
Giugno 2003
Collana Al Buon Corsiero
Formato 16x23
Pagine 264
Prezzo di copertina € 13,80
Prezzo online € 11,73 (risparmi € 2,07 )
ISBN 88 8103 377 1
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- scheda libro.pdf | Un grande scrittore-giornalista testimone di eventi cruciali del Novecento, nel proprio radicale rifiuto della "patria" fascista.
L'autore ci racconta autobiograficamente le vicende della seconda guerra mondiale a cui partecipò come sottufficiale, dal suo scoppio fino ai drammatici giorni sulla fragile frontiera orientale con la Jugoslavia. Tuttavia si tratta di una testimonianza del tutto anomala, perché Cancogni fu un sofferto antipatriota, un disobbediente della coscienza – del tutto estraneo alla logica e alla retorica del fascismo, alla sua sostanza e ai suoi modi – ma che non disertò dai 45 soldati affidati al suo comando e, come lui, ostili alla "patria" fascista. E ai suoi deliri. Al pari dei fuoriusciti francesi nemici della Rivoluzione dell'89, che invocavano la sconfitta della patria nella guerra contro le monarchie europee – e per questo detti "gli scervellati" –, l'autore
appartiene a quel ceto medio intellettuale che si schierò contro la propria patria (in Spagna, in Abissinia, in Europa), odiandola fino ad augurarle la sconfitta e la rovina, perché così sarebbe rovinato il fascismo.
Questo è il "modo" interiore delle vicende narrate.
Manlio Cancogni, nato nel 1916 a Bologna da genitori toscani, ìnsegnante di storia e di filosofia, ha pubblicato i primi racconti su Frontespizio e Letteratura. Dopo la guerra si è dedicato al giornalismo (è stato inviato speciale dell'Europeo e dell'Espresso), ritornando alla letteratura nel 1956 con La carriera di Pimlico.
Tra i suoi numerosi e fortunati romanzi ricordiamo: Parlami, dimmi qualcosa (1962), La linea del Tomori (1966) premio Bagutta, Azorin e Mirò (1968), Il ritorno (1971) premio Selezione Campiello, Allegri, gioventù (1973) premio Strega, Quella strana felicità (1985) premio Viareggio, Matelda (1998), Il Mister (2000) premio Grinzane, L'impero degli odori (2001). |
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1939-1940
La Pia Piaz, figlia di Tita (detto il re, e da altri, il diavolo, del Vajolet) era grande, vigorosa, e a giudicare dal colorito del viso rosso di piccole vene, amante, come il padre, della bottiglia. Abitava in Val di Fassa, dove i Piaz avevano un albergo. Al principio dell'estate, mentre i vecchi restavano al piano, lei si trasferiva con un paio di aiutanti e le sue carabattole su al Gartl, la capanna-rifugio prediletta dell'amato re Alberto del Belgio, nel cuore del Catinaccio ai piedi delle Tre famose Torri, rmasta chiusa tutto l'inverno per la gran neve, e ci restava fino all'autunno. Lassù era la padrona. Escursionisti, scalatori, guide la conoscevano tutti per la sua franchezza e il suo coraggio.
Era antifascista da sempre come il padre: nemica giurata del Duce e del Fuhrer, odiatrice di crucchi.
Quando la conobbi, il 30 agosto del '39, alla vigilia dunque dello scoppio della guerra, mentre scendevo dal passo Santner verso le Tre Torri, lei stava davanti alla capanna sbraitando contro un tale che conoscevo un poco di vista. Era infatti il maestro elementare di Nuova Levante, il paese dove trascorrevo la villeggiatura, un siciliano che avendo fatto il servizio militare nei bersaglieri come ufficiale anelava di riindossare la divisa. Era un acceso interventista, fascistissimo, hitleriano, filotedesco. Avvicinandomi attraverso la pietraia sotto il cielo nuvoloso sentivo già da lontano le loro parole: soprattutto quelle di lei che sovrastava l'interlocutore con la persona e la voce.
"Quel porco di Mussolini" gridava. "Faccia attenzione come parla", "Faccia attenzione lui - Guai se entra in guerra!", "Hitler è il nostro alleato. L'Italia deve entrare."
"Hitler è un altro maiale", replicava lei. "Ora vuole la Polonia. E dopo?" "E' il più forte, lo può fare."
Io ero stanco e affamato, avevo voglia di sedermi davanti a un minestrone e una mezzetta di vino. Invece di entrare rimasi in piedi sulla soglia fra i due. La Pia riconobbe al volo in me un alleato. Insieme subissammo di improperi il povero maestro che finì per tacere. Come lui tacevno due escursionisti, marito e moglie, che sedevano in un angolo dell'unica stanza senza hutte. Il viso chino sulla scodella badavano a mangiare e a non farsi notare. Lì per lì non mi ero nemmeno accorto di loro. Parevano due Tedeschi. |