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LA RELATIVITÀ SIMBOLICA. REALTÀ E PAROLA NEL NATURALISMO CRITICO AMERICANO
Paolo Marolda





Gennaio 2006

Collana Quaderni americani
Formato 13x21
Pagine 128
Prezzo di copertina 11,50
Prezzo online € 6,90
ISBN 88 8103 417 4

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Nella filosofia del linguaggio del Novecento, la prospettiva elaborata dal naturalismo critico americano nel periodo tra gli anni Trenta e Quaranta si presenta con un profilo del tutto eccentrico. L'originalità di pensatori come Woodbridge, Cohen, Dewey e Bentley non risiede soltanto nel riconoscimento del carattere costruttivo e modellante del linguaggio, ma anche nella capacità di sviluppare questo tema mantenendo viva la centralità del referente, la necessità di un forte ancoraggio all'esperienza, a una realtà che è primariamente extralinguistica: una necessità che in tutti i principali indirizzi novecenteschi di filosofia del linguaggio appare gravemente disattesa, a favore di una concezione del linguaggio come fenomeno autonomo e autogenerantesi. Il punto di forza della prospettiva naturalistica consiste proprio nella chiara consapevolezza della relatività simbolica, della dipendenza dei segni linguistici da un contesto più vasto, collocando l'attività verbale entro il più ampio processo transazionale che lega gli uomini tra loro e con l'ambiente. Il volume è una chiara e ben argomentata ricostruzione storico-critica di questa dimentica tradizione del pensiero filosofico novecentesco, analizzata anche in considerazione delle sue influenze sui più recenti e avanzati progetti di ricerca sul linguaggio in neurobiologia e nelle scienze cognitive.

L'autore

Paolo Marolda è docente di Estetica presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Roma Tre. Da tempo impegnato in una ricognizione critica, per linee salienti, del naturalismo americano del Novecento, ha sin qui pubblicato sull'argomento i volumi Linguaggio ed estetica in Dewey. Le condizioni non logiche dell'esperienza (Arezzo 1994) e Filosofia del sentire nel naturalismo americano (Roma 2003).


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Gli studi raccolti in questo volume vorrebbero presentarsi come una fase particolarmente saliente di quel progetto di ricognizione complessiva del naturalismo critico americano tra le due guerre mondiali a cui chi scrive va dedicandosi ormai da diversi anni. Diciamo "particolarmente saliente" perché in questo caso il terreno privilegiato è quello della riflessione sul linguaggio, vale a dire un tema di assoluta centralità nel panorama delle scienze umane dell'intero Novecento: ebbene, dalle pagine di pensatori come John Dewey, Frederick J. Woodbridge, Morris R. Cohen – pur con evidenti differenze d'accentuazione e di profondità d'analisi – emerge un chiarissimo dato comune, lo straordinario interesse per quello che il biologo americano Terrence Deacon ha definito, in anni recenti, the grounding problem, il problema del fondamento, la ricerca sulle modalità e gli aspetti attraverso i quali il nostro parlare riesce a render conto della realtà, e dunque a inserirsi come un fattore decisivo entro lo scenario complessivo della nostra esistenza. L'originalità dell'approccio naturalistico tuttavia non risiede tanto nel franco riconoscimento, pur ampiamente presente, del carattere costruttivo e "modellante" del linguaggio, quanto nella capacità di sviluppare questo tema mantenendo ben viva l'importanza del "referente", ossia la necessità di un forte ancoraggio all'esperienza, ad una realtà (la nostra realtà) che è anche – e primariamente – extralinguistica: necessità che in tutti i principali indirizzi novecenteschi di filosofia del linguaggio – dalla filosofia analitica allo strutturalismo, dal generativismo chomskiano all'ermeneutica – appare gravemente disattesa, a favore di una concezione del linguaggio inteso come alcunché di autonomo e autogenerantesi, come un "universo di discorso" che finisce col non aver più bisogno di alcun effettivo sostegno esterno, di alcun autentico collegamento con l'altro da sé.


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