Per fare storia davvero, e non solamente una cronaca insignificante, la memoria puntuale ed esauriente dei fatti per il solito non basta, anche se dei fatti non si può fare a meno. Ma questo non significa certo che non si possa fare storia (e di altissimo livello) lasciando che i fatti parlino da sé soli, con quella solennità che è frutto dell'evidenza. Allo storico, in questi casi, resta solamente da suggerire una chiave di lettura dei documenti che gli offre, avviando il suo lettore, con meno parole che sia possibile, sulla via dell'intuizione. Naturalmente non sempre questa strada è percorribile, perché la si possa imboccare senza alcuna esitazione bisogna che i fatti parlino da sé soli, che sia manifestamente impossibile leggerli in modi tra loro diversi e contradditori.
Le brutalità d'una guerra possono offrir materia a questo genere di storia: fatta più d'accadimenti e d'immagini che di ragionamenti (non perché i ragionamenti non servano, ma perché certe volte le immagini bastano da sé sole a suggerirli). Come in questo libro (Marco Folin (a cura di) Popolo se m'ascolti… per le vittime dell'eccidio del Padule di Fucecchio 23 agosto 1944, Reggio Emilia, Diabasis 2005, pp. 217, euro 12,00), nel quale si ragiona di quell'episodio terribile che fu la strage del Padule di Fucecchio dell'agosto del '44, quando cento ottantasei persone furon trucidate dai soldati tedeschi nel giro d'una mattinata con la falsa scusa di reprimere la lotta partigiana (mentre tra i morti – i più dei quali erano anziani, donne e bambini… – di partigiani non ce ne fu nemmeno uno).
Sessant'anni dopo quella tragedia i pochi sopravvissuti e tutte le comunità di quelle terre tra le province di Firenze, Pisa, Pistoia e Lucca hanno sentito il bisogno, se non di capire per filo e per segno i perché che forse non ci furon nemmeno, per lo meno d'inventariare per quanto possibile i ricordi, perché alla fine non succeda che tra un po' di tempo le lapidi che disseminano i luoghi di quel massacro non dicano più nulla a chi le leggerà.
L'impresa era difficile, ma al curatore del volume – un ancor giovane storico dell'architettura che alla strage del Padule dedicò qualche anno fa un bellissimo documentario – è riuscito, come meglio non si sarebbe potuto, a comunicare al lettore tutto il non-senso di quella tragedia. E lo ha fatto, non ricostruendo lui, da storico, quella mattina del 23 agosto del 1944, ma facendola raccontare a un ufficiale inglese (Charles V. Edmonson) che dopo aver indagato riferì ai suoi superiori, con grande dovizia e nel linguaggio del verbalizzatore diligente, l'esito delle ricerche fatte allegando le (agghiaccianti) testimonianze dei superstiti. Il Folin, poi, a quelle carte che servirono anche per i (pochi) processi penali che si riuscì a celebrare contro alcuni dei responsabili diretti e indiretti della strage, ha aggiunto altre testimonianze che lui stesso ha raccolto dalla viva voce di persone che si salvarono e ricordano ancora, da vecchi, quel giorno terribile. A questi documenti sono acclusi quattro articoli che un (allora) giovane cronista dedicò ai fatti del Padule pubblicandoli tra il dicembre del 1947 e il gennaio del 1948 su «Toscana Nuova» e su quel notevolissimo quotidiano che fu il fiorentino «Nuovo Corriere» diretto da Romano Bilenchi. Il repertorio integrale delle vittime coi dati anagrafici di ciascuno, corredato di (quasi tutte) le fotografie, integra al meglio le testimonianze dei sopravvissuti.
Marco Folin ha riservato per sé solamente poche (ma densissime) pagine, nelle quali racconta la storia della sua ricerca: che è durata anni e che in queste pagine (ma non solamente qui,: anche nel documentario del quale si diceva poco fa) ha dato i suoi primi (ed eccellenti) frutti. E resta «aperto» (ce lo assicura lo stesso Folin; e c'è da sperare che non venga per nessuna ragione abbandonato) «il progetto di scriver un libro». Anche questo del quale stiamo ragionando, però, è un libro di storia, compiuto e perfettamente appagante: una storia che sembra affidata soltanto alla scarna verbalizzazione dei fatti, sotto la quale però resta chiaramente leggibile un'interpretazione forte e coerentissima che qualunque non distratto lettore è perfettamente in grado di valutare (e, speriamo, di condividere).
Il problema vero, per chi ripensa a questa e a alle mille altre tragedie che costellarono quegli anni terribili, è quello d'una memoria che non può in nessun modo né svanire né adulterarsi, perché è parte essenziale dell'identità costituente della nostra coscienza civile, anche se non deve dar esca a un tragico desiderio di pareggiare i conti all'infinito.
