Cusatelli, Pier Luigi Bacchini, Giancarlo Conti si muovevano, leggevano, curiosavano. Ma più degli altri tentò Gian Carlo Artoni. Il suo dire poetico si mostrò – come più volte ci ha confermato autorevolmente Macrì – già sicuro allora. E tale ora lo ritroviamo, dopo tanti anni, in questo volume complessivo «Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo» (1946-1966): volume che riappare come un profilo d’ombra mai scomparsa dall’orizzonte dei nostri pensieri e delle nostre letture, un volume rimasto miracolosamente (si può usare quest’aggettivo per la poesia?) intatto, anzi accresciuto nel tempo a guardar le date che sembrano tutte là, in pieno Novecento e che, invece, ci parlano ancora. Il volume, che raccoglie al modo di uno scrigno salvato dall’usura del tempo e dai tempi l’intera testimonianza di Artoni e la sua esperienza letteraria così preziosa anche oggi per comprendere il «secolo breve» o pur infinitamente tragico, rimane un esempio di «Come nasce una pianta, dolcemente / maturata nel morbido calore / del suolo e nella prima / foglia è già la dischiusa vampa serbata al seme lungo il corso dell’inverno». Vampa, quindi, covata sotto la cenere durante anni che parevano attenti ad altro, quasi una voluta distrazione, un dirottamento preso a pretesto per alludere ad altro senza smentirci, mentre occasioni, contrasti e inviti dilatavano lo spazio umano e letterario della nostra poesia. Artoni, come scrive Briganti a più riprese, da «Lo stesso dolore» in poi – ma con l’avvertenza di un «prima» già estremamente limpido e concertato che si proietta verso i «frammenti di senso nella più generale ricerca d’un senso nella vita» – toccava e possedeva in pieno l’arte di trovarsi in quella provincia che custodisce l’infinita memoria del tutto, non solo, per raccontarla ma soprattutto per indicarne «la voce che chiama / dai miei anni passati, stanca voce / di naufrago cui basta qualche notte / calda d’amore per riavere un cuore / malinconico». Ecco la lezione che non cade nel tranello degli «ismi», cui Ungaretti insegna e protegge «come una creatura». E mai esempio fu più fulminante e ardito. Poiché nella storia di Artoni – ora lo si vede bene – «il suo lavoro trova i valori più certi nei termini di una lunga autobiografia morale, di una austerità elaboratissima, ma per qualche aspetto un po’ estranea all’ora che batte. A proposito dei suoi versi si è parlato a ragione di un indefinito poetico di ascendenza indirettamente leopardiana e tassiana» – scriveva Marco Forti presentando la raccolta ne Lo Specchio mondadoriano del ‘63. E, del resto, il conto torna come possiamo osservare scorrendo i testi ripresi «La villa» ‘56 e da «Altre, altrove ed oltre» (’56-’66): toni che oggi son confortati dai «Tre scritti in prosa» pubblicati in Appendice, con quel «Parma non più Parma» del ‘75 nel ricordo ironico e lacerato, di Delfini e della città «senza amore», come la definì Paoletti anch’egli afflitto dai «dolori irrimediabili» della decadenza e dell’indifferenza. Che, però, la poesia ancora sconfigge, la poesia vera, «la certezza della tua compagnia», un conforto, un calore, un’orma profonda che questo libro intimamente ci suggerisce: anzi, ci impone. Per fortuna nostra.

Giuseppe Marchetti

 

 

Stile e visione della vita

Metrica e pensiero nel solco della classicità

La morbidezza di un dettato lirico composto ma sinuoso; la precisione delle immagini pudicamente parca nell’uso della metafora e delle altre figure di somiglianza; una malinconia tanto meno accentuata quanto più virile e intima; un uso della metrica tradizionale elegantemente tenuto sottotono eppure reso emotivamente vibratile dal frequente, irrequieto e magistrale uso dell’enjambement; un sentimento profondo delle cose della vita di ogni giorno, in cui sembra tremare qualcosa di atemporale e spiritualmente perenne: sono molti gli elementi stilistici e di visione della vita che ascrivono Artoni al novero dei poeti in cui la classicità riecheggia nel suo eterno lascito etico non meno che estetico. Ed è, quella di Artoni, una classicità stoica che sembra derivare soprattutto da Machado, probabilmente assimilato attraverso le splendide traduzioni di Oreste Macrì, e, in misura minore, ma non trascurabile, da Carducci. L’opera omnia di Artoni testimonia una fede nella poesia come categoria dello spirito umano: come qualcosa di soprastorico, dunque, ma che, grazie al suo improvviso riverbero, può, a squarci, illuminare la Storia; la Storia che la attraversa, ma che non ne determina l’essenza.

