L'unica cosa è l'indifferenza bovina. Nel tumulto delle idee generali, neanche il nichilismo (che sembrava qualcosa di serio) merita attenzione. Ogni anelito, in alto o in basso, in quanto anelito, è già una barba. L'immobilità è la stessa cosa: anelito a star fermi. Sfoglio una rivista filosofica appena uscita per l'editore Diabasis. Si chiama Davar ed è diretta dalla vedova di Sergio Quinzio, Anna Giannatiempo Quinzio. L'ultimo numero è dedicato ai paradisi. M'imbatto in un frammento di Kafka (la rivista pubblica alcuni stralci dai Diari): ''Un primo segno che inizia la conoscenza è il desiderio di morire. Questa vita appae insopportabile, un'altra irraggiungibile. Non ci si vergogna più di voler morire''. Mi chiedo se non sia una forma di narcisismo. La stessa che colpiva C. S. Lewis a mesi di distanza dalla morte della moglie: ''Non posso negare che in un certo senso mi "sento meglio", e subito provo una sorta di vergogna, e l'impressione di avere per così dire l'obbligo di proteggere, coltivare e prolungare la mia infelicità (…). Che cosa c'è dietro? In parte, credo, la vanità''. Il paradiso e la felicità come occasioni della miseria umana. Dio esiste per chi si sopravvaluta; Dio non esiste per chi continua a sopravvalutarsi. Dio è un problema (o un arredamento) di quell'odioso Io che ci sta sempre attaccato. Un lombrico non prega. Due lupi che si battono per la supremazia lo fanno col vuoto negli occhi. Gli uomini, al contrario, imbastiscono cerimoniali. Claudio Magris nella stessa rivista, in un articolo intitolato ''Non c'è tempo per la felcità'', scrive: ''La velocità aumenta in ogni settore, trasformazioni storiche epocali avvengono con un ritmo che rende difficile percepirle e seguirle; i piccoli eventi della vita quotidiana – un trasloco, il rinnovo del passaporto, la riparazione dello scaldabagno – richiedono più tempo dei grandi eventi politici che cambiano il mondo. Si ha l'impressione di non riuscire a tener dietro alla realtà e al suo vorticoso calendoscopio, che sbalestra i criteri e i metri di giudizio che dovrebberlo comprenderla e inquadrarla''. Viene da chiedersi perché. Perché mai tutto deve essere ridotto al ''calendoscopio''? La lettura della rivista (di per sé interessante e assai ben fatta) è istruttiva: emerge spesso un ammiccamento generalizzato verso tutto ciò che non può e non deve ammiccare (il bene, il male, Dio, il paradiso, la salvezza, eccetera). Ed è per questo che viene in mente l'opera di Carlo Michelstaedter, uno studente di Gorizia che nel 1910, a ventuno anni, poco prima di discutere la sua tesi di laurea, si suicidò con una pistoletta perché non poteva sopportare quanto aveva appena scoperto: ''Quando l'enunciazione del proprio pensiero non è più distinguibile dall'assoluto giudizio, la ricaduta e la disonestà, per la sopravvivenza, paiono inevitaili a chi ha chiaro che, dalla persuasione persistente nel grado più alto della potenzialità, non possono che nascere l'abnegazione dell'individualità e la morte'' (così scrive David Micheletti nella postfazione ad un volume , anche questo pubblicato da poco da Diabasis, con gli scritti su Platone di Michelstaedter, ''L'anima ignuda nell'isola dei beati''). Il centro del discorso è proprio questo: si ascolta Beethoven ma per ridurlo immediatamente a una questione di contrappunto. Per spirito di sopravvivenza, sostiene Michelstaedter. Altrimenti quella musica sarebbe insopportabile proprio in quanto assoluto giudizio; per permanere in vita gli uomini devono ridurla a giudizio critico, trasformandola in "rettorica", disossarne l'impianto, renderla compiaciuta vanità. Lo stesso, per Michelstaedter, si può dire di chiunque abbia raggiunto una comprensione autentica del mondo, una comprensione (Socrate ne è un esempio) che si paga con la morte o con l'addomesticamento (il farsi sistema della filosofia socratica in Aristotele). Non è possibile altra strada. La "rettorica" come falsificazione ma anche come salvezza. Questa sembrarebbe essere così, tornando alla rivista Davar, la sorte emblematica di ogni discussione sui paradisi. A pensarci bene, infatti, siamo già morti. Se paradiso c'è, allora la nostra vita non esiste e la nostra condizine è quella di cadaveri deambulanti e coscienti. Non si può pensare al paradiso, e pensarlo come luogo e condizione di assoluta felicità e pefezione, senza ritenere che quella condizione di assoluta felicità e perfezione non includa da subito tutto ciò che amiamo e che il tempo qui sulla Terra sottrae poco per volta. Una persona a noi cara muore. Va in paradiso. Ci si domanda: com'è possibile la sua felicità assoluta e perfetta in assenza di coloro che si trovano nella condizione di sopravvissuti e che, prima di scopmarire, amavano e riempivano la sua vita? Dio non è un tappa buchi e, per quanto si debba presupporre la sua infinita maestà, pensare che soltanto la sua presenza debba in qualche modo risolvere la biografia di un defunto, sgnifica introdurre, sotto le sembianze della devozione, una terribile bestemmia. Perché il paradiso sia tale, occorre che sia da sempre popolato. Non deve mancare nessuno in paradiso. E affinchè nessuno manchi all'appello, occorre che siamo già tutti in paradiso, e che la nostra condizione terrena non sia che un'ombra, al massimo un sogno o un incubo ricorrente. Affinchè il paradiso possa esistere, è necessario che siamo già morti. Non si dà soluzione diversa. Fuori le spade: o la vita o la morte.
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