Questo libro si apre con alcune splendide pagine scritte da uno storico della levatura di Adriano Prosperi (che per primo suggerì al Folin di durare questa lunga fatica, alla quale ha dato via via il suo contributo illuminante). Non si tratta affatto d'un saggio solamente storiografico, per quanto autorevole: perché l'autore (come lui stesso scrive fin dall'esordio) «ha vissuto nei luoghi della strage gli anni dell'infanzia, ha conosciuto e ascoltato i superstiti e i testimoni e ha respirato l'atmosfera carica di terrore e di stupore di quel 23 agosto 1944, (…) ha sentito il rumore della sparatoria di quella mattina (…) nella nebbia che copriva la pianura» e rammenta ancora il racconto che gli faceva la sua nonna di quel soldato tedesco, che entrato in casa per chieder da bere «impolverato e sporco di sangue le aveva detto una sola frase in cattivo italiano "brutta cosa la guerra, mamma". Per questo la riflessione che ilProsperi fa nel presentare questo libro ch'egli sente il qualche modo come anche suo (non solo perché lo ha suggerito e ne ha seguito passo passo la preparazione, ma perché la narrazione lo compromette nel profondo) non è da leggersi soprattuto come meditazione scientifica d'un autorevole storico della Scuola Normale Superiore che vi profonde le raffinatezze della sua scienza, ma come memoria viva di chi, bambino, visse sulla sua pelle i fatti che nel libro si raccontano e ne porta ancora dentro le cicatrici. Perché, se è vero che «cercare la verità dietro gli inganni della memoria è il movente primo e fondamentale che conduce sulla via della ricerca storica», si può convenire col Prosperi quando afferma che «la grande importanza che ha avuto per la mia generazione la storia come indagine del vero è spiegabile così: nati e cresciuti in anni convulsi e terribili, abbiamo avvertito più di altri il bisogno di decifrare attraverso la mediazione dei documenti e la calma riflessione degli studi una esperienza terribile e incomprensibile».
Il ragionamento di Prosperi parte da premesse «maggiori» assolutamente ineccepibili: egli sa benissimo che «le stragi di civili costituiscono la forma dominante della guerra moderna» e conosce perfettamente le origini storiche di questo fatto e le diverse opinioni storiografiche di chi ne ha discusso, sicché gli è agevole concludere che «infine, emancipatasi la guerriglia irregolare dal rapporto col territorio e con la popolazione locale, la forma "strage" è diventata il volto quotidiano del conflitto».
Ma subito il pensiero torna inesorabilmente ai fatti, ricordati ancor oggi così come s'impressero nella memoria d'un ragazzo che vide la morte in faccia quella terribile mattina d'agosto del 1944. Da questo ricordo nasce, perpotentemente e compensibilissimo, un bisogno di giustizia che l'esperienza vissuta in prima persona rende assoluto. E il ragionamento rigoroso dello storico, mescolandosi a quel ricordo tragico e coinvolgente, aggiunge alle pagine del Prosperi un'evidenza in più; alla luce della quale appare ovvio perché fin dai primissimi giorni, quando, liberati dal terrore, fu possibile ragionare tutti insieme e a voce alta della tragedia appena vissuta, «il bisogno di capire fu prima di tutto domanda di giustizia»; e che per rispondere a questa domanda tutta una comunità abbia seguitato per mezzo secolo a ragionare insieme, creando così le premesse per quell'indagine documentaria che ha già dato e continuerà a dare i suoi frutti: non solamente di (provvisoria) memoria privata, ma anche di conoscenza propriamente storica.
È mancata, invece, la giustizia. E di questa mancanza lo storico e cittadino Prosperi, e più ancora il ragazzo che ha ancora negli orecchi gli spari di quella mattina, sente profondamente il fastidio. Anche perché, nel frattempo, alla giustizia sono stati frapposti ostacoli che sembrano totalmente e irrimediabilmente disonorevoli.
Alla fine, però, Prosperi distingue, saggiamente, tra memoria e giustizia, e conclude che «oggi, in un mondo profondamente mutato, si affida alla conoscenza storica, non la giustizia che i tribunali e i poteri politici non sono stati capaci di dare, ma almeno la testimonianza che non vogliamo e non possiamo dimenticare. Senza memoria, senza giustizia non si dà pace duratura: in questo l'esperienza del presente conferma la lezione del passato».
Sarebbe davvero difficile dissentire da questa conclusione. Vien fatto tuttavia di pensare a un'altra soluzione, non meno tragica anche se – ovviamente – del tutto diversa da quella d'Italia e d'Europa di mezzo secolo fa. In Sudafrica, alla fine della lottà per la parità tra bianchi e negri, chi finalmente aveva vinto, per far pace davvero senza negare in nulla le ragioni della memoria e della giustizia, ricorse a un'amnistia, condizionandola però al riconoscimento – esplicito personale e totale – delle proprie responsabilità da parte di chi chiedeva clemenza. Perché, per usare il titolo del libro nel quale Desmond Tutu ha raccontato la storia di questa singolarissima vicenda, «non c'è futuro senza perdono».
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