Emilio Zucchi

 

Ritratto del poeta parmigiano

Folgorante carriera di colpo abbandonata

Che volete che vi dica: quando penso alla carriera poetica di Artoni – una prima «plaquette » nel ‘49 presso Guanda («Poesie»), una seconda nel ‘56 («La villa e altre poesie») per una collanina milanese diretta da Sereni, una raccolta in gran parte nuova («Lo stesso dolore») nel ‘63 nello «Specchio» di Mondadori (che era, ed è ancora – c’è poco da discutere – la collana italiana di poesia più prestigiosa), e poi. E poi l’abbandono della poesia. Ecco, quando penso a questo folgorante percorso e al bruciante improvviso abbandono, non posso non restare, tutte le volte – giuro, tutte le volte – a bocca aperta, con l’idea che mi sfugga qualcosa. Ma lo so invece, lo so, l’ho percepito da tempo (eppure ci ricado!) che Artoni è fatto così, me lo disse lui stesso una volta: è come se avesse chiuso un cassetto, il cassetto della sua poesia. Me l’immagino: «Dunque, vediamo: c’è tutto? Sì, i fogli, le carte, le prove, le stampe. E i sogni e le speranze e il tirocinio del cuore e dell’animo per la messa in carta della parola, del verso giusto, nitido, secco. Sì, c’è tutto. Posso chiudere». Già. A chiave, mica così per dire. E la chiave? Mah?! Dimenticato dove messa la chiave. Ma perché si chiude per sempre un cassetto? Perché si chiude per sempre un amore? Perché si bruciano le lettere e le foto? Perché si cambia serratura, appartamento, città, vita? C’è sempre dietro una delusione, una disillusione. Una rottura insanabile. Una fine. La fine d’una storia. La consapevolezza della fine d’una storia. Ho rimuginato a lungo questi pensieri (e continuo a farlo) mentre preparavo il libro delle poesie di Gian Carlo Artoni per fornire un po’ tutta la sua produzione poetica, con ordine e rispetto filologico (il rispetto particolare che si deve a un vero poeta): 114 testi sotto il titolo composito di «Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo (1949-1966)». Ne emerge, con evidenza, una capacità straordinaria di coordinare pensiero ed immagini (anzi, leopardianamente, immagini e pensiero) entro sequenze di endecasillabi e settenari in flussi sintattici ad onde, con frequentissimi, costitutivi «enjambements ». Versi mirabili. E, pur sorprendendomi sempre, sono arrivato alla conclusione che quel suo abbandono drastico avesse il senso d’un atto capitale dell’esistenza. «Letteratura come vita» diceva Carlo Bo. Che può essere, ancor più, «poesia come vita». Già: e dunque «non più poesia » come che? «Non più poesia», forse, come fine d’una generosa illusione. Ecco che, allora, mi vien da ripetere quel che ho scritto alla fine della mia introduzione. A un certo punto, più o meno a metà degli anni Sessanta (ma anche prima), il turbine folto dei cambiamenti – della letteratura, della cultura, della società civile, della città – poté forse apparire al poeta Artoni quale un progressivo inarrestabile avanzare, un assedio. Egli, solo ormai (o quasi) sugli spalti, lui stesso alla fine eroso da un contraddittorio intimo conflitto, stretto e circondato da una società che, ai suoi occhi, rendeva sempre più improbabile la ricerca del senso delle cose e della vita attraverso la poesia (quantomeno attraverso la sua poesia), a quarantatré anni appena, getta la penna, avendo annotato nel «diario di bordo» dell’ultimo suo componimento la resa, una resa – senza astio – all’evidenza, una resa persino ormai serena. Concludeva infatti: «Non prevedo naufragio, ma una umana / accettazione ». (Non aveva scritto Saba, del resto, di una «serena disperazione »? e non confessava Caproni, proprio a metà di quegli stessi anni Sessanta, d’esser giunto alla «disperazione calma»?). Mi figuro che allora Gian Carlo Artoni deponesse con gesto semplice l’«astuccio» (o faretra?) della sua poesia e – un po’ come il Guido Cavalcanti «filosofo naturale» del Decameron, in barba a quelli che gli volevano dar briga – si disvincolasse dall’assedio di quella turba spessa, fuori e dentro, scavalcando rapido e leggero le arche d’una civiltà che non era già più la sua, perduta; e, come nulla, entrasse nel silenzio: un silenzio poetico mai più infranto. (Altre cure, altre battaglie lo attendevano. Altrove).

Paolo Briganti

PRESENTAZIONE UFFICIALE: domani 24 aprile alle 17,30, Palazzo Giordani – viale Martiri della Libertà 15 – Parma

Gazzetta di Parma – mercoledì 23 aprile 2014, pag. 47

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Due nuovi libri da due grandi poeti

Diabasis e Fermoeditore sono lieti di invitarvi alla presentazione di due nuovi titoli, da due grandi poeti contemporanei:

 

 

“Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo” di Gian Carlo Artoni e

“Secondo le leggi dell’autunno” di Vadim Fëdorovič Terëchin.

Oltre agli autori, interverranno:
Luigi Alfieri – caporedattore della Gazzetta di Parma
Paolo Briganti – Professore di Letteratura Italiana all’Università di Parma
Giuseppe Marchetti – critico e giornalista
Umberto Squarcia – vicepresidente Diabasis
Fermo Tanzi – presidente Fermoeditore
Emilio Zucchi – curatore della pagina cultura della Gazzetta di Parma

Giovedì 24 aprile
dalle ore 17.30

Palazzo Giordani (Sala Borri) – Viale Martiri della Libertà 15 – Parma (sede della provincia di Parma

https://www.facebook.com/events/779209675431111/779549772063768/?notif_t=plan_mall_activity

Evento 24 aprile alta1

Una giornata con Boris Pahor

La prima cosa che ti sorprende è dove abita questo signore che ha compiuto cento anni nel 2013 e ora va per i centouno. Di fronte al mare, su uno dei colli che sovrasta Trieste, raggiungibile con una strada in forte salita. Parcheggi l’au – to e, a piedi, raggiungi la casa di Pahor, percorrendo un sentiero in pendenza con ripide scalette. Qui egli vive solo e accudisce a se stesso. Elvio Guagnini, professore emerito dell’Università di Trieste, Leandro Del Giudice, redattore di Diabasis ed io, suoniamo il campanello. Boris ci accoglie affabilmente e sùbito inizia a disquisire con Guagnini sul locale ove andremo a consumare il pranzo. Decidono per una gostilna sul Carso in località Seana, in territorio sloveno. Percorriamo a piedi il ripido sentiero e le scalette, con Boris che ci guida e ci sopravanza. Saliamo in auto ed è ancora Boris a guidarci, Guagnini vorrebbe fare una strada, ma Boris opta per un’altra, più breve. A vederlo così vivace e attento ti chiedi se davvero quest’uomo ha più di cent’anni. Ci sediamo al ristorante Grahor, al tavolo ormai chiamato «Pahor», poiché è quello ove Boris solitamente prende posto. Abbiamo gustato la famosa zuppa triestina, la jota, poi pesce. Boris ha fatto onore alla tavola con, appunto, un bel piatto di jota e un bel pesce alla griglia, è stato parco nel bere, soltanto mezzo bicchiere di un buon bianco della valle del Vipacco. Il pranzo è stato lungo perché si è discusso molto. Era la prima volta che, di persona, avevo la possibilità di parlare con Pahor. I precedenti contatti erano stati telefonici. All’inizio della discussione, il sentimento prevalente che mi animava era l’emo – zione. L’emozione di avere di fronte questo grande scrittore. Ma presto si sono fatti avanti il coinvolgimento e l’interesse. Approfittando del suo mangiare lento (da vero buongustaio), ho voluto fargli quelle domande che la lettura del suo libro «Necropoli» aveva suscitato in me. E lui, con occhi luccicanti, ha ricordato i suoi compagni di prigionia nei vari campi di concentramento, fra cui Dachau, ove aveva trascorso momenti terribili; i ricordi delle tradotte da un campo all’altro senza acqua né cibo, stipati per giorni in vagoni ed esposti al gelo vestiti di pochi stracci. Poi, la sua lunga permanenza nella Francia liberata e il ricovero in un sanatorio per più di un anno per curare una grave malattia polmonare (e ora ha più di cent’anni!). Le sue amicizie con scrittori del nostro tempo, fra cui Vercors e Stéphane Hessel, e la sua amicizia mai iniziata con Primo Levi. «Avevo scritto a Primo Levi ma non mi ha mai risposto. Chissà quante lettere riceveva! e non poteva certo rispondere a tutti, è stato il rammarico della mia vita non averlo incontrato». E poi quel suo non definirsi scrittore: «… sono gli altri che mi chiamano così, io scrivo per portare alla conoscenza di tutti la nostra bella lingua slovena». Nato a Trieste negli ultimi anni dell’impero austro-ungarico, Pahor ha sempre voluto essere in prima linea nella difesa delle lingue e delle culture minacciate, e alle culture minacciate è dedicato il suo ultimo libro «Venuti a galla », di prossima uscita per le nostre Edizioni Diabasis. Una raccolta di pagine che, ancora una volta, testimoniano la tenace e intelligente attenzione di Boris Pahor alla questione dell’identità dei piccoli popoli. Un discorso che si sviluppa pure attraverso note di polemica e riflessioni diverse con pagine narrative ricche anche di spunti autobiografici. Ci siamo lasciati dopo una giornata in cui il tempo pareva essersi fermato alla Mitteleuropea storica. Non più spread e spending review ma solo e soltanto la grandezza di un uomo che ricorda un’Europa che forse non esiste già più, ma che guarda avanti, al futuro e parla dei giovani. Nel lento ritorno a casa ripensavo a tutto quello che non ho chiesto: domande alle quali sono sicuro il libro di Pahor risponderà. Buona fortuna, maestro. Sarà un piacere ed un’emozione rivederti ancora e parlare con te

Mauro Massa presidente Edizioni Diabasis

Gazzetta di Parma MARTEDÌ 15 APRILE 2014 pag. 31

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1°edizione del concorso Chinguetti scritture creative

1°edizione del concorso “GHINGUETTI scritture creative”, il tema era inspirato alla donna
Il vincitore è Teresa Barbaro con la composizione:
La bambina sarà donna
Opposto è qualcosa di contrario, diverso, lontano.
In cosa s’incarna l’opposto di donna?
Non penso all’uomo, alla figura maschile come antitesi perfetta della donna per partito preso, per attitudini, forza o sensibilità. 
Si possono trovare uguali caratteristiche in una donna e in uomo.
Piuttosto, trovo che l’opposto di donna si possa identificare con l’immagine di bambina, bambina quale fiore con una lunga strada innanzi a sé per sbocciare in tutte le sue potenzialità che neanche immagina.
La bambina che vive l’infanzia nel modo più degno di questo nome, è l’opposto di donna. 
Si trastulla con i giochi; affetti e amicizie le sembrano perfetti.
E’ responsabile di piccole cose che le sembrano grandi, ma solo più avanti nel tempo misurerà le vere grandezze che la vita le presenterà.

La prossima edizione sarà a maggio, il tema sarà comunicato sul nostro blog e social network, inviateci le vostre composizioni.

Sondaggio Diabasis: Il sentiero di una nazione

«La base della socialità è la lingua, ed è la lingua che definisce e forma una Nazione» (Fernando Pessoa, Sul Portogallo)

Argentina, scomparire nel nulla

Juan Octavio Prenz narra la storia kafkiana di un uomo eliminato dal regime di Videla

Il signor Rodolfo Kreck è educato, gentile, abitudinario, e in questo meticoloso, paziente. Marito e padre modello, vicino irreprensibile, puntuale e preciso sul lavoro (in una compagnia di assicurazioni), Kreck è solito ripetere che «l’orologio e le chiavi sono la nostra più ferma relazione con il tempo e con lo spazio», fornendo così precise indicazioni sulle direttrici della sua stessa vita. «Anche nelle più insignificanti circostanze, Kreck cercava sempre, dinanzi a qualcosa di inatteso o di confuso, di levare ogni scomoda scheggia, da fare lo scarto, per poter tornare quanto prima alla semplice contingenza quotidiana». Una vita routinaria, dunque, quella di Kreck, vissuta per un certo tempo nell’istriana Pisino e poi nell’Argentina dittatoriale, nella quale per l’appunto è ambientato il romanzo di cui il Nostro è protagonista: «Il Signor Kreck» (Diabasis, pp. 281, euro 18) di Juan Octavio Prenz, scrittore che condivide con la sua creatura letteraria una certa specularità biografica dal momento che dall’Argentina si è trasferito e tuttora vive a Trieste, sempre però continuando a scrivere nella sua lingua madre, lo spagnolo. La storia di Kreck, uomo qualunque che si trova a vivere in «tempi difficili », è quella di un individuo vittima degli ingranaggi di un Potere anonimo e stritolante che lo rinchiude prima in carcere per tre mesi (pur senza avere a suo carico prova alcuna) e che poi (forse) è persino l’ar – tefice della sua stessa misteriosa (nonché irrisolta) sparizione. È stato esattamente sulla base di questi presupposti che il romanzo di Prenz è stato accostato alla narrativa di Kafka, autore nei confronti del quale Prenz prova evidentemente una certa «angoscia dell’influenza», ma dal quale altrettanto vividamente e profondamente si distacca per molteplici ragioni. La storia di Kreck parte con un’insolita rottura della routinaria monotonia quotidiana: nell’ottobre del ’77 Kreck prende in affitto da due anziane gemelle un appartamento ammobiliato un tempo appartenuto al defunto padre delle due, Francisco Salgueiro, già ornitologo di chiara fama. Da questo momento in poi una serie di indizi, definiti nella forma di «presagi funesti» e «oscuri», insieme con l’ossessivo, cadenzato refrain della formula «questi tempi difficili» conduce gradualmente il lettore sulla strada di un ambiguo e labirintico percorso narrativo che culminerà nell’arresto di Kreck sotto l’accusa di terrorismo per sciogliersi poi (ma solo apparentemente) nella scarcerazione e concludersi con la misteriosa e definitiva sparizione. In effetti, il finale era stato preparato, con una sorta di gioco di specchi deformanti, da un fatto inquietante accaduto in precedenza: il medico di Kreck, il dottor Morero, era stato brutalmente ucciso, con le modalità di una vera e propria esecuzione, e un articolo giornalistico ne aveva riportato la notizia: «Kreck trema mentre legge il susseguirsi della frasi, una più cinica dell’altra, destinate a confondere il lettore, a sviarlo in modo perverso dalla realtà attraverso un racconto reticente, apparentemente obiettivo, dei fatti, dove non scarseggiano false e lacrimose righe sulla moglie e sulla figlia di Morero e il sospetto che il medico – come se ciò giustificasse l’omicidio, pensa Kreck – facesse parte di un’organizzazione terrorista». Lo scopo di Prenz diventa, in questo passaggio, evidentissimo: denunciare la connivenza dei mezzi d’informa – zione col Potere, spesso suoi sostenitori solo all’apparenza imparziali e obiettivi. In tutto questo, l’autore mostra un passo narrativo lento e cadenzato, esamina fotografa e descrive, alternando talvolta i punti di vista e i filtri d’osservazione in accostamenti stranianti che sviano il lettore e contribuiscono a perderlo nel labirinto narrativo. Ma il pregio maggiore della prosa di Prenz è la sua «leggerezza » nel significato che diede al termine il nostro Italo Calvino: «è sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perso [uccisore di Medusa] ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello».

Elissa Piccinini

Gazzetta di Parma, 9 aprile 2014, pag. 47
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